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La riforma è morta e in carcere ci si suicida

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 23 maggio 2018

 

Le nuove norme avrebbero inciso soprattutto sulla concessione di misure alternative, che non sarebbero state applicabili ai condannati a una pena superiore ai quattro anni. Il 16 maggio scorso c'è stato l'ultimo Consiglio dei ministri e ha si è persa l'ultima occasione che il governo aveva per dare il via libera definitivo alla riforma dell'ordinamento penitenziario.

Il ministro Orlando nei giorni precedenti aveva detto che avrebbe fatto di tutto per portarlo all'ordine del giorno, ma non c'è l'ha fatta. Il 19 maggio, durante l'assemblea nazionale del Pd, ha scoperto le carte e ha denunciato: La riforma è stata ferma un anno perché c'era la campagna per il referendum costituzionale. La fiducia è stata posta dopo uno scontro durissimo nel Pd. Dentro al governo sono solo io a sottolineare l'esigenza dell'approvazione della riforma dell'ordinamento penitenziario. Ora l'ho detto".

Così svanisce una riforma che non sarebbe stata epocale, ma avrebbe inciso soprattutto sulla concessione di misure alternative al carcere. In particolare, si innalza da tre a quattro anni il limite massimo di pena che consente di accedere alle misura alternative alla detenzione. Contrariamente a quanto hanno denunciato i detrattori che ora governeranno il Paese, la misura non si applica a tutti i condannati a una pena superiore ai quattro anni. Per accedere alle misure alternative al carcere, infatti, è necessaria una decisione in tal senso del giudice.

Non ci sono automatismi. Riguardo l'affidamento ai servizi sociali, ad esempio, il secondo comma dell'articolo 47 della legge sull'ordinamento penitenziario dice così: "Il provvedimento è adottato sulla base dei risultati della osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati". Il periodo di osservazione di un mese può non essere necessario se il condannato, dopo la commissione del reato, ha tenuto un comportamento tale da renderlo.

Dunque se fosse stata approvata la riforma, sarebbe stato possibile che persone condannate e pene inferiori a quattro anni (ad oggi, fino a tre) possano finire in carcere, se la personalità è ritenuta pericolosa o se la concessione di una misura alternativa al carcere non si ritiene possa servire alla rieducazione del reo e alla prevenzioni di altri reati. Inoltre, chi beneficia di una misura alternativa alla detenzione deve rispettare le prescrizioni del magistrato di sorveglianza, che può in caso contrario revocare le misure alternative e riportare così in carcere il condannato. Si tratta di un istituto che già esiste, solo che ha un limite leggermente inferiore per i casi "normali" (3 anni invece che 4) e lo stesso (4 anni) per una serie di ipotesi particolari. Un istituto che il contratto M5S-Lega vorrebbe addirittura rivedere.

Nel frattempo, proprio nel giorno in cui si sancisce la definitiva non emanazione della Riforma tanto voluta da numerosi giuristi, magistrati, avvocati, associazioni come Antigone e, non per ultimo, il Partito Radicale che con l'esponente Rita Bernardini ha attuato lunghi scioperi della fame, si era registrato il diciottesimo suicidio di un detenuto dall'inizio di quest'anno. Un suicidio avvenuto nella Casa circondariale di Viterbo, dove un uomo di trentasei anni, con fine pena tra circa un anno, è stato trovato impiccato nella sua stanza, in isolamento.

Per il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa "serve un intervento di sistema, sull'intero ambiente penitenziario, che renda più accettabili le condizioni di detenzione e le relazioni umane all'interno del carcere, che faciliti quelle con l'esterno e che limiti alle estreme necessità l'isolamento, considerato dall'Organizzazione mondiale della sanità e dallo stesso accordo Stato-Regioni una vera e propria condizione a rischio suicidario".

 

 

 



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