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Torino. Il teatro che rinasce dietro le mura del carcere PDF Stampa
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di Dario Basile

 

Corriere di Torino, 18 gennaio 2021

 

Torino avrà un nuovo teatro di quartiere, ma non sarà una sala come le altre perché questo spazio artistico verrà realizzato all'interno del carcere minorile e sarà gestito dai ragazzi reclusi. Le carceri sono generalmente percepite come degli spazi esterni e lontani.

Le mura di cinta segnano un distacco netto tra chi sta dentro e chi sta fuori, come se le case circondariali non facessero pienamente parte della città. Eppure, il Ferrante Aporti si trova a poche fermate di tram dal centro città e anche i ragazzi ristretti appartengono alla nostra comunità. Il progetto Wallcoming, un nuovo teatro pubblico all'interno del carcere minorile di Torino, porta con sé un messaggio chiaro. Il carcere deve divenire trasparente davanti alla città e i ragazzi reclusi devono poter interagire con gli abitanti del quartiere, per favorire il loro reinserimento nella società. La casa di reclusione è uno specchio deformato che riflette (anche se in modo distorto e amplificato) i problemi della nostra società.

L'arresto è per i minori oggi una misura estrema, ove possibile si cercano per i ragazzi delle misure alternative alla detenzione, come dei percorsi sanzionatori o l'inserimento in comunità di recupero. Il Ferrante Aporti ospita mediamente tra i trenta e i quaranta ragazzi, sono tutti maschi perché non c'è la sezione femminile. Oltre ai ragazzi che hanno dai 14 ai 17 anni, la struttura accoglie anche giovani di età compresa tra i 18 e 24 anni che hanno commesso il reato quando erano minorenni. Tra i reclusi c'è una leggera prevalenza di giovani di origine straniera. Sono le seconde generazioni di immigrazione e le nazionalità più ricorrenti sono il Marocco, la Romania, l'Albania e i Paesi dell'ex Jugoslavia.

Tra i reati più comuni si registrano il furto, la rapina e le lesioni personali. Frequenti sono anche i reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Oltre a frequentare la scuola i giovani ristretti sono impegnati in varie attività ed eventi che un tempo venivano realizzati in un teatro presente all'interno del Ferrante Aporti. Quello era uno spazio importante, perché aveva assunto un ruolo centrale nella quotidianità dei ragazzi reclusi. Poi nel 2010, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione della struttura, il teatro viene completamente smantellato e al suo posto è rimasto un grande salone spoglio, ribattezzato dai ragazzi "la stanza del fumo", che accoglie non più di qualche sedia e due calcetti.

La nuova sala è poco funzionale perché ha, tra le altre cose, dei grossi problemi di acustica e male si adatta agli eventi che, ciclicamente, si cerca di organizzare all'interno del carcere. Nasce così l'idea di trasformare quella grande sala sguarnita in uno spazio multifunzionale a vocazione prevalentemente teatrale. Un nuovo teatro di quartiere, interno all'istituto ma aperto alla cittadinanza. Il progetto ha coinvolto i ragazzi detenuti, che hanno partecipato attivamente alla progettazione della trasformazione degli spazi comuni interni al carcere. È stata quindi lanciata una campagna di crowdfunding, che nella prima fase ha già raccolto 17.000 euro e ha ottenuto la sponsorizzazione tecnica di alcune aziende, che hanno offerto dei materiali.

Come Traiano Luce che ha donato i fari per il palco. In questi giorni verrà dato il via ai lavori. Dopo la sistemazione dell'acustica verrà allestita la scena, che sarà realizzata con delle pedane modulari. Infine, in via Berruti e Ferrero verrà issata un'insegna che renderà visibile il teatro alla città. La sala ha infatti il vantaggio di avere un ingresso che dà direttamente sulla strada, permettendo ai visitatori di entrare senza dover percorrere tutta la struttura carceraria. Nel corridoio attiguo alla sala c'è il laboratorio di arte bianca con dei forni, da qui l'idea di aprire anche una nuova pizzeria di quartiere dove i pizzaioli saranno i ragazzi del Ferrante. Racconta Simona Vernaglione, direttrice dell'istituto: "All'inizio si pensava di realizzare il solito teatro interno, poi chiacchierando con gli operatori si è pensato a qualcosa di inclusivo, che non coinvolgesse solo gli ospiti dell'istituto.

Se noi vogliamo che un ragazzo rientri nella società lo dobbiamo far sentire parte della comunità anche durante la fase detentiva, perché fai parte della città quotidianamente, non solo il giorno in cui vieni scarcerato. Anche la città non ci deve vedere semplicemente come un muro di cinta, ma ci deve percepire come un pezzo del suo quartiere".

