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La vergogna delle carceri italiane. Il Papa: i detenuti non sono scarti

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di Gianni Spartà

 

Gazzetta di Mantova, 14 aprile 2019

 

Il Garante dei detenuti italiani ha messo le mani avanti in vista dell'estate quando i penitenziari bollono: dietro le sbarre abbiamo sessantamila ospiti e c'è posto per quarantasette mila. Significa che la differenza (tredicimila) non vive, vegeta, non sta in un luogo di recupero, ma di agonia. E infatti i suicidi da prigione nel 2018 sono raddoppiati: sessantaquattro. Ma nessuno ha fatto una piega.

Si consoli il Guardasigilli Bonafede: chi era al suo posto in governi progressisti fece lo stesso quando Pannella con i suoi scioperi delle fame e della sete teneva su la notizia nelle pagine dei giornali.

Morto lui, silenzio totale e non c'è più nemmeno Giovanni Paolo II che rivolse un'inascoltata richiesta di clemenza a deputati e senatori in seduta comune nella sua storica visita al Parlamento. C'è però Papa Francesco che ogni giorno invita a superare la feroce cultura dello scarto. Già, lo scarto nel quale non è difficile individuare anche persone che se stanno in galera hanno sbagliato, ma non è detto che lì dentro debbano marcire. Persino Salvini ha chiesto scusa avendo usato questa espressione in uno dei suoi monologhi giustizialisti. L'Italia è recidiva: più volte l'Unione Europea l'ha condannata per il trattamento riservato ai carcerati. Stipare cinque o sei detenuti dove ce ne possono stare tre significa imitare gli scafisti del Nord Africa.

Dovevamo costruire nuove carceri e non è stato fatto. Dovevamo inventarci strutture leggere per far scontare pene minori: è fuori dal mondo che il piccolo ladro sia in cella con il serial killer. Niente. Dovevamo, infine, cancellare lo schifo dei processi eterni.

Non s'è mossa una foglia. Il carcere di uno Stato di diritto dovrebbe avere porte girevoli: tanti ne entrano, altrettanto ne escono. Invece il senso di marcia è unico. Ciò si spiega con il clamoroso fallimento dei riti alternativi, processo abbreviato, patteggiamento, eccetera. Non se li fila nessuno per una serie di ragioni: scarsa conoscenza di quanto la legge prevede proprio per tagliare la giacenza, mancanza di fiducia nel funzionamento dei tribunali dove la linea più breve tra due punti è un arabesco, basso profilo sociale ed economico della maggioranza degli imputati, privi di mezzi per farsi difendere da professionisti preparati e corretti. In questo ingorgo il sovraffollamento diventa pena aggiuntiva. Soprattutto quando si legge che muffe, infiltrazioni, vecchiume rendono insopportabile la permanenza in camere che continuano a essere celle.

Il disastro carcerario, mai affrontato, rotea come un boomerang sulla scena del Paese, piegato e distratto dalla crisi di quanti stanno al di qua del muro. E che non sempre sono migliori di quelli al di là. Risolviamo tutto con una bella amnistia o un proficuo indulto? No. Paradossalmente funziona lo scolmatore delle prescrizioni. E comunque nel giro di un anno saremmo punto e a capo. Piuttosto lo Stato non si volti dall'altra parte se un garante gli fa presente che al di là che muro la misura è colma

 

 

 

 

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