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La comunicazione in carcere che frena e limita il dialogo

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di Ketty Volpe

 

articolo21.org, 9 aprile 2019

 

Ha registri diversi la comunicazione nel carcere. Spesso limitata. Frenata. Nascosta, talvolta, tra le righe, della metafora, la comunicazione, diviene plurale, quando, in carcere, veste la divisa penitenziaria del poliziotto o del detenuto, del direttore o del difensore, del magistrato o del familiare. Un variegato mondo il carcere, poco conosciuto oltre le sbarre, in cui più d'ogni altro luogo contesto, si avverte l'esigenza di comunicare con l'altro, gli altri, dentro e fuori le mura.

Modi diversi, in un mondo diverso, di dire, parlare, scrivere, trasmettere, comunicare, far sentire voci, bisogni, regole, sentimenti, discipline, emozioni. Per comunicare qualsiasi cosa, i detenuti devono chiedere una sorta di permesso autorizzazione, e lo fanno con quella che in tutti gli istituti penitenziari chiamano "la domandina" che indirizzano al direttore.

Per informare la società civile, la comunità, il territorio di quelle che sono le iniziative, possibili da divulgare, utili alla umanizzazione (programmi riabilitativi, spettacoli teatrali, cineforum aperti agli studenti, laboratori di ceramica, foto e stesura di giornale, recital ecc.) la direzione del carcere si affida ad una comunicazione stringata, burocratica, che come nota stampa invia alle redazioni di giornali, agenzie, testate on line, radio e televisioni.

Per entrare nel carcere e seguire gli eventi, le generalità del cronista e del fotoncineteleoperatore, devono essere comunicate alla direzione, almeno tre giorni prima, per la necessaria autorizzazione del ministero di giustizia e del magistrato di sorveglianza.

È il giornalista che spesso porta alla luce casi e storie particolari di detenuti.

All'interno, iter farraginosi e linguaggio burocratico stantio. "La domandina" riporta vissuti diversi, quasi sempre poveri nelle espressioni e parole usate. Molta metafora per dire senza dire e per "mandare a dire". Iniziative editoriali pregevoli hanno aperto la strada e fatto scuola tra i giornali in carcere.

In carcere si parla sottovoce. Si resta senza parole. Ne bastano poche. Nove parole o dieci, per dire, e saper dire tutto, nella "domandina", l'istanza che si indirizza al direttore e si consegna all'educatore o al poliziotto penitenziario, per chiedere visita medica, aiuto, colloquio con parenti, giudice ed avvocato, ed altro ancora di cui si ha voglia o bisogno. Nessuna richiesta verbale. Solo la "domandina" che inaridisce ancor più la già esigua comunicazione in carcere e frena e limita il dialogo. Anche da qui quel dire gergale e parlare cifrato, in codice, per capirsi e non farsi capire a seconda. 6e40 per esempio sta per tipo poco affidabile, che se può, ti frega. Si è preso a dire così, 6e40, dall'articolo 640 del Codice Penale che contempla la truffa.

Il gergo dei detenuti risente e riporta gerghi dialettali, modi di dire della malavita, slang e parole degli zingari. Non tutti capiscono, ma, dentro, si impara e si parla giocando sul doppio e triplo senso. La berta è la pistola. Viene anche chiamata tamburo, baiaffa, cannone, canterina, o, ferro, pezzo, rabbiosa, ravatto.

Bedy è il carabiniere. Bella l'evasione. Accavallato sta per armato. Briosa è la galera, come casanza è il carcere. Il corvo è l'ufficiale giudiziario. Fare la ricotta significa vivere con i soldi che ti passa una prostituta. Il circuito dei camosci sono carceri speciali. Professore sta per capo intelligente e turista si dice di chi entra in carcere per un reato che non ha niente a che fare con la malavita.

Spetta di diritto una telefonata a settimana. Dieci minuti di conversazione. Per parlare al telefono si fa la domandina. Nella richiesta bisogna indicare le generalità del familiare e si allega lo stato di famiglia o una autocertificazione. Non si possono chiamare numeri di telefoni mobili, d'uffici o pubblici. Solo numeri privati. Le telefonate non vanno registrate né ascoltate. Tranne in casi particolari. Per i detenuti stranieri si chiede al Consolato di verificarne il numero dell'utenza. L'agente segna il tempo. Poco prima dello scadere dei dieci minuti consentiti, avverte: "Salutare, tempo finito".

 

 

 

 

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