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Immigrati in attesa di giustizia. Per Soumaila

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di Alessia Candito

 

Venerdì di Repubblica, 4 gennaio 2019

 

Reggio Calabria. Nella terra in cui l'omertà è regola e la denuncia eccezione, con le loro testimonianze hanno permesso di arrestare un assassino. Nel feudo dei clan più volte insanguinato dalle faide, hanno chiesto allo Stato di fare giustizia. Ma Drame Madiheri e Fofana Madoufoune sono stranieri.

E per loro aiutare investigatori e inquirenti a individuare e processare l'assassino di Soumaila Sacko, il sindacalista ucciso nel giugno scorso nell'ex Fornace di San Calogero, tra la Piana di Gioia Tauro e il vibonese, è diventato un calvario. Tra burocrazia, rischi, trasferimenti, forzata inattività e il nuovo decreto Salvini che ha rischiato di rendere quasi impossibile la loro permanenza in Italia. "A volte ancora mi sveglio gridando. Sento gli spari, Soumaila cadere.

Vedo il sangue, una pozza che si allarga". Sono passati più di sette mesi da quel colpo di fucile, ma nella testa di Drame quei momenti sono ancora impressi. Perché lui quel 2 giugno c'era, era accanto a Soumaila. "Avrei potuto essere io e a volte" dice "penso che avrei dovuto essere io. Per questo oggi voglio testimoniare, voglio affrontare chi mi ha ammazzato un fratello". Bracciante, delegato sindacale dell'Usb, Soumaila aveva approfittato di quel giorno di festa per aiutare Drame e Fofana, a costruire una baracca da chiamare "casa" nel ghetto di San Ferdinando. Insieme erano andati alla Fornace, ex fabbrica di mattoni sequestrata e abbandonata anni fa, da cui ì braccianti di tanto in tanto prelevano qualche vecchio pezzo di lamiera, magari non troppo compromesso.

"Non servono a nessuno, stanno lì ad arrugginire" spiega Drame. "Per chi vive nel ghetto invece sono fondamentali per costruire un riparo". Ma Antonio Pontoriero, 43enne di San Calogero, un pugno di case vicino all'ex Fornace, non la pensava cosi. Per lui quella fabbrica sequestrata era cosa sua. Nessuno doveva azzardarsi ad entrare. Per questo - hanno ricostruito i magistrati di Vibo Valentia - quel giorno ha sparato contro i neri. "Perché lo ha fatto?" si indigna ancora Drame. "Se pensava che non fosse giusto quello che stavamo facendo perché non ha chiamato la polizia? Non siamo animali da abbattere".

Anche Fofana si è salvato solo per miracolo. "Stavo trasportando delle lamiere sulla schiena e hanno deviato il proiettile che doveva colpirmi" racconta. È stato lui a correre per oltre dieci chilometri per raggiungere la stazione dei carabinieri e denunciare l'accaduto. "Ho pensato che solo loro ci potevano aiutare" dice. E nel reggino dove per molti "lo sbirro" è ancora il nemico, la sua sembra quasi una bestemmia. "Io invece" spiega Drame "mi sono avvicinato per vedere in faccia chi avesse sparato. Lui non mi ha riconosciuto, io sì". Ha memorizzato il viso, i vestiti che indossava, il modello e parte della targa dell'auto su cui si è allontanato. E ha riferito tutto agli investigatori che poco dopo hanno bussato a casa Pontoriero.

Conversazioni intercettate, tracce di polvere da sparo individuate sull'auto e sui vestiti hanno finito per inchiodare il 43enne, per il giudice "incline a non disdegnare il ricorso a sistemi oltremodo violenti, aggressivi e sbrigativi, onde tutelare i propri supposti interessi". E su quella zona non solo lui, ma tutta la sua famiglia interessi ne avevano eccome. Da anni occupavano e sfruttavano i terreni e un casolare semidiroccato. Pontoriero ha sempre proclamato la propria innocenza, ma inquirenti e investigatori non hanno mai avuto dubbi. L'arma che ha sparato però non è stata trovata e contro di lui, la testimonianza dei due braccianti rimane la "prova regina".

