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Il Codice rosso già esisteva, inapplicato. Lo strano caso delle norme da "ribadire"

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di Alessandro Parrotta*

 

Il Dubbio, 11 aprile 2019

 

Il 3 aprile scorso la Camera dei deputati ha approvato la legge sul "Codice Rosso". Tuttavia avendo analizzato il testo, la domanda che sorge spontanea in chi quotidianamente si occupa di queste materie, è se fosse davvero necessaria l'approvazione di un provvedimento del genere. Non si fraintenda: la ratio del progetto è assolutamente lodevole e lontana dal poter essere bersaglio di qualsivoglia "censura".

Tuttavia, concentrandosi sulle questioni meramente tecniche e mettendo da parte le ragioni politiche sottese all'approvazione della legge, occorre chiedersi se il "Codice Rosso" sposti davvero gli equilibri. Se davvero cioè sia in grado di mettere a disposizione della magistratura e delle vittime nuovi strumenti.

La riforma mira a velocizzare l'instaurazione del procedimento e l'adozione di eventuali misure cautelari. In questo senso, il provvedimento prevede che, nei casi di delitti di genere, gli agenti di polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, riferiscano immediatamente al pubblico ministero, anche mediante comunicazione orale, alla quale seguirà senza ritardo quella scritta.

È doveroso evidenziare come, a livello procedurale, tutti gli strumenti disciplinati dalla riforma, vi siano già. Basta solo utilizzarli. In particolare, per quanto riguarda l'iscrizione della notizia di reato, il codice di rito all'articolo 335 prevede già ora che il pubblico ministero iscriva immediatamente ogni notizia di reato che gli pervenga. In questo senso, la riforma non sposta, dunque, gli equilibri formali.

Ciò che invece cambia è la classificazione di alcune tipologie di reato secondo un codice di importanza ("rosso"), che velocizzerà il corso delle relative indagini. Ma ragioniamo: è davvero necessario e soprattutto utile per la giustizia italiana creare delle procedure a doppia velocità, senza, peraltro, disciplinarne le modalità in maniera puntuale ed organica? Se, per esempio, alla Procura della Repubblica perviene la notizia di un reato di stalking, questa dovrebbe, secondo la nuova normativa, far accantonare le altre indagini - che magari riguardano un reato di omicidio o di spaccio internazionale di stupefacenti - per dare assoluta priorità, invece, al predetto reato?

L'esempio è volutamente forzato ma non pare lontano dalla realtà: chi deciderà quali ipotesi meritano di essere accantonate a favore dei reati di genere? Il rischio è quello di andare a creare non soltanto delle categorie di reati con diverse "velocità" ma addirittura fattispecie penali di "seria a" e "serie b".

Questo fa riflettere. Eppure, come già detto, gli strumenti per contrastare i fenomeni di violenza sulle donne sono puntualmente disciplinati dal codice di procedura penale nel libro quarto, rubricato proprio "Misure Cautelari". In questo senso, occorre rilevare come il pm, sotto il costante vaglio del gip, possa già adesso immediatamente sottoporre l'ipotetico responsabile ad una misura restrittiva, nelle more del processo, per tutelare la persona offesa.

Lo stesso pubblico ministero ha, peraltro, anche la possibilità di convocare immediatamente la persona offesa per sentire le sue dichiarazioni. Forse, anziché ribadire e rafforzare procedure e strumenti già disciplinati, sarebbe stato opportuno agire sul piano dell'organico in forza presso i Palazzi di Giustizia. In tal senso, l'emblema della grave crisi d'organico che stanno vivendo i Tribunali, le Procure e le Corti è il caso di Stefano Leo.

Peraltro, lo stesso infortunio valutativo è stato compiuto, a parere di chi scrive, con la legge spazza corrotti, riforma che ha modificato la norma della prescrizione, sancendo che questa sia sospesa dopo la sentenza - di condanna o assoluzione - di primo grado e ritenendo, infondatamente, che questa fosse la via per abbreviare la durata dei processi.

È in questo senso che il provvedimento sulla violenza di genere risulta perlomeno incompleto: se da un lato, infatti, l'inasprimento delle pene dal punto di vista del diritto sostanziale ha una sua riconoscibile, seppur assai discutibile "ratio", dall'altro lato è doveroso, dal punto di vista tecnico, annotare come il ddl "Codice Rosso" porti con sé troppe carenze logico- giuridiche che rischiano di complicare ulteriormente la - già grave - situazione delle Procure e dei Tribunali italiani, a discapito anche delle persone offese e degli avvocati.

*Direttore Ispeg - Istituto degli studi politici, economici e giuridici

 

 

 

 

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