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Innocenti in cella, risarcimenti per 21 milioni di euro in soli cinque mesi

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di Francesco Lo Dico

 

Il Mattino, 7 dicembre 2017

 

Ventuno milioni di euro in soli cinque mesi. È questa la cifra che racconta i guasti del sistema giudiziario. Da gennaio a fine maggio 2017 lo Stato italiano è stato condannato a pagare secondo i dati del ministero dell'Economia 21 milioni di danni a 475 cittadini che hanno subito un'ingiusta detenzione.

Uomini comuni, professionisti, malcapitati di ogni estrazione sociale, che si sono trovati chiusi in cella da un momento all'altro prima dello svolgimento di un regolare processo, o che hanno passato mesi o addirittura anni in carcere in seguito a una condanna definitiva, per poi essere scarcerati perché innocenti con tante scuse e pochi spiccioli di indennizzo per l'errore giudiziario.

Il primato delle ingiustizie, com'è ormai tradizione consolidata, appartiene al Sud. E in particolare alla Calabria, dove sono stati versati 4 milioni e mezzo di euro per un errore giudiziario e 74 ingiuste detenzioni nella corte d'Appello di Catanzaro. Ma la Campania segue a ruota: Napoli, con 63 risarcimenti registrati fino al 31 maggio di quest'anno e risarcimenti per 1,9 milioni di euro complessivi, è la seconda città italiana per casi di ingiusta detenzione.

La città si avvia a celebrare quindi un'altra annata nera, in perfetta sintonia con un 2016 da incubo che ha visto la Corte di Appello di Napoli liquidare 350 indennizzi per ingiusta detenzione ad altrettanti cittadini arrestati ingiustamente, per un totale di 4 milioni e duecentomila euro di risarcimenti.

Nella bolgia dell'ingiustizia napoletana, fatta di tempi biblici, di abusi della custodia cautelare, di carceri campane sovraffollate dove 7.219 detenuti devono sgomitare in spazi previsti per 6.120 persone, le storie di malagiustizia sono varie e drammatiche.

E riguardano protagonisti involontari come Vittorio U., operaio quarantenne in un'officina di Frosinone, che ha trascorso quattro anni della sua vita tra Poggioreale Santa Maria Capua Vetere perché gli inquirenti napoletani lo avevano scambiato per un pericoloso boss della camorra attivo nel narcotraffico. L'uomo era stato arrestato in un blitz che aveva portato all'arresto di altre 47 persone, e subito rinchiuso in carcere in regime di custodia cautelare.

In dibattimento, il suo avvocato Francesco Galella grida a gran voce all'errore giudiziario, ma il pm è inflessibile: per il meccanico-boss accusato di spacciare droga direttamente dall'Olanda e dall'Inghilterra chiede 24 anni di carcere. Intanto il processo continua. Va avanti per quasi quattro anni. Poi la sentenza: Vittorio U. è innocente. Non è il Pablo Escobar del frusinate, ma solo un semplice meccanico che lavora in officina dalla mattina alla sera. Un comune lavoratore che però ha trascorso 1.460 giorni dietro le sbarre, in attesa di giudizio.

Sposato e padre di tre figli, Vittorio è innocente ma appena uscito di galera paga il marchio dell'infamia. Trova soltanto piccoli lavoretti che fanno vivere di stenti lui e i suoi bambini. Infine, dopo una lunga trafila, la boccata d'ossigeno a novembre di quest'anno: dalla Corte d'Appello di Napoli un risarcimento di 352mila euro per ingiusta detenzione, ma anche la difficile sfida di reinventarsi una vita daccapo.

In questo Paese l'ingiusta galera è come la livella di Totò: come la morte non risparmia nessuno. Napoli è stata salomonica: non ha risparmiato l'operaio, ma neanche l'ingegnere. La storia è quella di Claudio Tomada, ingegnere friulano di 58 anni che viene arrestato dai carabinieri di Udine in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Napoli. Il 3 dicembre 2013 Tomada viene prelevato a casa e portato in caserma con l'accusa di riciclaggio e associazione a delinquere di stampo mafioso.

In questo caso i magistrati napoletani si sono fatti persuasi che il professionista abbia usato fior di denari riconducibili al clan camorristico La Torre-Boccolato per realizzare un impianto per la panificazione in Costa d'Avorio, del cui progetto sarebbe l'architetto e il redattore materiale. Intanto l'uomo trascorre venti giorni agli arresti domiciliari.

Poi il tribunale della Libertà di Napoli si accorge che dei soldi illeciti usati da Tomada si sa ben poco, e che l'accusa dà per scontato che questi vengano da camorristi di cui le attitudini criminali sono tutt'altro che certe. Infine, la pietra tombale sull'inchiesta: dopo tanto rumore si scopre che il famoso panificio in Costa d'Avorio non esiste neppure.

"Siamo in presenza di un progetto che ha visto impegnato l'indagato in vista della sua possibile realizzazione - scrivono i giudici del Tribunale della Libertà - ma che è rimasto tale, in quanto privo di un significativo principio di esecuzione e che si è arenato quasi sul nascere, non si sa neppure per quale motivo". Nonostante la fragilità dell'impianto accusatorio, l'ingegnere friulano si vede riconosciuta l'innocenza più di due anni dopo.

Il Gip lo scagiona il 12 febbraio del 2015 da ogni reato contestato. In manette per nulla nel 2013, Tomada ottiene il risarcimento per l'ingiusta detenzione soltanto il 26 luglio di quest'anno. Ma a quattro anni dall'arresto, mentre la sua carriera da professionista è stata azzerata dalle accuse, riceve di obolo di 10mila euro per il "conseguente discredito sociale e danno all'immagine". Avrebbero potuto essere molti di più, dato che era del tutto innocente.

Ma anche se il gip lo ha assolto, la Corte d'Appello insiste: a Tomada tocca un risarcimento ridotto per questioni morali L'uomo ha avuto "una condotta di ambigua frequentazione, non sorretta da idonea giustificazione", scrivono i giudici.

Nella catena di deduzioni e controdeduzioni, che in fondo è il cardine di un giusto processo, si insinuano però a Napoli, più che altrove, troppi granelli che inceppano il meccanismo. Disfunzioni, da tempo irrisolte, come quelle che denunciano gli avvocati penalisti della Campania che si asterranno dalle udienze in tutti i tribunali della regione dall'11 al 15 dicembre.

I legali denunciano la presenza di un solo cancelliere allo sportello per le relazioni con il pubblico, e attese che arrivano a un'ora e mezzo per accedere a informazioni vitali. Segnalano che le misure alternative, che pure potrebbero alleggerire le carceri campane, registrano ritardi per i continui rinvii delle udienze. E infine la circostanza più beffarda di tutte: le istanze di liberazione anticipata, spiegano gli avvocati delle Camere penali campane, non di rado vengono decise a Napoli dopo che il fine pena è già maturato.

 

 

 

 

 

 

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