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Immigrazione: Capodanno al Cie di Ponte Galeria "qui si rischia la follia..."

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di Sara Menafra

 

Il Messaggero, 2 gennaio 2014

 

Cous cous e lasagne, agnello e fritto all'italiana. Il pranzo di Capodanno nel Cie di Ponte Galeria mette insieme tradizioni diverse come se bastasse un battimano e un sorriso a far svanire l'incubo di una detenzione che sembra infinita. Passata da poco la protesta di Natale, la nuova giornata di festa si svolge in modo apparentemente sereno. La delegazione guidata dal presidente della commissione diritti umani del Senato Luigi Manconi e dal parlamentare Fabio Lavagno di Sel e accompagnata da alcuni giornalisti entra in un centro di identificazione ed espulsione tornato alla calma, tanto più che i protagonisti della protesta delle bocche cucite per la maggior parte sono usciti e il centro è tutt'altro che pieno: gli ospiti maschi sono al momento 58, le donne circa 20, in uno spazio che può contenere fino a 360 persone. Al netto delle alte cancellate, dei bagni scrostati, delle stanze coi letti inchiodati al pavimento, lo spazio è l'unico vantaggio rispetto alle carceri strapiene a cui questo Cie assomiglia fin troppo. Per contro ci sono i tempi di detenzione incerti, la mancanza di attività sociali con l'unico svago nel campo di calcio.

Finito il pranzo, un gruppo si alza per consegnare due lettere rivolte a Napolitano, una loro e l'altra proveniente dal Lampedusa. Chiedono al presidente della Repubblica di ridurre i tempi di detenzione all'interno dei Cie e modificare la Bossi-Fini: "La colpa più grande ce l'ha inferta il destino, facendoci nascere dalla parte sbagliata del Mediterraneo", legge Lassad, tunisino ed ex detenuto, tra i più disposti a spiegarti come sia la vita lì dentro. Manconi risponde che farà avere il testo al Presidente appena possibile e che alcuni provvedimenti potrebbero essere presi già nei prossimi mesi (nell'ultimo decreto carceri si prevede di anticipare l'identificazione degli extracomunitari già durante la detenzione così da eliminare il successivo passaggio nei Cie).

"Mi hanno arrestata all'aeroporto di Fiumicino nel 2010 perché facevo il corriere dall'Olanda", ti dice invece Sarah, nata in Costa d'Avorio ma residente ad Amsterdam: "Sono qui da due mesi, in carcere almeno leggevo, mi ero anche iscritta all'università. Qui non ci danno né libri né penne, non possiamo far altro che fumare e parlare. La noia uccide, ti porta a fare follie". L'attesa, l'incubo di essere allontanati dall'Europa, e magari dalla famiglia, sono i pensieri ricorrenti. Poi c'è chi, come Yassin, a vent'anni ha già visto la guerra: viene dalla Libia dove le milizie di Gheddafi l'avevano costretto ad arruolarsi. Ha perso il padre, è passato per Lampedusa, poi è finito in Francia poi ancora in Italia dove l'hanno arrestato e dal carcere ha fatto domanda per l'asilo politico. Quando è uscito è finito qui, a Ponte Galeria. Due mesi fa c'era l'udienza per discutere la sua richiesta di asilo. Poteva essere la salvezza, e invece la commissione gli ha detto che bisognava aspettare ancora. Ha pensato di uccidersi, l'aveva quasi fatto, poi la protesta della scorsa settimana gli ha dato un po' di speranza. E il 2014? "Spero solo di non essere espulso dall'Europa".

 

 

 

 

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