L'idea è quella di realizzare un vero centro polifunzionale che può ospitare anche dei convegni sulle problematiche giovanili come la violenza e il bullismo. "È un progetto che io amo moltissimo - aggiunge la direttrice - perché è l'espressione di quello che cerchiamo di fare quotidianamente. Proviamo a riaccompagnare verso l'esterno un ragazzo che ha avuto delle difficoltà famigliari, economiche o ambientali e ha commesso degli errori o degli incidenti di percorso. Per insegnarti a nuotare devo portarti al mare, per questo bisogna dare a questi ragazzi delle opportunità per non farli sentire esclusi o dimenticati".

 
La comunicazione sbagliata nella selva oscura dei divieti PDF Stampa
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di Paolo Graldi


Il Mattino, 18 gennaio 2021

 

Nella selva oscura delle direttive su come muoversi dentro la pandemia nelle diverse regioni spunta il perfido gioco della mosca cieca: "fonti di palazzo Chigi", da una parte, informano che è sempre possibile raggiungere le seconde case, anche fuori Regione, mentre se si legge con attenzione il relativo Dpcm di questa opportunità non v'è traccia alcuna. Si può dare il caso che, fermati a un posto di blocco, Dpcm alla mano, i tutori dell'ordine si sentano obbligati ad applicare le sanzioni previste.

Non si tratta di dettagli, di piccoli refusi, di vuoti del testo: qui si gioca su un equivoco di fondo che alimenta confusione, frustrazione, disincanto, e in più si crea un campo di conflitti. Le famose "fonti" bene informate troppo spesso sbarellano, costrette a correzioni, notazioni, dietrofront. Tanto la fonte è ignota per definizione. I destinatari, noi tutti, sono così obbligati ad aggiornamenti e aggiustamenti in corsa, continui, nevrotizzanti.

Nel pieno della giornata festiva, ieri, il ministro della Salute Speranza ha convocato d'urgenza il Comitato Tecnico Scientifico e ha ottenuto per oggi il rientro a scuola del 50 per cento degli studenti delle superiori, eventualità non prevista fino a un'oretta prima. Salvo le differenze tra Regioni e i comportamenti dei presidenti. Alcuni di essi già pronti con carta e penna, per i ricorsi al Tar, altra specialità di stagione: governo e istituzioni locali litigano quasi su tutto e i magistrati dirimono le questioni. A leggere le sentenze, poi, servono comitati di esperti crittografi, addetti alla traduzione in lingua italiana corrente, comprensibile agli italiani.

La questione della comunicazione del governo, ma non solo di quello, del burocratese dilagante e del compiacimento sadico che ne consegue, in tempi di guerra alla pandemia, rappresentano un tema primario, fondamentale. Tema, dicono i fatti, ignorato e anche vilipeso. La lingua utile e comprensibile viene strapazzata, piegata, costretta nei labirinti di linguaggi intraducibili e, dunque, incomprensibili. Se è vero che il messaggio è come un dardo che viene lanciato da una postazione per colpire il centro del bersaglio, il dardo che esce di traiettoria, prende strade diverse dalla rotta corretta: la comunicazione si accartoccia, manda segnali sbagliati, perde di efficacia, si trasforma in un danno. Comunicare sembra facile, non lo è.

Quel che è peggio è la presunzione che lo sia. Ad ogni ondata di provvedimenti ministeriali sono necessarie squadre di pompieri del linguaggio per sciogliere i nodi del burocratese, per rendere intellegibili i rimandi ad altre leggi, per svelare l'arcano dei commi e sottocommi, per sciogliere parole difficili che dovrebbe viceversa essere facile comprendere e utilizzare. In varie epoche, e anche di recente, sono cresciute ampollose promesse per una riforma del linguaggio, per una grammatica delle leggi e una nuova sintassi ministeriale capaci di superare il politichese, il burocratese e tutto l'armamentario del compiacimento delle complicazioni linguistiche. Non si è visto ancora niente all'orizzonte. Il fatto è che occorrono dei professionisti.

E se ne vedono pochi. Occorrono staff specializzati. E ce ne sono, ma rari. Un conto è raccontare attraverso il linguaggio delle veline i retroscena, gli arabeschi, il gossip, i veleni, gli aut aut della chimica politica quotidiana, un altro conto è disporre di leggi lineari. Il vezzo di decidere a notte fonda per il giorno dopo scuote la paziente disponibilità del suddito della Costituzione, il quale vorrebbe confrontarsi con una migliore organizzazione del pensiero governativo e dell'azione che lo muove. Quante volte è stato criticato il metodo di emanare circolari attuative in prossimità massima del loro impiego? E tutti a dire: come possiamo fare a rispettarle in così ristretti margini di tempo? Di qui, direttamente, rabbia, frustrazione, voglia di rivolta.

