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Internati al 41bis, sciopero della fame a Tolmezzo

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 15 marzo 2019

 

Hanno scontato la pena, ma non c'è lavoro per poter ottenere la libertà. Restano rinchiusi per anni senza far nulla e senza "fine pena" certo, nonostante hanno finito già di scontare la pena. Da tre giorni gli internati al 41bis del carcere di Tolmezzo sono in sciopero della fame a causa della mancanza del lavoro.

Ma perché questa esigenza? "È fondamentale - spiega a il Dubbio l'avvocato e attivista dei Radicali Italiani Michel Capano - perché senza il lavoro il magistrato di sorveglianza non ha gli strumenti per valutare la mancata cessazione della pericolosità sociale". La figura dell'internato, che teoricamente è diversa da quella di detenuto, è un argomento spesso affrontato da Il Dubbio. Per l'internato, di fatto, c'è una pena prolungata nonostante sia già scontata e con poche concessioni rispetto ai detenuti. Parliamo della cosiddetta misura di sicurezza che risale al codice Rocco che ha come impronta il retaggio fascista che considera il lavoro come misura correzionale. Tolmezzo, formalmente, è una casa lavoro pensata proprio per queste persone che, appunto, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimesse in libertà in quanto ritenute 'socialmente pericolose'. Senza lavoro, l'istituto rischia di diventare per gli internati un luogo di disperazione.

"A Tolmezzo - sottolinea l'avvocato Capano - gli internati stanno scontando la misura di sicurezza in regime di 41bis, parliamo sostanzialmente di persone che hanno finito di scontare il regime duro, ma di fatto ci rimangono". Teoricamente dovrebbero lavorare per essere proiettati verso la libertà. "Questa serra che viene presentata come uno specchietto per le allodole - denuncia sempre Capano, in realtà non è in funzione da moltissimi mesi e quindi accade che la misura di sicurezza si svolge quasi interamente al 41bis come gli altri detenuti".

In effetti il carcere di Tolmezzo viene, a torto, definito "casa lavoro", mentre in realtà è un carcere normale dove all'interno dovrebbe esserci una sezione apposita dedicata agli internati. "Ma non è così - precisa sempre Capano, perché nella stessa sezione al 41bis si ritrovano internati e detenuti, mentre sulla carta dovrebbe esserci una "casa lavoro" a parte".

Come se non bastasse, proprio a causa che, di fatto, gli internati si trovano ancora nel 41bis, il magistrato di sorveglianza non concede la licenza come previsto, perché, appunto, prevale la regola restrittiva del carcere duro. Da ricordare che la paradossale condizione di internamento a Tolmezzo era stata oggetto già di apposita menzione e segnalazione da parte del Collegio del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella relazione al Parlamento del 2018, ed è esplicitata anche nel "Rapporto tematico sul "41bis" pubblicato il 5 Febbraio scorso.

In seguito a una visita effettuata a Tolmezzo assieme ad una delegazione composta dall'attivista dei Radicali Italiani Antonello Nicosia e la deputata di Liberi e Uguali Giuseppina Occhionero, è stata presentata un mese fa una interrogazione parlamentare - ancora senza risposta - da parte di quest'ultima al ministro della Giustizia proprio per denunciare queste condizioni. Oltre al problema della mancanza di lavoro, nell'interrogazione viene denunciato il fatto che gli internati non vedono mai uno educatore né uno psicologo. Figure importanti proprio per la prospettiva delle valutazioni di competenza del magistrato di sorveglianza. Uno degli internati, "con il quale la sottoscritta - scrive nell'interrogazione l'onorevole Occhionero - ha colloquiato dopo avere scritto 28 "domandine" nell' rco di un anno per chiedere di parlare con un educatore (mentre sarebbe stato l'educatore a dovere andare da lui) ha minacciato poche settimane or sono di darsi fuoco alla cella se tale contatto gli fosse stato ancora negato: e solo così è riuscito ad avere un colloquio di 10 minuti con un educatore".

L'avvocato Capano spiega a Il Dubbio che l'internato Filippo Guttadauro, suo assistito, da un anno fa domande per chiedere un colloquio con l'educatore, ma ad oggi ancora non l'ha visto. "È importante per lui - sottolinea Capano, perché serve per avere una rivalutazione sulla sua pericolosità sociale". Il suo assistito è un caso emblematico. Il 20 marzo l'avvocato Capano ha udienza per il riesame della sua pericolosità. "Nel 2016 aveva finito di scontare il 41bis - spiega l'avvocato Capano -, ma poi è stato raggiunto da una misura di sicurezza per tre anni che sono scaduti a gennaio scorso: resta il fatto che è dentro oltre la scadenza e l'udienza per la rivalutazione ci sarà il 20 marzo".

Ma il responso è quasi certo. "Non essendoci il lavoro e né il regime educativo - dice con amarezza il radicale Capano, è quasi certa la proroga visto che mancano gli strumenti per permettere una rivalutazione". Con tutte queste problematiche, il terreno diventa fertile anche per dei probabili abusi da parte di soggetti istituzionali. "Abbiamo appurato che questa è una situazione - denuncia Michele Capano - funzionale al fatto che dentro il carcere ogni tanto entrano persone che parlano con gli internati chiedendogli di collaborare con la giustizia, facendogli capire che lì dentro ci passeranno ancora per altri decenni".

 

Reperti di archeologia giuridica

 

Gli internati - definizione che richiama il vecchio linguaggio manicomiale - vivono in carcere a tempo indeterminato, quasi come se fosse un fine pena perché, appunto, una pena da scontare non ce l'hanno. Il rischio è di scontare, di fatto, una lunghissima pena nonostante abbiano già fatto i conti con la giustizia. Gli internati, infatti, pensano che la loro condizione sia una specie "ergastolo bianco", perché la misura di sicurezza può essere prorogata diverse volte. Il motivo? Subentra un meccanismo nel quale, non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità.

Prima del 2014, il rischio di chi è internato era davvero quello di scontare una pena perpetua. A far fronte a questo problema, grazie alla legge n. 81 del 2014, si prevede che "le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima". Questi internamenti sono misure che risalgono al codice fascista Rocco, che non a caso diversi giuristi le definiscono "reperti di archeologia giuridica".

Reperti che hanno anche una definizione ben precisa: "il doppio binario". Ovvero un doppio sistema sanzionatorio caratterizzato dalla compresenza di due categorie di sanzioni distinte per funzioni e disciplina: le pene, ancorate alla colpevolezza del soggetto per il fatto di reato e commisurate in base della gravità di quest'ultimo, e le misure di sicurezza, imperniate sul concetto di pericolosità sociale dell'autore del reato e di durata indeterminata.

Il doppio binario si risolve, con riferimento ai soggetti imputabili e al contempo socialmente pericolosi, nell'applicazione congiunta di pena e misura di sicurezza: è questo il profilo più problematico dell'istituto, che può tradursi in una duplice privazione della libertà personale dell'individuo, ben oltre il limite segnato dalla colpevolezza per il fatto.

Non a caso, la Corte Europa ci bacchettò su questo punto specifico. Sentenziò che non si può giustificare l'applicazione di una misura di sicurezza detentiva solo in ragione della funzione preventiva dalla stessa svolta, se poi di fatto la sua esecuzione non si differenzia da quella di una pena. Eppure ancora oggi persiste la mancata differenziazione con la pena detentiva.

 

 

 

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