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La giustizia è l'utile del più forte

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di Giorgio Varano*

 

huffingtonpost.it, 10 gennaio 2019

 

Da tempo ormai un'antica e terribile considerazione, pronunciata da Trasimaco ne "La Repubblica" di Platone, è diventata una verità: la giustizia è l'utile del più forte. Negli ultimi anni tutti i governi hanno indicato, di volta in volta, le priorità della giustizia, identificandole con il proprio utile elettorale, o hanno evitato di decidere per interessi elettorali su questioni di difficile digeribilità per il "popolo" (non ultima la marcia indietro sulla riforma dell'ordinamento penitenziario del governo Gentiloni).

Ma l'utile indicato da Trasimaco è tale solo per il più forte del momento, per chi quindi è al potere, mentre è in realtà "un danno proprio di chi ubbidisce e serve", con la conseguenza però che "i sudditi fanno l'utile di chi è più forte e lo rendono felice servendolo, mentre non riescono assolutamente a rendere felici se stessi". Infatti, chi invocava riforme autoritarie, ora che le ha ottenute non vede la propria voracità placata, ma passa oltre cercando altri settori in cui continuare ad urlare la propria rabbia.

Con le ultime campagne populiste, a suon di "post-riforme" o "tweet-riforme" che dir si voglia, i cittadini sono stati incattiviti e resi idrofobi, e illusi da una politica che ha identificato le cause di una presunta incapacità di rendere una giustizia serena e rapida nella mancanza di strumenti di repressione che vengono quindi puntualmente aggravati e innovati, quando in realtà tutto questo è dovuto solo alla disorganizzazione e alla cronica mancanza di fondi, problemi irrisolti perché non consentono un cinico e immediato utile elettorale.

E non fa niente che anni di riforme di questo tipo, nel settore giustizia, non solo non hanno avuto alcun successo verificabile, ma anzi hanno visto statisticamente certificata la propria inefficacia. Tutto questo nuovo modo di svolgere la politica è l'amara conseguenza della liquidità del consenso elettorale, che si gioca su una finta e costante emergenza, scintilla di ogni decisione, anche di carattere sistematico o presunto tale. È la dinamicità degli spostamenti elettorali, alle volte incomprensibile, a comportare una isteria collettiva della politica su qualsiasi argomento. Altro carburante alla populistica inesorabilità delle scelte è il limite del doppio mandato, o comunque l'incertezza della ricandidatura.

Questo comporta la necessità, per i leader politici o futuri tali, di aumentare la propria visibilità nell'immediato con proposte o scelte definitive e drastiche, che quasi sempre o non reggeranno alla distanza o sono tali solo sulla carta, una carta pasticciata che nessuno può vedere o discutere, ma che solo alcuni possono votare, o meglio devono votare in aule che ormai sono assimilabili ad un "bivacco di manipoli" di non tanto antica memoria.

La giustizia, un prezioso bene comune su cui occorrerebbe una riflessione sedimentata con tutti gli addetti ai lavori, viene fatta invece vivere come un bene altrui, un privilegio che con i suoi lacci e lacciuoli, la sua retorica, i suoi meccanismi datati, impedisce la piena realizzazione della giustizia anelata da un popolo inferocito dalla propria mancata realizzazione sociale ed economica.

La riforma della prescrizione, o meglio la controriforma con il blocco della stessa dopo la sentenza di primo grado, ha visto l'unanime critica del mondo degli addetti ai lavori, gli avvocati penalisti, i magistrati, il Consiglio Superiore della Magistratura, tantissimi professori universitari, tutti inascoltati da una politica fragile, ostaggio del proprio esigente elettorato, al quale non si può dire che così facendo i processi dureranno all'infinito e che proprio coloro che avranno interesse a ritardare la definitività delle proprie condanne ne trarranno beneficio. Ma questa politica pare avere solo una missione: galleggiare fino al prossimo mandato elettorale, per tentare di riaverne un altro e magari di avere più potere.

Il problema è che c'è una distanza siderale tra essere opposizione ed essere governo, ed ancor più grande è la distanza tra essere governo ed essere contemporaneamente rappresentanti di un elettorato fortemente disomogeneo che chiede conto quotidianamente sui social ai propri rappresentanti, interessati a quanto pare più al conto "social" che al conto sociale delle proprie scelte.

La ricetta della politica? Quella che mette in atto da tempo: privatizzare gli utili elettorali e socializzare tutte le perdite. Tanto gli utili vengono incassati subito, le perdite nel mondo dei diritti, nell'economia, nell'informazione, nella tenuta sociale, invece verranno fuori con il tempo, quando magari al governo ci saranno altri a cui addebitarle.

*Avvocato penalista, responsabile comunicazione dell'Unione delle Camere Penali Italiane

 

 

 

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