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Iran. I 40 anni della rivoluzione ora fanno rima con disillusione

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di Camille Eid

 

Avvenire, 10 febbraio 2019

 

L'Iran si avvia domani alla conclusione delle celebrazioni del 40esimo anniversario della rivoluzione khomeinista che ha determinato la fine della monarchia e la costituzione della Repubblica islamica. I "Dieci giorni dell'alba", come viene definito il periodo intercorso tra il rientro, il primo febbraio 1979, di Ruhollah Khomeini dal suo esilio e la rimozione ufficiale dello scià Mohammed Reza Pahlavi, 1'11 febbraio dello stesso anno, sono stati marcati dalla grande amnistia concessa dalla Guida suprema, ayatollah Alì Khamenei, a oltre 50.000 detenuti, che saranno rilasciati entro sei mesi.

Le celebrazioni avvengono, tuttavia, in un clima di frustrazione dovuto al ritiro americano, deciso nel maggio scorso, dall'accordo sul nucleare, e la conseguente ripresa delle sanzioni economiche contro il Paese. Seppure incalzante, la retorica ufficiale sui vantaggi apportati dalla rivoluzione non ha più lo stesso impatto rispetto a soli dieci anni fa. 1170 per cento della popolazione iraniana - passata dai 37 milioni del 1979 agli oltre 82,5 milioni oggi - ha conosciuto solo il regime degli ayatollah e non si sente direttamente toccato dai misfatti dello scià.

Quelli, invece, che hanno accompagnato i moti rivoluzionari si chiedono dove siano finite le promesse fatte da Khomeini circa un generale benessere grazie una ridistribuzione delle ricchezze del Paese. L'impressione di molti iraniani è che a un regime monarchico repressivo e corrotto che, di fronte alla miseria popolare, ostentava la sua opulenza e l'arroganza di un piccolo ceto di privilegiati, sia semplicemente subentrato un regime "islamico" altrettanto repressivo e corrotto da cui traggono vantaggio nuovi cerchi di privilegiati e di parvenus.

Anzi, alcuni non esitano a paragonare i poteri conferiti al Valie-fagih (la Guida suprema, ndr) a quelli un vero scià, dal momento che egli controlla l' esercito, i pasdaran, la magistratura, i media statali e la politica estera, lasciando al presidente della Repubblica, eletto dal popolo, un piccolo margine di manovra nei temi sociali ed economici. Detto ciò, non si può non vedere l'enorme balzo in avanti compiuto dall'Iran in questi quattro decenni in diversi settori.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha stilato, pochi giorni fa, in un discorso altamente celebrativo della rivoluzione khomeinista, un lungo elenco delle conquiste realizzate "dallo Stato della Guida Suprema" a livello della cultura e dell'editoria, della lotta all'analfabetismo (quasi del tutto eliminato), del numero di università e della popolazione universitaria (soprattutto femminile), della ricerca scientifica e tecnologica, della medicina e della produzione farmaceutica, dei trasporti, dell'aeronautica civile, fino alla produzione delle armi. Nessun accenno di Nasrallah, però, all'inflazione galoppante o al preoccupante tasso di disoccupazione, in particolare tra i giovani.

E tantomeno alle gravi mancanze dell'Iran a livello delle libertà pubbliche. La rivoluzione contro lo scià esprimeva, almeno ai suoi esordi, la rivendicazione da parte degli intellettuali, degli studenti e dei ceti urbani medi, di riforme sociali e di rispetto della libertà di espressione, di pensiero e di associazione previste nella Costituzione. Obbiettivi, questi, che l'appropriamento della rivoluzione da parte degli ayatollah ha soffocato sul nascere. Oggi, il bilancio sulle violazioni dei diritti umani in Iran resta drammatico e preoccupante.

La Repubblica islamica continua a essere una delle peggiori prigioni al mondo per giornalisti, difensori dei diritti umani, artisti, avvocati, sindacalisti e studenti. Oltre a conservare il terribile primato, secondo solo alla Cina, di Paese con maggior numero di esecuzioni capitali: 993 nel 2017, 1.032 nel 2016, 1.634 nel 2016. Per il periodo 2005-2018, Amnesty International ha denunciato 87 esecuzioni di rei minorenni e identificato almeno 80 minorenni al momento del reato in attesa dell'esecuzione. In crescita anche l'influenza di Teheran nella regione. Il ruolo di "gendarme del Golfo" che lo scià giocava per conto di Washington è mutato nel corso degli anni fino a diventare oggi, grazie ai pasdaran e al generale Qassem Suleimani, quello di protagonista principale, dall'Iraq alla Siria e dallo Yemen al Libano.

Elran può anche pretendere di "possedere" frontiere comuni con Israele, che non lesina occasione per attaccarlo in territorio siriano. "Espansionismo sciita" o mera strategia difensiva, non è chiaro. Di sicuro, questo "compito" non infervora particolarmente le masse iraniane, preoccupate più che altro per la caduta libera della moneta locale. Alle manifestazioni dell'anno scorso uno degli slogan più gridati era "né per Gaza, né per il Libano; noi vogliamo morire solo per l'Iran". Il "nuovo scià" saprà ascoltarli, prima che sia troppo tardi?

 

 

 



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