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La prova del tributario non vale automaticamente nel penale

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di Laura Ambrosi e Antonio Iorio

 

Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2018

 

Corte di Cassazione, Terza Sezione penale, sentenza 30874/18 del 9 luglio 2018. Per la dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti occorre dimostrare la consapevolezza del contribuente alla partecipazione della frode del fornitore. A tal fine, però, le risultanze tributarie sono mere prove valutabili dal giudice penale. A precisarlo è la Corte di cassazione con la sentenza n. 30874 depositata ieri.

Il rappresentante di una società veniva condannato nei gradi di merito per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. L'imputato ricorreva così in Cassazione. Tra i diversi motivi, la difesa evidenziava l'assenza di dolo poiché trattandosi di fatture soggettivamente inesistenti, l'operazione era realmente avvenuta e pertanto mancava la consapevolezza di partecipare ad una frode.

La Suprema corte sul punto ha ricordato che ai fini della sussistenza del reato assume rilievo anche l'inesistenza soggettiva delle operazioni che si ha quando la prestazione c'è stata, ma tra soggetti diversi rispetto a quelli indicati nelle fatture. Secondo la giurisprudenza di legittimità (Cassazione 19012/2015) per le operazioni soggettivamente inesistenti, il dolo è ravvisabile nella consapevolezza del contribuente (ossia l'utilizzatore del documento) che chi ha emesso la fattura non ha effettivamente eseguito la prestazione. Si tratta infatti di un soggetto che si è limitato a fatturare il corrispettivo per trarne un illegittimo vantaggio fiscale, non versando alcuna somma a titolo di imposte.

La Cassazione in proposito ha precisato che il principio di diritto tributario, per il quale incombe sull'erario l'onere di provare che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere che l'operazione invocata a fondamento della detrazione si inseriva in una evasione commessa dal fornitore, non può trasfondersi automaticamente in sede penale, poiché si tratta di procedimenti autonomi. È infatti il giudice penale che, in base agli elementi di fatto oggetto di libera valutazione ai fini probatori, deve accertare la configurabilità di eventuali illeciti.

Nella specie, la consapevolezza dell'imputato era stata ravvisata in molteplici documenti dai quali emergeva l'esistenza di accordi privi di valide ragioni economiche e più verosimilmente compatibili con la compartecipazione alla frode. Per tali ragioni, quindi, il giudice di merito aveva confermato la condanna dell'imputato, non ritenendo sussistesse la non coscienza invocata dalla difesa. La decisione appare importante poiché evidenzia che per la responsabilità penale del contribuente che ha ricevuto fatture soggettivamente inesistenti è necessaria la prova, non presuntiva, della sua consapevole partecipazione all'illecito.

 

 

 

 

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