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Inchiesta sulle carceri, le parole della vita in cella

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di Ketty Volpe

 

articolo21.org, 16 aprile 2019

 

La parola in carcere. I suoi diversi significati. I vari codici. Le parole criptate. Il doppio senso. I segni. I disegni. La parola scritta. I versi improvvisati. La poesia e la canzone. La parola recitata, la parola scritta e la parola giocata per evadere. È la comunicazione in carcere. Dietro le parole. Dietro le sbarre. In un mondo sconosciuto. Dove tutto è come fuori non è. Dove tutto è come nessuno sa.

Dove tutto è come nessuno immagina che sia. Dove tutto non è come fuori. Ovunque, dentro, solo numeri. Matricole. Senza diritti. Le donne diverse dagli uomini nella detenzione. Uomini senza storie e donne senza anima in celle sovraffollate. Celle meno che spartane. Senza bidé ed altri igienici e, con solo water in buon uso per tutto. Celle calde. Umide di respiro. Roventi di sudore asciugato sui muri e appiccicato sopra pelle. Disumane galere. Prigioni senza dignità. Per nessuno. Dentro non ci sono uomini. Non ci sono persone. Solo numeri. Matricole. Femminile e maschile. Stanno stretti, con il fiato sul collo quando dormono, quando mangiano e, quando giocano a sognare di evadere. A sognare di amare. Ristretti persino nel pensiero.

C'è poco da fare nel molto, illimitato, tempo della prigionia. L'attesa di un colloquio scandisce il tempo. La domandina, come viene chiamata ancora l'istanza, per chiedere ogni cosa, al direttore, allunga il tempo. Dà speranza. La toglie. L'ora d'aria divide la giornata. Il resto sono ore sempre uguali. Avanti e indietro nel corridoio. Nella cella senza aria. Mattina, sera, notte, alba e poi tramonto, col buio dei minuti nel cuore, e il fioco della luce negli occhi che sfidano i tre watt della lampadina. Vivono abbrutiti i detenuti nel disperato andare verso il fine pena. Soli. Incompresi. Vilipesi. Mortificati nella dignità, spesso, decidono, di farla finita. Scelgono il suicidio. Lo tentano, per dire, e mandare a dire, ciò che alle voci ristrette è vietato dire.

L'edilizia carceraria è inadeguata. Non ha spazi, né strutture per riabilitare. Programmi pochi. Iniziative anche. Per educare. Per rieducare. Per apprendere mestieri, lavori. Per insegnare ad essere, a saper fare, a saper vivere. È una umanità varia, ricca, incompresa che non sa dire. Non sa chiedere, e, ancor oggi, non sa scrivere. Non sa parlare se non un linguaggio crudo. Rude. Figurato. E, proprio il linguaggio spinge ad entrare e scandagliare il quotidiano dei detenuti. Entrare nei loro modi di esprimersi. Di parlare. Di comunicare. Linguaggio singolare. Parole strappate. Graffiate. Graffianti. Parole arrabbiate. Crude. Salaci. Rabbiose. Pregne di sentimenti e di pathos. Dense di vita. Parole ristrette. Come gocce di caffè. Misurate. Dosate. Pesate. Soppesate. Tra aria e respiri di cella. Modi di dire. Di parlare, raccontare e confidare.

Soliloqui ad alta voce. Pensieri spettinati. Balbettati. Pronunciati a fior di labbra. Senza tempo nel cuore, con l'orologio in testa e, in mente, la conta veloce del già passato, del già scontato. Maledette primavere col sole a scacchi. Santi ricordi. Imprecazioni e fine pena lungo da venire, lungo da passare. Giorni. Settimane. Un'ora ancora. Una vita da trascorrere dentro. In cella.

Maledetta vita dentro. Memori e dimentichi. La detenzione trascina la vita. Di fuori solo un ricordo. Un film. Fotogrammi incollati. Dignità scalza e lotta amara per riconquistarla, per uscire fuori dai numeri. Per conquistare diritti civili. Un microcosmo trascurato. Dimenticato. Ignorato. Raccontato non sempre con le parole giuste.

 

 

 

 

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