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La Costituzione ora faciliti la certezza di un governo

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di Carlo Nordio

 

Il Messaggero, 12 marzo 2018

 

I due pilastri di un sistema democratico sono, o dovrebbero essere, la rappresentatività e la governabilità: cioè la presenza in Parlamento di tutte le forze politiche in ragione del loro consenso elettorale, e la possibilità per il potere esecutivo di attuare il proprio programma in tempi e modi ragionevoli.

Se questi due princìpi sono di facile comprensione, in realtà sono di attuazione difficile, perché tanto maggiore è la frammentazione dei partiti tanto minore è la possibilità di una loro aggregazione. Un po' come la libertà e la giustizia sociale: un liberismo estremo crea insopportabili ineguaglianze, mentre un livellamento radicale sopprime le libertà individuali. Sono come due vasi comunicanti: se si alza il livello di uno, diminuisce quello dell'altro.

La saggezza istituzionale risiede nel trovare il giusto equilibrio. Quando, nel 1993, crollò la prima repubblica, l'onda riformatrice travolse non solo i vecchi partiti, ma anche il sistema elettorale che li aveva generati: il cosiddetto proporzionale puro, con sterminate liste di candidati per ogni singola formazione.

Al primo si addebitava una effimera volatilità governativa, e alle seconde un vergognoso commercio di voti. I rimedi si trovarono, o si credette di trovarli, nel sistema maggioritario e nei collegi uninominali, con un piccolo correttivo proporzionale. Il sistema funzionò.

Ma ciò avvenne non tanto per merito suo, quanto perché, venuta meno la "conventio ad excludendum" del Pci e il lazzaretto politico del Msi, si erano formate di fatto due sole coalizioni, e l'elettore era alla fine invitato, o costretto, a votare per l'una o per l'altra. Di conseguenza, malgrado le loro litigiosità interne, godemmo di un periodo di quasi miracolosa stabilità.

Poi le leggi elettorali sono cambiate: quella attuale è la peggiore di tutte, ma è un grave errore addebitarle colpe che non ha. Se infatti il nostro Parlamento si trova ora in uno stallo insolubile, ciò non deriva dal "Rosatellum", ma da una circostanza affatto nuova: che i blocchi sono diventati tre, e nessuno vuole né può allearsi con gli altri due.

E ciascuno ha le sue buone ragioni di pretendere ciò che pretende: Di Maio e Salvini, che chiedono l'incarico, perché rappresentano rispettivamente il primo partito e la prima forza di coalizione: e il Pd che si isola in una sdegnosa opposizione perché diversamente, dopo aver perso le elezioni, perderebbe anche la faccia.

E allora? Allora bisognerà fare una profonda riflessione sulla nostra impalcatura costituzionale: se cioè privilegiare la rappresentatività, che di fronte a tre grandi formazioni incompatibili rende quasi impossibile la formazione di un governo duraturo, oppure la stabilità, che però sacrificherebbe la voce di una grossa fetta di elettorato. Questi princìpi sono quasi banali, e sono noti a tutti le democrazie parlamentari, a cominciare dal Regno Unito che ne è stato l'artefice: e dove il Partito Liberale, con un venti per cento di elettori, spesso ha ottenuto ai Comuni solo una manciata di deputati.

Oppure in Francia, dove Macron - come i suoi predecessori - governa con il consenso di circa un terzo dei francesi. Ma si può fare questo da noi? No, non si può fare. E non si può fare non per colpa del Porcellum, del Rosatellum o di altre fantasiose alchimie, ma semplicemente perché la nostra Costituzione, enfatizza la rappresentatività a scapito della stabilità, rendendo difficile la formazione di un governo che governi.

E infatti i due tentativi di porvi rimedio, cioè l'introduzione del premio di maggioranza e del ballottaggio, sono stati bocciati dalla Corte Costituzionale con due sentenze, rispettivamente del 2014 e del 2017, proprio perché, favorendo troppo i vincitori, violavano il principio di rappresentatività. La Corte ha fatto bene, perché ha bene interpretato la Costituzione. Se però quest'ultima interpreti ancora bene le nostre attuali esigenze, è tutto da vedere.

 

 

 



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