L'assoluzione di Penati e le condanne anticipate

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di Giangiacomo Schiavi

 

Corriere della Sera, 11 dicembre 2015

 

Il caso Penati, assolto dai giudici del tribunale di Monza, dimostra una volta di più che non è un gioco di parole la frase che ripetiamo di continuo: la presunzione di innocenza vale fino in Cassazione. I verdetti anticipati che stravolgono il diritto e trasformano l'imputato in un sicuro colpevole prima ancora dell'inizio del processo si rivelano spesso ingiusti sul versante giuridico e su quello umano: la cultura delle prove e delle garanzie non viaggia alla stessa velocità della delegittimazione, che è immediata e inesorabile.

E questo naturalmente vale per Penati come per tanti altri prima di lui. Per l' ex sindaco di Sesto San Giovanni, ex presidente della Provincia di Milano, ex braccio destro del segretario Pd Pier Luigi Bersani, tutto sembrava già scritto quattro anni fa: corruzione, finanziamento illecito, concussione, pratiche oblique per rastrellare soldi per il partito e le campagne elettorali, mente ingegnosa del "sistema Sesto", il protocollo tangentizio per gli appalti, dalle aree Falck ai trasporti pubblici. Nel verdetto virtuale anticipato dalla pubblica piazza e dal suo stesso partito c'era scritto: colpevole. Il verdetto vero è stato invece un altro: assoluzione.

Una sentenza si rispetta, anche quando restano interrogativi aperti su certe pratiche di presunto malaffare. La prescrizione e alcuni patteggiamenti non cancellano le ombre sulle aree Falck e Marelli, sulle quali resta ancora parecchio da capire. Ci sono fatti storici da spiegare, anche politicamente, e rimane il sospetto sull'utilizzo delle fondazioni come bancomat elettorali. C'era un tempo in cui Penati era al centro di un sistema di potere nel Pci-Pds-Ds e infine Pd: contava molto. Con l'inchiesta ha lasciato tutte le cariche, il partito l'ha sospeso e poi l'ha quasi cancellato. La sentenza chiude, a suo favore, un lungo e difficile capitolo.