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Intercettazioni. La separazione dei doveri

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di Mario Calabresi

 

La Repubblica, 19 maggio 2017

 

Come avviene da anni, con cadenza sistematica, siamo tornati a discutere della necessità di nuove regole sulle intercettazioni. Da più parti si invoca una legge, che poi non arriva mai, e ogni volta si biasimano i giornalisti. Nelle passate edizioni di questo dibattito si sono proposti bavagli, multe astronomiche e carcere per chi pubblica conversazioni riservate.
Ora a tenere banco è la telefonata tra Tiziano e Matteo Renzi e nell'intervista al nostro giornale il ministro della Giustizia sostiene che non doveva essere pubblicata perché non ha alcuna rilevanza penale. In questa frase di Andrea Orlando è contenuto tutto il conflitto che da anni contrappone politici e giornalisti. Il ministro della Giustizia ha certo il dovere di sostenere che quel colloquio intercettato e mai depositato nelle carte dell'inchiesta non doveva uscire, perché non ha rilevanza penale, ma non può dire che non andava pubblicato in un libro o sui giornali.
Non si può chiedere ai giornalisti di autocensurarsi, di farsi carico dell'incapacità delle istituzioni di tenere riservati pezzi di inchieste. Il dovere per chi fa il nostro mestiere è quello di pubblicare tutto ciò che è giornalisticamente rilevante, che può avere un valore per l'opinione pubblica. In questo la valutazione diverge da quella del magistrato, che considera degno di essere trascritto e allegato agli atti solo ciò che ha rilevanza penale. Ma la rilevanza penale e quella giornalistica non sempre coincidono.
La storia della telefonata tra i Renzi ne è un chiaro esempio: non fa parte degli atti dell'inchiesta romana e non risulta sia stata mai fatta trascrivere dal pubblico ministero, quindi per la magistratura non aveva valore per sostenere l'accusa. Per l'opinione pubblica invece un valore ce l'ha, mostra il rapporto tra l'ex presidente del Consiglio e il padre e risponde a molte delle domande che i cittadini si sono fatti in questi mesi sulle relazioni e le complicità familiari. E in questo caso richiamare un diritto alla privacy non è corretto: la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sostenuto più volte che la tutela della riservatezza si restringe quando si tratta di personaggi che hanno responsabilità pubbliche e allo stesso tempo si allarga il diritto di informare i cittadini.
Così se il testo di quella conversazione, che ha una evidente rilevanza giornalistica, fosse arrivato sulle nostre scrivanie anche noi l'avremmo pubblicato, come Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, e saremmo ipocriti se sostenessimo il contrario. Questo però non significa che il modo con cui quella conversazione è uscita sia legittimo e che non abbia provocato fortissima tensione tra procure e investigatori. È evidente che c'è stata una violazione del segreto d'ufficio da parte di un pubblico ufficiale ma per perseguirla non è necessaria una nuova legge, quelle che ci sono bastano e avanzano.
Se di una nuova legge c'è bisogno è invece per dare ordine e uniformità al metodo usato nei diversi tribunali italiani, per mettere un freno al fiume di intercettazioni che escono da ogni inchiesta senza distinzioni tra chi è indagato e chi finisce semplicemente intercettato. In questo caso non c'è bisogno di inventare nulla, basta rifarsi alle circolari di autoregolamentazione delle procure di Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze, che hanno stabilito di eliminare dagli atti le intercettazioni ritenute non rilevanti, che contengano dati sensibili o che violino il codice della privacy.
Come ha spiegato Armando Spataro, procuratore capo di Torino, queste direttive "hanno lo scopo di tornare a dare alle intercettazioni lo scopo che realmente hanno: raccogliere elementi per dimostrare la colpevolezza di un imputato". Un principio sacrosanto per un magistrato, che non lede il principio fondamentale di un giornalista: cercare e pubblicare notizie ogni volta che hanno valore per l'opinione pubblica, anche se sono riservate o penalmente irrilevanti. Questo non vuole dire essere buca delle lettere delle procure. La consapevolezza che il giornalismo non significhi incollare paginate di verbali e intercettazioni ma fare sintesi e ricostruire contesti ci è chiara, valutare gli atti e le inchieste con spirito critico è un passo necessario, così come rispettare le persone e non distruggere vite e reputazioni. Ma tutto questo non ci può far dimenticare cos'è una notizia e cosa è rilevante per i lettori. Dovrebbe essere il cuore del nostro mestiere.

 

 

 

 

 

 

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