La pandemia, nella sua enorme e multiforme complessità, porrà sempre di più problemi di comunicazione. Lo vediamo già ora con la campagna vaccinale ai primi passi. Si assiste al susseguirsi degli ordini e dei contrordini, delle grida e dei silenzi, delle affermazioni e delle smentite in un clima di crescente incertezza (A chi tocca? E quando? E dove? E come?). Anche qui le leggi della comunicazione vengono piegate ad un dilettantismo deleterio. Serve e presto una informazione tempestiva e corretta, comprensibile per definizione, che attinga alla scientificità della materia.

Serve professionismo e un taglio netto con i vizietti del velinismo d'autore. Un cambio di passo, insomma. Il rapporto dialogante con il cittadino in questa fase specialmente diviene essenziale, risolutivo. E quando al cittadino si chiede di adottare comportamenti che implicano sacrifici e costi, che sono comunque virtuosi, ecco che ogni indecisione, sgrammaticatura, ritardo si traduce in uno strappo, in una stizzita indifferenza. Se dalla pandemia si deve uscire tutti insieme chi scandisce il passo deve farlo senza balbuzie.

 
Restituire campo al privato e restaurare spazi di libertà PDF Stampa
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di Alberto Mingardi


Corriere della Sera, 18 gennaio 2021

 

Il coronavirus ha costituito l'occasione per rinforzare il "pubblico". Se il centro-destra vuole costruire un'alternativa deve porsi il problema di superare questa fase. In tutto il mondo, il Covid-19 ha prodotto più "pubblico" e meno "privato". Da anni diciamo che le ideologie sono finite. Forse però non è un caso che la sinistra al governo abbia considerato la pandemia come un'occasione da non sprecare. Per quei partiti la politica resta lo strumento privilegiato per "perfezionare" le società, ha una funzione ortopedica. L'accentramento di poteri determinato dallo stato d'emergenza è un'opportunità.

Persino le restrizioni alla libertà di movimento sono una prova generale per fare sul serio nella riduzione delle emissioni di CO2, ad esempio limitando drasticamente i voli internazionali, raddrizzando così a colpi di norme il rapporto fra uomo e ambiente. Piaccia o meno, è un'idea di governo chiara. Questo è vero anche in Italia e, nelle sue mosse di queste settimane, Matteo Renzi forse ha sottovalutato proprio questo aspetto: come esista una sensibilità ideologica comune, nei suoi ex compagni di strada.

Ma in ogni crisi politica che si rispetti il gioco si allarga all'opposizione che ha il ruolo di prefigurare altre soluzioni. Che cosa vuole fare il centro-destra? L'incertezza di questi giorni, la possibilità, per quanto remota, di un ritorno alle urne lo obbligano a mettere a punto un'alternativa. Può amministrare con persone diverse lo Stato "più grande" che i suoi avversari stanno costruendo, contando sull'esperienza nei governi locali. Può giocare ancora la carta della politica dell'identità, come hanno fatto Salvini e Meloni con grande successo.

Non da oggi, il centro-destra in Italia è più statalista dei suoi corrispettivi di altri Paesi e più refrattario a dotarsi di un armamentario di idee e proposte che inevitabilmente circoscriverebbe la creatività dei suoi leader. Forse però "questa volta è diverso". È diverso il contesto in cui si terranno le prossime elezioni, è diverso il Paese che chi le vincerà dovrà governare. I dieci punti di Pil che abbiamo perso nel 2020, il fatto che a pagarne lo scotto sia stata la componente privata e non garantita del Paese, rappresentano una ferita profonda. Più profonda in Italia che altrove, dal momento che nel 2019 non eravamo ancora ritornati ai livelli di reddito precedenti la crisi finanziaria.

L'allargarsi del "pubblico" a spese del "privato" è avvenuto, in questi mesi, su tre dimensioni diverse. Le libertà personali si sono ridotte. Se il diritto serve per proteggere i cittadini dall'onnipotenza dello Stato, quella protezione è oggi assai meno solida che in passato. Abbiamo capito che non possiamo dare per scontate cose apparentemente banali come la libertà di andare a fare shopping.

Spesa e debito hanno sperimentato un aumento senza precedenti. Quei quattrini in parte hanno tamponato la riduzione delle entrate fiscali, inevitabile conseguenza del rallentamento dell'attività economica, in parte hanno cercato di ridurre il disagio sociale. I "ristori" sono stati una strategia obbligata, e lo sarebbero stati chiunque fosse al governo.

