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La lotta alla corruzione e i poteri che cantone non ha più

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di Armando Spataro

 

La Repubblica, 7 febbraio 2019

 

Il caso di Raffaele Cantone, che ha chiesto di rientrare nei ranghi ordinari della magistratura con implicita rinuncia - se la sua domanda per dirigere una Procura fosse accolta - all'attuale ruolo di presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), rimanda a un tema che da decenni, e almeno dall'epoca di Mani pulite, è al centro del dibattito politico e civile nazionale: quello del modo più efficace per contrastare e prevenire la corruzione.

È opportuno mettere a fuoco, però, un argomento collegato: a chi tocca punire questi reati e a chi attuare i controlli per prevenirli? Cantone, pur con sobrie parole, ha lasciato intravedere l'esistenza di vedute divergenti rispetto a quelle del governo, almeno con riferimento all'innalzamento fino a 150.000 euro, disposto con l'ultima legge di bilancio, della soglia di valore entro la quale le Pubbliche amministrazioni possono direttamente affidare pubblici appalti a privati senza seguire le procedure previste dal Codice, approvato da larga maggioranza nel 2016. L'altro punto di dissenso riguarda l'affermazione del ministro dell'Interno di voler "stracciare" proprio il "Codice degli Appalti".

Cosa sottintendono queste due scelte del governo (una attuata e l'altra programmata)? Da un lato l'insofferenza a rigidi controlli legali in quanto lacciuoli che frenerebbero il mercato a causa del formalismo da cui sarebbero afflitti e, dall'altro, la fede nella quasi assoluta discrezionalità politico-amministrativa che è oggetto di mitizzazione in altro settore, quello dell'immigrazione. Ma le cose non stanno affatto così, pur se è vero che in ogni settore legislativo è possibile un'opera di semplificazione: pare che sia semplificabile - dicono alcuni studiosi - perfino la Costituzione! La verità è che dall'epoca di Mani pulite sono stati varati nel campo del contrasto della corruzione, ciascuno con motivazioni autoesaltanti delle rispettive maggioranze di governo, numerosi provvedimenti legislativi cui hanno poi fatto seguito critiche, aggiustamenti e condoni.

Il terreno è arduo per tutti, al di là delle formule usate per celebrare le storiche vittorie, non sempre caratterizzate da stile istituzionale: da ultime "legge spazza corrotti", con logo di accompagnamento "è finita la pacchia". I due punti critici messi in evidenza da Cantone presentano una comune contraddizione: come si può pensare di mettere in campo pene più severe per corrotti e corruttori (e misure che ne aggrediscono i patrimoni illeciti), rinunciando però ai controlli preventivi per evitare i reati? È dimostrato dai dati diffusi che la recente legislazione in materia di appalti non ha depresso investimenti e bandi e non ha affatto frenato l'economia nei suoi rapporti con la P.A..

Dunque, al di là delle modifiche che hanno semplificato le procedure burocratiche previste dal Codice degli Appalti, è possibile migliorare la situazione, innanzitutto dotando la P.A. di risorse umane e materiali, deficit di ogni struttura pubblica, e non certo da ora. Ma se non si è capaci di farlo, non è corretto preferire deroghe e scorciatoie, rinunciando ai controlli di cui ogni democrazia ha bisogno per garantire il bilanciamento tra poteri costituzionali e, dunque, l'eguaglianza tra cittadini. In sostanza, ogni sforzo è possibile per rendere le regole sempre più chiare e oggettive, ma è diverso dall'evocare scenari distruttivi affermando che il codice degli appalti "va stracciato" senza specificare quali pagine verranno riscritte e come.

"Stracciare per fare cosa?" ha giustamente chiesto Cantone. Implicita l'allusione a evitare formule che possono apparire dettate da finalità elettorali e dalla ricerca di consenso delle imprese la cui maggioranza, fortunatamente, comprende il valore delle regole: riconoscere priorità nella concessione dei pubblici incarichi alle imprese che quelle regole rispettano. "Controllo" non è una parola malata e si riferisce a comportamenti che anche l'imprenditore deve tenere, persino per prevenire illeciti commessi a favore o a vantaggio della propria società.

A meno di non volersi orientare verso lo stop alle opere pubbliche viste come mangiatoie per il malaffare. Ma non è questo che l'Italia può accettare.

Ultima osservazione: la necessità di contenere la discrezionalità del governo e delle pubbliche amministrazioni non riguarda solo gli appalti, ma persino le nomine ai vertici degli enti pubblici, e non è frutto di un'opzione politica, ma di fedeltà ai principi costituzionali, a partire dai diritti fondamentali delle persone. La legge delimita l'esercizio di ogni potere discrezionale, affidando il controllo sulle possibili violazioni al Parlamento o alla Magistratura. Sine Justitia nulla libertas è la scritta sul palazzo di giustizia di Assen: sarebbe facile per tutti impararla a memoria. Non ne sarebbero contenti solo i latinisti e migliorerebbe la qualità di qualche tweet.

 

 

 

 

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