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Innocente, sì, ma con pessimi amici: "è giusto punirlo"

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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 6 febbraio 2019

 

Otto anni e mezzo in cella. Poi è morto. Niente risarcimento. Salvatore Tomaselli non ha procurato a Cosa Nostra la Fiat 126 usata come autobomba per uccidere Paolo Borsellino, ma nonostante ciò non va risarcito per gli otto anni e mezzo di carcere scontati ingiustamente, perché colpevole di essere vicino ad ambienti mafiosi.

È questo il senso del ricorso presentato dall'avvocato dello Stato, Angela Palazzo, contro la decisione della Corte d'Appello di Catania, che ha stabilito un risarcimento per gli undici fratelli di Tomaselli pari a 776mila euro. Perché Tomaselli non potrà comunque avere quei soldi: l'uomo è morto poco dopo aver scontato tutta la condanna, senza riuscire a vedere gli esiti del processo di revisione, concluso con un proscioglimento per non aver commesso il fatto. A inguaiare Tomaselli, spacciatore del quartiere della Guadagna, erano state le bugie dei falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.

Secondo tre sentenze, l'ultima quella della Cassazione nel 2003, Tomaselli era responsabile per il furto della Fiat 126 di Pietrina Valenti e di associazione mafiosa con Scarantino e Candura, i due che lo avrebbero indicato come soggetto presente nel momento in cui Scarantino aveva conferito a Candura l'incarico di procurargli un'auto in vista della strage. Inoltre, Tomaselli avrebbe accompagnato Scarantino con il suo motorino nella traversa di via Roma dove avvenne la consegna. Ma a ribaltare tutto è stata una sentenza del 13 luglio del 2017, con la quale la Corte d'Appello di Catania ha prosciolto Tomaselli e altre sette persone condannate all'ergastolo per l'eccidio in cui furono assassinati Paolo Borsellino e gli uomini di scorta. Tutti condannati per un clamoroso depistaggio, svelato dal pentito Gaspare Spatuzza, che dichiarò di essersi personalmente occupato, su incarico di Giuseppe Graviano, all'epoca capo del mandamento di Brancaccio, di procurare l'auto utilizzata per la strage e le attrezzature occorrenti a far brillare l'autobomba. Il pentito svelò, insomma, "l'esistenza di una regia che avrebbe creato una verità parallela", ingoiando degli innocenti.

Tomaselli, morto nel 2011 per un'ischemia cerebrale, era perciò stato incastrato. Ma ciò, secondo l'avvocatura dello Stato, non basta per risarcire la sua famiglia. La Corte d'Appello, secondo Palazzo, non avrebbe valutato il "concorso colposo dell'indagato nell'errore giudiziario". Sarebbe stata sua, in qualche modo, la colpa di quel calvario ingiusto. Questo a causa "delle abitudini di vita" che lo vedevano dedito allo spaccio e ai furti e dalle frequentazioni "con soggetti legati alla criminalità mafiosa".

Tomaselli frequentava i suoi accusatori, perché viveva e spacciava nello stesso quartiere e nella stessa orbita criminale. Ma non era un mafioso, come accertato dalla sentenza di revisione e come riferito perfino da Scarantino. Argomenti che non convincono l'avvocatura - mentre la procura generale ha chiesto l'accoglimento della richiesta di risarcimento - che parla di "continuità dolosa o colposa idonea a trarre in inganno gli inquirenti". Ma non solo: l'avvocato Palazzo basa le sue deduzioni anche sulle indagini svolte dall'ex capo della Squadra mobile di Palermo, Mario Bo, rinviato a giudizio a settembre per calunnia aggravata insieme ad altri due poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio.

"È assurdo e illogico - commenta al Dubbio il legale della famiglia Tomaselli, Mario Bellavista - Questa gente ha dovuto subire l'umiliazione di una condanna, di un familiare detenuto per otto anni e morto subito dopo la scarcerazione, scontando in pratica un ergastolo per un fatto che, ormai è pacifico, è stato inventato da organi dello Stato. E ora l'avvocatura, che rappresenta proprio lo Stato, senza nemmeno partecipare all'udienza, impugna la decisione di risarcire delle vittime. Davvero ci sarebbe da chiedere da chi è mossa questa decisione". Proprio la vicinanza di Tomaselli ad ambienti criminali chiamata in causa da Palazzo, contesta il legale, è stata il pretesto usato per rendere più credibile la calunnia. "Era gente di quel quartiere, che senza dubbio conosceva i mafiosi della zona, ma è proprio questa loro posizione ad essere stata utilizzata per rendere più credibile la dichiarazione calunniosa.

Non solo - aggiunge - nel ricorso si fa riferimento alle relazioni della polizia giudiziaria e di Mario Bo, sotto processo per calunnia a Caltanissetta. È un assurdo che chi rappresenta lo Stato, invece di vergognarsi, insista nel sostenere che Tomaselli, anche se non c'entrava niente, meritasse di fare otto anni di carcere. Ha avuto due infarti dentro a quel carcere". Il processo per la calunnia sta andando avanti, ma tra le poche parti offese a non poter essere citate c'è Tomaselli, poiché il reato risulta prescritto.

Ma appena il processo sarà finito, promette Bellavista, "procederemo in via civile per il risarcimento del danno anche nei confronti del ministero dell'Interno - conclude - perché è responsabile delle azioni delittuose commesse dai suoi agenti. Vorrei sapere con quali criteri si decidano certe impugnazioni, che comportano solo spese per uno Stato che, invece, avrebbe dovuto chiedere scusa e offrire un risarcimento. Sarebbe stato un gesto di civiltà".

 

 

 



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