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Il Colle si smarca dal ministro. E sui dubbi deciderà la Consulta

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di Ugo Magri

 

La Stampa, 4 gennaio 2019

 

Dal Quirinale ricordano come il provvedimento sia stato oggetto di continue "limature". Alla fine Mattarella firmò ma non nascose le preoccupazioni per il rispetto dei diritti umani. Salvini che si nasconde dietro a Mattarella: chi l'avrebbe mai immaginato?

Di certo, nessuno tra i frequentatori del Colle. Dove l'autodifesa del ministro ("Se c'è una legge firmata dal presidente della Repubblica si rispetta, troppo facile applaudire il discorso di fine anno e due giorni dopo sbattersene") viene registrata con un certo stupore. Non in quanto Salvini si sia preso la libertà di tirare in ballo la massima carica dello Stato, abitudine quanto mai diffusa, ma perché le cose non sono andate esattamente come il vice-premier vuole far credere.

In particolare, i giuristi di casa al Quirinale contestano che la firma al decreto sicurezza potesse valere come certificazione Doc, marchio di garanzia o addirittura quale condivisione di Mattarella nel merito del provvedimento. Niente di tutto ciò, sostengono, per un paio di ragioni. La prima, nota a chiunque sappia un po' di diritto, è che il presidente non può né deve passare le leggi ai Raggi X. A ciò provvede la Consulta, nel caso in cui venga chiamata in causa. Il Capo dello Stato deve limitarsi a controllare che una legge o un decreto non siano in clamoroso contrasto con la Costituzione.

Le prime versioni del famoso decreto facevano effettivamente a pugni con i principi fondamentali della nostra Carta, ed è la ragione per cui tra Quirinale e Viminale si registrò un andirivieni di testi, talmente fitto che a un certo punto s'era perfino smarrita la contabilità delle bozze. Questo tira-e-molla si trascinò per una dozzina di giorni, con Salvini che mordeva il freno, fremeva dall'impazienza, ma nello stesso tempo accettava una quantità di "limature" suggerite dai "giuristi del Colle" di cui le cronache diedero ampiamente conto.

A forza di correzioni, finalmente il decreto entrò nel limbo delle leggi di dubbia costituzionalità, quelle che un domani la Consulta potrebbe bocciare (e probabilmente lo farà), ma nessuno può stabilirlo in anticipo con certezza, nemmeno un ex giudice costituzionale qual è il Capo dello Stato. Che dunque, a quel punto non poté esimersi dall'apporvi la propria firma pur senza condividere lo spirito del decreto e tantomeno il contenuto.

Di questo si può stare assolutamente certi. La prova che si trattò di un atto tormentato (ma al tempo stesso dovuto) viene fornita dalla lettera al premier con cui Mattarella accompagnò la firma al decreto sicurezza: "Restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato", scrisse il 5 ottobre scorso. Cioè nell'applicazione pratica si dovranno rispettare i principi di umanità che sono a fondamento della nostra Repubblica e dei trattati cui abbiamo aderito.

Non è normale che un via libera venga accompagnato da preoccupazioni del genere, in cui quasi si prefigura la rivolta dei sindaci. Salvini alzò le spalle. "Sì, ma non vogliamo passare per fessi", fu il suo commento seccato alla lettera presidenziale. Sono trascorsi appena tre mesi, e adesso quel braccio di ferro col Quirinale viene magicamente rovesciato nel suo contrario.

Da controllore pignolo, Mattarella si trasforma in alleato prezioso. Se non fosse vissuto nel Settecento, il moralista La Rochefoucauld vi avrebbe trovato la prova definitiva della sua teoria: "L'ipocrisia", sosteneva, "è il vizio che rende omaggio alla virtù".

 

 

 



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