Anche per questo, dopo il suo arresto, per Drame e Fofana sono sorti seri problemi di sicurezza. Più volte qualcuno si è presentato in baraccopoli, pretendendo di sapere dove fossero. Allontanati dal ghetto in fretta, per alcune settimane i due testimoni sono stati costretti a vivere in un rifugio d'emergenza. Sicuro ma precario. Poi, la prefettura ha deciso di farsi carico del problema.

Ma per loro l'unica soluzione individuata è stato il trasferimento in un Cas, un centro di accoglienza straordinaria, dove prima della chiusura dei porti venivano ospitati i richiedenti asilo dopo lo sbarco. Un posto di transito, dove i più si limitavano ad aspettare il trasferimento in uno Sprar, destinato a fornire ai migranti gli strumenti necessari per integrarsi.

Ma era luglio. Sull'accoglienza già si annunciava un pesante giro di vite. Le navi cariche di disperati soccorsi in mare erano costrette a mendicare un approdo e sulla terraferma ai progetti venivano tolte le risorse, i Cas chiusi. Dopo qualche mese anche quello in cui vivevano Drame e Fofana ha chiuso i battenti e loro sono stati spostati. Ma non sono cambiati i loro problemi. "Avevamo da mangiare e dove dormire, ma per mesi siamo stati costretti a non fare niente" racconta Fofana. "Nel centro non c'erano programmi di inserimento e per un sacco di tempo non abbiamo avuto neanche i documenti per poter cercare un impiego".

Entrambi richiedenti asilo, quando Soumaila è stato ucciso il loro destino era ancora in mano alla commissione territoriale. Drame si era visto rigettare la richiesta e aveva presentato ricorso, Fofana attendeva risposta. Da testimoni, la loro permanenza in Italia è diventata fondamentale per il processo. Secondo le vecchie norme, il loro sarebbe stato il caso da manuale per la "protezione umanitaria". Poi è entrato in vigore il decreto Salvini e quel profilo è stato cancellato. Esiste un "permesso per motivi di giustizia" ma è valido solo per tre mesi, rinnovabile per il periodo necessario alla conclusione del processo o dell'inchiesta e difficilmente convertibile.

Il sindacato ha fatto pressione, Questura e Prefettura ci hanno messo del loro, e dopo mesi di studio, carteggi, incontri, per Drame e Fofana è arrivato il permesso per "casi speciali", di durata annuale, rinnovabile e convertibile in "permesso di lavoro". Una speranza non solo per loro, ma anche per la compagna di Drame e due cugini di Soumaila. "Ma i problemi restano" dice Fofana mentre si guarda le mani. "Io queste le ho sempre usate per mantenermi, da mesi non so come impiegarle".

Da quando si sono dovuti allontanare dal ghetto e dal lavoro nei campi con cui si mantenevano, l'Usb ha provveduto ad aiutarli, anche economicamente. Ma la cosa non potrà durare all'infinito. Nonostante l'omicidio di Soumaila abbia suscitato un'ondata di solidarietà, nessuna fra le cooperative antimafia, le aziende del circuito solidale, si è fatta avanti per offrire loro un impiego. Nessuna proposta o soluzione è arrivata dalle istituzioni locali o regionali.

"La prefettura" dicono "ci ha proposto il trasferimento in uno Sprar", fra i pochi rimasti in attività dall'entrata in vigore del decreto Salvini che li ha cancellati. "Lì" aggiungono "dovrebbero esserci dei programmi di inserimento lavorativo". Ma sono scettici perché al momento non c'è nulla di certo, e soprattutto, per la prima volta, dovranno dividersi. Drame andrà in uno Sprar per famiglie con la compagna, Fofana in uno per uomini. Dopo mesi di simbiosi, non potranno più guardarsi le spalle a vicenda. E forse anche per questo iniziano ad avere paura.

 

 

 



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