Martedì 21 Agosto 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

La riforma dell'ordinamento e la certezza della pena

PDF Stampa
Condividi

di *Stefania Carnevale e **Daniele Vicoli

 

Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2018

 

Sulla riforma dell'ordinamento penitenziario sono del tutto legittime critiche mosse da diverse sensibilità. La materia, per la natura tecnica, tende però a essere fraintesa: alcune precisazioni, compatibili con le esigenze editoriali, sono opportune.

La sospensione dell'ordine di esecuzione non mina alla radice la certezza della pena. È un meccanismo che, di regola, consente al condannato (se non già detenuto) di attendere in libertà la decisione della magistratura sull'eventuale applicazione di misure alternative, i cui presupposti sono vagliati caso per caso, senza automatismi di favore.

La pena non verrà poi evitata, ma scontata in carcere o con diverse modalità sanzionatorie. Dal dicembre 2013 l'affidamento in prova può essere concesso ai condannati fino a quattro anni, previa valutazione del comportamento tenuto anche in libertà. La Corte costituzionale, di recente, ha allineato a tale soglia la norma sulla sospensione dell'ordine di esecuzione. La detenzione, subito seguita da un provvedimento che stabilisse forme diverse di espiazione, comporterebbe restrizioni inutili, un ingiustificato aggravio del circuito penitenziario e costi evitabili.

La riforma, più che sui destinatari, inciderebbe sul ventaglio delle misure applicabili, ampliando la fruibilità di quella più restrittiva (la detenzione domiciliare) nell'intento di offrire alla magistratura un'opzione in più. Il decreto legislativo interverrebbe, come mai si era fatto dal 1975, per rendere più pregnanti le alternative al carcere: incrementando la base della decisione (grazie all'osservazione della personalità anche in ambiente esterno); arricchendo gli obblighi e i divieti in cui le misure si concretano (con accento sulle pratiche riparatorie e sullo svolgimento di attività a beneficio della collettività); potenziando i controlli sul loro rispetto. Si tratta di un'ottica antitetica a quella del paventato svuota-carceri.

 

*Professore di Diritto Processuale Penale - Università di Ferrara

**Professore di Diritto Processuale Penale - Università di Bologna

 

Risponde Marco Travaglio

 

Cari amici, se volete il mio parere, io trovo assurdo che i condannati a pene fino a quattro anni (oltre il 90% dei condannati dai tribunali italiani) non finiscano in carcere neppure per un giorno, salvo rarissime eccezioni. Per me, la certezza della pena si ha soltanto se la condanna a X anni di "reclusione" comporta davvero X anni di "reclusione". In carcere, non a casa o ai servizi sociali. Altrimenti il sistema diventa criminogeno ed è quello che purtroppo accade da decenni in Italia, dove le regole penali sono un incentivo a delinquere.

 

 

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it