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Il vizio di destra e sinistra: etichettare morti e feriti

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di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 13 febbraio 2018

 

Una campagna elettorale faziosa ha avviluppato le storie di Pamela e dei sei migranti imprimendo loro un segno assurdamente di parte. Di che partito è il sangue? Dalla faglia nella coscienza nazionale aperta a Macerata torna a manifestarsi una cattiva abitudine che si sperava in via di guarigione: etichettare politicamente le vittime, brandirle come vessilli.

Esistono morti di destra e morti di sinistra? Alcuni feriti vanno arruolati nel campo progressista e altri in quello conservatore? Tutti, nel carosello di leader e gregari ingaggiati nel dibattito pubblico, vi risponderanno di no, certo, taluni persino con sdegno. Molti, tuttavia, comportandosi poi assai diversamente, quasi per un riflesso antico.

Le scorie di una campagna elettorale delegittimante e faziosa hanno avviluppato dunque volti e storie di ragazzi che abbiamo conosciuto in questi giorni: Pamela, la diciottenne massacrata in casa dello spacciatore nigeriano Innocent Oseghale, e i sei migranti colpiti dalla pistola di Luca Traini (Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson, Omar e Festus). Imprimendo loro un segno, una tonalità assurdamente di parte.

Nel corteo antifascista sfilato sabato a Macerata in solidarietà con le vittime di Traini (e sporcato da alcune pessime parole d'ordine), Pamela era quasi del tutto assente: niente slogan né striscioni. Mancanza difficile da spiegare per un popolo di sinistra attento al tema del femminicidio, se non ipotizzando motivazioni forse inconsapevoli ma certo meno nobili: la ragazza romana che tentava di disintossicarsi in una comunità maceratese è forse da considerarsi "vittima di destra" in quanto ammazzata da migranti che richiedono asilo ma trafficano eroina? La sua morte porta con sé l'imbarazzante sotto-testo che l'immigrazione, a certe condizioni, può essere pure un grande male e solo per questo va rimossa dalla narrazione progressista?

Del resto Pamela è stata usata dialetticamente proprio dalla destra sovranista come argomento a confutazione di un'analisi priva di indulgenze sul profilo terrorista di Traini. "Quello è un pazzo, pensate piuttosto a Pamela!" è stato in molti talk televisivi il mantra contrapposto all'allarme per un raid da Ku Klux Klan senza precedenti in Italia; con allegato un altro inquietante sotto-testo: l'indignazione collettiva contro gli spacciatori nigeriani che infestano Macerata rende forse in qualche modo "collettivo" e meno infame anche sparare per strada con una Glock? E i sei migranti (del tutto innocenti ed estranei allo spaccio), finiti nel mirino di un leghista virato poi verso il puro fascismo armato, sono da considerarsi perciò "vittime di sinistra" e sol per questo da esorcizzare nel dibattito della destra?

Di certo, se gli antifascisti convenuti a Macerata hanno perso una grande occasione per commemorare anche una ragazzina annientata dalla violenza di maschi feroci (neri o bianchi, davvero cambia?), Matteo Salvini, che aveva candidato Traini alle Comunali del 2017, ne ha persa una altrettanto preziosa non andando in ospedale al capezzale dei sei migranti feriti.

Abbiamo bisogno più che mai di ritrovare gesti di riconciliazione: se questa è oggi la politica, non sorprende che la gente comune non vada più in piazza. L'Italia è del resto un terreno accidentato in certi incroci della storia. La nostra vicenda repubblicana è segnata da divisioni profonde, da una guerra civile chiusa in apparenza ma rimasta latente per due o tre decenni dopo la Liberazione. Dal conseguente orrore degli Anni di piombo, nei quali ciascuna fazione onorava i propri morti e vituperava quelli altrui, spesso alterando ricostruzioni e responsabilità (si pensi alle mistificazioni e ai depistaggi sui fratelli Mattei o su Valerio Verbano).

La Seconda repubblica aveva fatto passi importanti per superare l'appartenenza del sangue. Grazie a un grande presidente come Carlo Azeglio Ciampi e allo sforzo di costruire una memoria condivisa attorno a un simbolo comune: il tricolore. Ma, forse, anche grazie a una logica maggioritaria che, tenendo unite più o meno a forza le coalizioni, smussava le punte estreme alla ricerca di un bipolarismo più maturo anche nei simboli e nelle parole d'ordine.

Questa Terza repubblica, scaturita nel caos da un cambio di sistema elettorale che torna a enfatizzare le piccole identità, pare sospingerci indietro di decenni anche sul terreno del riconoscimento reciproco. Ma almeno questo è un prezzo che non possiamo pagare. Le vittime non hanno colore, nemmeno colore politico: sono tutte vittime italiane (anche chi non ha il nostro passaporto). Le storie di Pamela e dei sei migranti feriti a Macerata ci interpellano e ci impegnano in egual misura. Solo quando sapremo dirlo con chiarezza potremo riportare in una piazza repubblicana i cittadini che adesso non ci credono più.

 

 

 

 

 

 

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