Ma è difficile pensare che i ristori da una parte, il rischio di non poter svolgere la propria attività a causa dall'emergenza dall'altra, non influenzino il sistema di incentivi con cui le persone debbono confrontarsi. Come la disponibilità del reddito di cittadinanza avrà un qualche effetto sull'offerta di lavoro, così i ristori smorzeranno la propensione ad intraprendere. Per chi governa, può essere persino, cinicamente, una grande operazione: gli aiuti di oggi possono diventare voti domani. Per chi crede che le decisioni dei singoli siano miopi, e quelle dello Stato lungimiranti, stiamo facendo passi avanti in una direzione auspicabile.

L'opposizione ha giocato fin qui sullo stesso terreno. Nella legge di Bilancio è stato recepito l'emendamento della Lega che esenta le partite Iva dal versare i contributi previdenziali per il 2021. A ogni nuova chiusura, i partiti di centro-destra hanno richiamato il governo sulla necessità di risarcimenti congrui alle attività interdette. È un'idea di governo alternativa a quella della sinistra?

C'è chi sostiene che le innovazioni dell'ultimo anno dovrebbero essere permanenti. L'opposizione dovrebbe, quasi per definizione, sostenere che così non deve essere. Che per quanto possa essere faticoso e difficile, dovremo provare a invertire la tendenza: a restituire campo al privato, a restaurare spazi di libertà, a evitare insomma che tutto ciò che è "emergenziale" diventi "regolare".

Partiti e programmi sono in una certa misura l'esito delle circostanze, non solo di precise inclinazioni ideologiche. Pensando al futuro, il centro-destra non può eludere una questione "esistenziale". C'è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l'assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico.

 

 
Censura arbitraria, i pericoli dei social PDF Stampa
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di Pierluigi Battista

 

Corriere della Sera, 18 gennaio 2021

 

Erano considerati "mostri", ma se mettono a tacere il nemico (Trump) non lo sono più? Fino all'altro ieri erano mostri giganteschi che divoravano i cervelli e la democrazia, oggi, se decidono di silenziare (insomma: censurare) il disgustoso nemico, diventano esclusivi club per soli gentiluomini, mere "agenzie private" che potranno pur decidere se mettere alla porta gli screanzati che violano le buone maniere di casa. Bisognerà pur scegliere una strada coerente, però: non si può lanciare l'allarme contro le mega-compagnie del web che svuotano i valori classici delle istituzioni democratiche, che incarnano un potere globale senza controlli e contrappesi e poi, solo per giustificare un'auspicata censura, minimizzare il loro ruolo come fossero innocui circoli degli scacchi autorizzati a scegliere i propri ospiti.

Oggi, piaccia o non piaccia, la politica passa da lì, è quella la piazza contemporanea, e negare l'accesso a qualsivoglia soggetto politico diventa, per usare le sagge parole liberali di un'acerrima nemica di Trump come Angela Merkel (ben consapevole, nativa nella Germania comunista, della deriva totalitaria del potere), quanto meno una scelta "problematica" e fortemente lesiva della libertà d'espressione politica. Tanto più se quella scelta diventa zigzagante, opportunistica, mutevole, lasciando libero il campo a dittatori e attentatori seriali dei diritti fondamentali e ciarlatani di varia matrice, e non avendo nulla da eccepire, ad esempio, alle manifestazioni dell'antisemitismo "progressista" che si alimenta sui social con ripetuti attacchi a Israele e ripetuti inviti di radere al suolo l'"entità sionista".

E dunque si stabilisce che siano le mega-compagnie, talvolta demonizzate fino al giorno prima, ad essere investite del compito di stabilire, in uno spazio formalmente privato ma capace di coinvolgere milioni e forse miliardi di "utenti", cosa è lecito dire e cosa non lo è. Una privatizzazione del diritto e della sanzione che dovrebbe preoccupare i custodi del santuario democratico. E invece, attraverso una rappresentazione iper-banalizzante dei padroni dei social ("agenzie private" come un club per soli uomini), a prevalere è il godimento per la messa al bando dell'orrido nemico. Senza considerare che la ruota della storia gira, e i sostenitori della censura arbitraria potrebbero diventare un giorno i nuovi censurati in base a una decisione "problematica".

