Lunedì 19 Novembre 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Le carceri e la radicalizzazione: il vero pericolo per l'Italia

PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Giacalone

 

occhidellaguerra.it, 13 settembre 2018

 

I luoghi oggi più a rischio in Italia per quanto riguarda la radicalizzazione di matrice islamista non sono più i centri islamici (per quanto restino comunque luoghi sensibili) bensì le carceri. È nei penitenziari sparsi in territorio italiano infatti che si annidano i maggiori pericoli e coloro che vengono reclusi in seguito a condanne per terrorismo rischiano di uscirne ulteriormente radicalizzati.

In realtà il fenomeno non è nuovo in Europa, soprattutto in Francia, Belgio e Gran Bretagna, oltre ad essere ben noto negli Stati Uniti come "Prison Islam". Una tipologia di islam spesso "fai da te" con predicatori improvvisati che divulgano la visione ideologico-dottrinaria più radicale, complice anche la condizione detentiva che genera isolamento, frustrazione e senso di rivalsa nei confronti delle autorità.

Bisogna inoltre tener presente che diversi soggetti coinvolti negli ultimi anni in Europa in fatti di terrorismo (attentati, arruolamento con gruppi jihadisti in Siria) hanno alle spalle condanne per altri reati (prevalentemente spaccio di stupefacenti e atti violenti). Nonostante al momento non sia ancora stato dimostrato alcun nexus chiaro ed evidente tra criminalità e jihadismo, i casi sono presenti, attuali e ne va dunque tenuto conto; casi come quello di Mohamed Merah, l'attentatore di Tolosa del 2012; Anis Anachi, arrestato nel 2017 a Ferrara su segnalazione della polizia francese (in Italia non risultava radicalizzato ma le autorità francesi indicavano una sua presenza in Siria con i gruppi jihadisti tra il 2014 e il 2016, prima di rientrare in Europa); Anis Amri, l'attentatore al mercatino di Natale a Berlino nel 2016, giusto per citare alcuni dei casi più noti.

La situazione italiana - Il fenomeno nelle carceri italiane non è diffuso come in altri Paesi europei quali Francia, Belgio e Gran Bretagna, ma la situazione è comunque seria, con numerose segnalazioni di detenuti che durante la permanenza dietro le sbarre si radicalizzano, come dimostra ad esempio il caso del cittadino egiziano Ahmed Hassam Rakha, 31 anni, arrestato nel giugno 2015 per spaccio di cocaina e uscito a fine 2017 come detenuto a rischio di proselitismo e radicalizzazione violenta, nonché espulso. Lo scorso giugno veniva rimpatriato un trentaduenne cittadino egiziano; dopo l'arresto nel 2014 per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, nel 2016 il soggetto in questione era emerso come leader di un gruppo di detenuti che divulgavano l'Islam radicale cercando di fare proseliti in carcere. A Sanremo invece un 42enne tunisino detenuto per reati comuni veniva inserito nel più alto livello di monitoraggio in quanto trovato in possesso di materiale che inneggiava alla supremazia dell'islam oltre a un disegno con la bandiera dell'Isis.

Se fino al 2008 nelle carceri italiane i detenuti per terrorismo erano inseriti assieme ad altri reclusi per differenti reati, oggi si presta maggior attenzione a determinati profili sensibili ed è anche attivo un sistema di monitoraggio su tre livelli (monitoraggio, attenzionamento, segnalazione) che permette un controllo maggiore dei potenziali radicalizzati.

Il rischio della diffusione propagandistica di stampo jihadista resta comunque elevato anche a causa della potenziale presenza di predicatori in qualche modo riconosciuti dagli altri detenuti, sia per carisma, sia per una minima conoscenza di fonti religiose, che possono far breccia nelle menti dei detenuti con la propaganda radicale.

Come illustra il prof. Paolo Branca, islamologo presso l'Università Cattolica di Milano: "È sufficiente che un detenuto ne sappia un po' più degli altri per diventare guida; nel momento in cui poi riesce a intercettare i sensi di colpa di altri detenuti che non sentono redenzione nella pena carceraria allora si presenta il potenziale problema. Del resto vengono segnalati soggetti che si fanno arrestare appositamente per andare a radicalizzare altri detenuti nei penitenziari".

Pene lievi e difficile reinserimento in società - A questo punto è lecito chiedersi cosa succederà a quei detenuti arrestati per terrorismo tra il 2015 e il 2016, in procinto di tornare in libertà come conseguenza di condanne lievi e sconti di pena per buona condotta. In Italia l'associazione con finalità di terrorismo (270 bis) prevede fino a 16 anni di reclusione, ma deve essere dimostrata tramite rapporto tra organizzazione ed effettivo affiliato. Con un'adesione sul piano prettamente ideologico il fenomeno diventa problematico in quanto non previsto dal sistema giudiziario italiano. Non a caso i soggetti stranieri accusati di propaganda filo-jihadista vengono espulsi con provvedimento amministrativo firmato dal ministero dell'Interno, anziché posti in stato di arresto. Vi sono però casi di condanne lievi, come precedentemente citato.

Cosa succede dunque una volta scontate queste pene? In teoria molti di loro dovrebbero essere immediatamente rimpatriati nei Paesi d'origine; in pratica però la legge italiana permette di comparire nuovamente davanti a un giudice che valuterà se ancora sussistono i motivi per ritenere fondata la pericolosità sociale. Ovviamente in questo gap temporale tutto può succedere. Il rischio è dunque che i soggetti arrestati con l'accusa di terrorismo si radicalizzino ulteriormente nelle carceri per poi decidere di colpire una volta liberi; un'eventualità da prendere seriamente in considerazione, soprattutto in assenza di un valido ed efficace programma di de-radicalizzazione per i detenuti che possa permettere loro di reinserirsi positivamente nel contesto sociale.

 

 

 



06


  06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it