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Intercettazioni con rilievo penale? È ancora più importante non pubblicarle

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di Iuri Maria Prado


Il Dubbio, 6 dicembre 2017

 

A chi reclama che bisognerebbe smetterla di pubblicare le intercettazioni si oppone generalmente che invece bisogna pubblicarle perché i cittadini hanno il diritto di sapere. E si spiega che quel diritto è tanto più urgente nel caso in cui le intercettazioni abbiano "rilievo penale". Di modo che semmai, a tutto concedere, si potrebbe pensare a qualche limitazione quando dai discorsi intercettati non emergono profili di illecito, ma certamente non quando c'è di mezzo un delitto: in questo caso bisognerebbe pubblicare per forza, e il divieto di farlo rappresenterebbe, da un lato, una negazione inammissibile del diritto dei cittadini di avere notizie in argomento e, dall'altro lato, una compressione inaccettabile del dovere dei giornalisti di fare quel lavoro di informazione.

Ma è, o almeno dovrebbe essere, esattamente il contrario. La pubblicazione di intercettazioni che rivelino l'esistenza di questioni illecite, infatti, lede in modo molto più grave - e non necessario - i diritti degli intercettati, pur in ipotesi responsabili di un delitto. Se io infatti pubblico il contenuto di una conversazione in cui Tizio fa un uso disinvolto dei congiuntivi o si abbandona al turpiloquio, o pure si dimostra persona ridicola o perfino ignobile, allora certamente comprometto il suo diritto a che queste sue caratteristiche non proprio eccellenti non siano conosciute da tutti contro la sua volontà. Così, anche, se pubblico il contenuto di una conversazione durante la quale quello discute di cose personalissime per quanto banali, che è ingiusto siano rese pubbliche proprio perché personalissime.

Ma dopotutto in questi casi io, pubblicando, comprometto solo ("solo" si fa per dire, chiaramente) il quadro di privatezza che l'intercettato avrebbe il diritto di veder mantenuto e rispettato. Ma faccio poco male rispetto a ciò che commetto se, invece, pubblico il contenuto di intercettazioni che svelino ipotesi di responsabilità per fatti illeciti. Perché se non c'è nessun diritto dei cittadini a saper che Tizio cicca un congiuntivo o fa le corna alla moglie, tanto meno diritto c'è a che essi sappiano che quello potrebbe aver commesso un reato.

Se c'è il reato, infatti, o anche solo l'ipotesi, quello è, o sarà, destinatario delle attenzioni inquirenti e sanzionatorie dello Stato. C'è, o ci sarà, un'indagine. C'è, o ci sarà, un processo. E quando si attiva la pretesa inquirente e sanzionatoria dello Stato, il destinatario di queste attenzioni (ricordiamolo: attenzioni molto spesso ingiustificate perché molto spesso si tratta di innocenti) avrebbe il diritto superiore di vedere trattate le sue faccende nel processo, opportunamente assistito, davanti a un giudice sperabilmente equanime. E questo diritto superiore è inevitabilmente conculcato se i fatti che raccontano le sue ipotetiche responsabilità

sono pubblicati sui giornali. Dico diritto "superiore" perché ad esso facilmente si oppone quello dei cittadini a sapere, a conoscere; e il dovere dei giornalisti di soddisfarlo. Ma è questo, dei giornalisti, un dovere a dir poco discutibile; come è quello, dei cittadini, un diritto tutto da dimostrare.

Io non ho infatti nessun diritto di sapere tramite i giornali che Tizio, forse, ha commesso un delitto. Ho semmai il diritto di assistere all'applicazione della legge, e cioè che Tizio sia giudicato in un processo di diritto. E che delle sue responsabilità penali si faccia conoscenza e dibattito lì, nel processo: non sui giornali.

Salvo credere che ai giornali competa il compito di fare una giustizia supplementare e più "vera", che è una teoria abbastanza di moda ma non per questo da premiare. Ai giornalisti competerebbe in realtà un dovere diverso: difendere il diritto di tutti a una giustizia ben regolata, che risiede innanzitutto nel diritto degli indagati e degli imputati di avere a che fare solo con chi gli contesta, spesso infondatamente, comportamenti illeciti: e cioè lo Stato. È un avversario sufficientemente temibile. E associarvisi pubblicando le intercettazioni sui giornali non significa assolvere a nessun dovere: significa offrire al pubblico un'alternativa al processo. E si chiama linciaggio.

 

 

 

 

 

 

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