 
 
Diritti umani, cosa è successo nel 2020 nei Paesi dell'area mediorientale PDF Stampa
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di Flavia Carlorecchio


La Repubblica, 18 gennaio 2021

 

Il report di Human Rights Watch. Gravissima la situazione in Siria e Yemen dove milioni di persone soffrono la fame e la violenza. L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel 2020. "Un generale peggioramento per la popolazione civile". È stato presentato ieri il Report 2021 di Human Rights Watch. Il documento sintetizza i principali avvenimenti del 2020, Paese per Paese, e lancia uno sguardo al futuro. Forte l'attenzione per il cambio di presidenza negli Stati Uniti.

Donald Trump è stato "un disastro per i diritti umani, ma il cambio di presidenza non rappresenta una panacea", afferma Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch. "Non basta rimandare l'orologio indietro di quattro anni per rimediare ai danni. Il mondo non è più lo stesso". Con questa dichiarazione, prosegue l'analisi regionale dello stato dei diritti umani. Il 2020 ha lasciato segni profondi nella zona del Medio oriente e nord Africa per l'intrecciarsi delle crisi sanitaria, economica, umanitaria.

Embargo armi Usa. Human Rights Watch rileva con preoccupazione la vendita di armi da parte degli Stati Uniti a paesi come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, colpevoli di pesanti interventi militari in Yemen. In particolare, è sotto i riflettori la vendita di caccia F-35 e droni agli Emirati Arabi Uniti per un valore di oltre 23 miliardi di dollari. L'accordo sulla vendita fa parte degli "Accordi Abraham" tra Israele ed Emirati Arabi Uniti siglati il 15 settembre 2020 e mediati dagli Stati Uniti. Questo trasferimento di armi renderebbe gli Emirati l'unico paese dell'area, oltre a Israele, a possedere un tale equipaggiamento.

Yemen e Siria. La situazione in Yemen è precipitata ulteriormente a causa della crisi sanitaria ed economica. Prosegue il conflitto che in sei anni ha ucciso almeno 18.400 civili e tiene in ostaggio di fame e povertà milioni di persone. Le organizzazioni umanitarie stimano che 24 milioni di civili hanno bisogno di assistenza umanitaria, alimentare, sanitaria e solo nel 2020 l'80% della popolazione, tra cui 12 milioni di minori, ha necessitato dell'assistenza umanitaria. Analoga la condizione della Siria, dove oltre 9 milioni di civili vivono insicurezza alimentare e oltre l'80% della popolazione è al di sotto della linea di povertà. Anno nero per il Libano Il 2020 per il Libano si è aperto con una pesante crisi economica. La moneta locale è crollata a partire dalla fine del 2019, e ha eroso la capacità della popolazione di approvvigionarsi e compare beni di prima necessità. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione, provocando una grave crisi umanitaria. In agosto un'esplosione al porto della città ha ucciso oltre 200 persone, ferite 6000, distrutto 300mila abitazioni.

Governi corrotti e inaffidabili. Il commento di Human Rights Watch: "la situazione per le associazioni umanitarie e di cooperazione internazionale è molto difficile, perché i governi abusanti e corrotti di paesi come Libano, Siria, Yemen confiscano gli aiuti internazionali e li utilizzano in modo poco limpido. Questo rende difficile aiutare la popolazione e distribuire fondi in modo imparziale", afferma Ahmed Benchmasi, direttore della comunicazione per la regione Mena di Hrw.

Egitto, diritti umani dimenticati. Il caso dello storico blogger attivista Alaa Abdel Fattah, incarcerato e torturato in Egitto, è un emblema dello stato dei diritti umani in Egitto, afferma poi Roth, che ha criticato duramente la posizione internazionale nei confronti del Paese. "La comunità internazionale tollera gli abusi gravissimi del regime di al-Sisi e anzi gli rende onore", afferma alludendo alla Legion d'Onore ricevuta da al-Sisi a Parigi lo scorso dicembre.

"Lo utilizza come guardiano dell'ordine regionale, anche se si tratta di una falsa stabilità. La repressione crea radicalizzazione e instabilità". L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel corso del 2020. Nell'area, molti paesi hanno rilasciato prigionieri per diminuire la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Tuttavia, osserva Hrw, sono stati esclusi tutti gli oppositori politici, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Si parla di Iran, Egitto, Bahrain, Algeria.

Lavoratori e lavoratrici migranti. Il disastro sanitario ed economico ha colpito in modo durissimo lavoratori e lavoratrici migranti, che in paesi come il Libano nel 2019 erano 156mila. Qui, nel pieno dell'emergenza sanitaria decine di lavoratrici di nazionalità etiope sono state abbandonate dai datori di lavoro senza salario, documenti o sussistenza di alcun tipo. In generale, osserva Hrw, la condizione femminile è stata messa a dura prova in tutta la regione e sono aumentati i casi di violenza domestica.

 
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