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Il diritto penale va adattato ai tempi

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di Andrea R. Castaldo

 

Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2018

 

Il diritto penale si muove secondo uno schema classico poco funzionale che fronteggia il reato attraverso un apparato repressivo disancorato dalla realtà. La tradizione (della norma e della teoria che la giustifica) contro l'evoluzione (della criminalità). Ricorda le battaglie navali di un tempo: un gran dispiego di cannoni la cui modesta gittata non impensieriva il nemico. E nel campo del diritto penale economico lo scollamento è ancora più vistoso. Per questo andrebbero create le basi per una serena discussione e una costruttiva riforma.

Il diritto penale classico è rimasto fedele a un'architettura di interni modellata sull'autore del reato persona fisica, sull'azione dolosa, sull'evento di danno, sulla lesione di un bene materiale. Il tutto all'interno di confini nazionali sovrani. Non è difficile notare l'obsolescenza, persino culturale, dell'impronta genetica. Specie nel campo economico-finanziario ciascuno dei pilastri indicati ha visto erose in profondità le iniezioni di cemento, poggiando su fragili fondamenta virtuali. Il soggetto attivo trasla sul versante della persona giuridica, combinandosi con fattispecie che risentono di una défaillance nell'organizzazione gestionale d'impresa, la colpa soppianta il dolo, perché così esigono la società del rischio e il principio di precauzione. Il che, come immediata conseguenza, comporta l'anticipazione del baricentro dell'incriminazione dal danno al pericolo.

Della materialità, così, resta ben poco. Il mercato delle merci si muove con transazioni liquide, la borsa scambia secondo parametri di volatilità e la criptovaluta cancella definitivamente il dogma della banconota frusciante, per affermare il paradigma della finanziarizzazione della ricchezza.

Sarebbe ingeneroso negare che nel frattempo nulla sia stato fatto; nel campo ad esempio della lotta al riciclaggio e alla corruzione si è insistito (condivisibilmente) sul versante preventivo, accentuando il controllo a monte. Tuttavia si è trattato di interventi spot, privi di un filo conduttore e di un respiro comune unificante, che hanno finito per creare disarmonia all'interno di un sistema riformato a spicchi.

Ma il vero tallone d'Achille è nel processo: qui l'impianto complessivo annaspa in codici linguistici superati. A partire dal rito, disegnato secondo un copione unico che si ripete in modo ossessivo e monotono per bagatelle e stragi, refrattario all'importanza degli interessi in gioco. Proseguendo con formalismi esasperati, solo apparentemente figli delle garanzie, di fatto principali responsabili del loro tradimento. Fino ad arrivare alla comunicazione, vero protagonista sul banco degli imputati: nell'epoca del tweet la motivazione è inutilmente lunga e ripetitiva.

Non meravigliano allora i tempi biblici della giustizia, le polemiche sugli organici e i capitoli di spesa. E neppure il paradosso della prescrizione da dilatare (tema tristemente tornato di attualità), dove il rimedio è curiosamente l'affermazione del male (appunto, allungare ancor più la durata del processo).

Si rende necessaria dunque un'operazione di svecchiamento. Tra l'altro a costo zero, anzi creando un risparmio da destinare a investimento, contrastando l'ulteriore effetto degenerativo della burocrazia. È una questione di buona volontà, magari da sollecitare con un nudge, la spintarella gentile.

 

 

 



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