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Il bunker delle libertà

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di Bernard Guetta*

 

La Repubblica, 10 marzo 2019

 

Dopo l'ansia, mi rassereno. Le libertà, mi dico, non sono dinosauri. Non sono in via d'estinzione, ma no, perché niente è cambiato dopo il suicidio di Hitler e l'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani. Le democrazie sono in minoranza, come sono sempre state. Nelle dittature si manda la gente in carcere e la si tortura, ma non è una novità e, passata una brutta nottata, mi preparo un espresso doppio.

Il ronzio della macchina del caffè è rassicurante, ma non faccio in tempo a berlo tutto che... ecco, mi riprende, non l'ansia del dormiveglia, ma qualcosa di peggio: i fatti, la Ragione, la realtà di questo inizio secolo, perché insomma...

Le democrazie non sono inferiori di numero rispetto al passato, ma hanno perduto gran parte del loro peso, mentre quello delle dittature è molto aumentato. C'è la Cina, certo, ma la sua ascesa permette alla Turchia, all'Iran, all'Arabia Saudita, all'Egitto, alle Filippine di Duterte, al Brasile di Bolsonaro, all'Ungheria di Orbán e, ovviamente, alla Russia di Putin di giocarsi o rigiocarsi le rispettive carte a livello regionale o planetario.

Con gli Stati falliti diventati buchi neri, il mondo è entrato in un'anarchia che nessun gendarme può o vorrebbe affrontare più. Il secondo motivo per cui temere gli sviluppi di questi fattori liberticidi che sono il caos mondiale e il ritorno alle grandi guerre è che stiamo uscendo, senza nemmeno esserne consapevoli, dalla lunga epoca iniziata nel XVIII secolo.

Dai tempi dell'Illuminismo, della Rivoluzione francese e da quella americana nessuno ha messo più in discussione i valori di libertà, democrazia, rispetto delle minoranze e diritti dell'individuo. Questi valori non erano rispettati a livello universale, sia chiaro, perché perfino le democrazie più grandi se ne facevano beffe allegramente, ma non si poteva criticare la Dichiarazione dei diritti umani, non più di quanto si possano criticare i Dieci comandamenti.

Adesso non è più così. Le dittature si fanno pochi scrupoli a definirsi per quel che sono, mentre sempre più intellettuali, correnti politiche e governi respingono e criticano il liberalismo, accusato di essere un semplice strumento di supremazia delle potenze occidentali. Ripudio del secolo dei Lumi, questa reazione ha acquisito diritto di cittadinanza fin nel cuore dell'Unione europea e addirittura negli Stati Uniti, il cui presidente - proprio come Erdogan, Putin, Orbán o Xi - osteggia apertamente l'indipendenza del ramo giudiziario e la libertà di stampa. Oggi il mondo sta cambiando perché tutti hanno paura.

Gli Stati Uniti hanno paura di essere sorpassati dalla Cina, che ha paura che gli americani vogliano arrestarne lo sviluppo interrompendo le esportazioni. Gli europei hanno paura che le loro tutele sociali siano rimesse in discussione dal libero scambio, dalla delocalizzazione delle industrie e dall'immigrazione. I piccoli Stati dell'Unione europea temono di perdere i loro privilegi competitivi, inducendo così un'armonizzazione fiscale e sociale delle economie dell'Unione. I Paesi arabi hanno paura che la potenza persiana possa rinascere. Tutti temono la violenza attraverso la quale, fatalmente, passerà la definizione dei nuovi rapporti di forza internazionali e tutte queste paure e altre ancora inducono a provare nostalgia per le frontiere e portano al proliferare di nazionalismi che annunciano la guerra come il vento la tempesta.

Che fare allora? Continuare a marciare verso il baratro in preda a una sensazione di inesorabilità? Cedere al fatalismo del tutti contro tutti? Abbiamo già assistito a eventi di questo tipo nel corso della Storia, ma a noi europei resta un ideale da difendere, questa unità europea che può essere lo strumento di una stabilizzazione internazionale.

Bunker delle libertà, delle tutele sociali e della ridistribuzione della ricchezza, l'Europa unita può contribuire allo sviluppo dell'altro litorale del Mediterraneo, scoprirvi risorse per una crescita diversa e duratura, rendere stabile il continente Europa con un accordo di cooperazione e di sicurezza con la Federazione russa e contrapporre al caos dirompente la volontà di strutturare questo secolo con il dialogo e la negoziazione. Unita, l'Europa può riuscirci, all'unica condizione di ricordarsi che quando si vuole si può. Non è un sogno. È l'alba di un nuovo giorno.

 

*Traduzione di Anna Bissanti

 

 

 

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