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Ha ragione padre Zanotelli: migranti, è il momento di rompere il silenzio

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di Valter Vecellio

 

Il Dubbio, 5 luglio 2018

 

Non bene: benissimo, ha fatto Il Dubbio, a pubblicare "l'appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani". Non bene: benissimo ha fatto Zanotelli ha concepirlo, scriverlo, diffonderlo. Ha ragione: occorre rompere il silenzio sull'Africa e su quello che in quel continente accade. "Rompere" nel senso che a questa "rottura" gli dà Leonardo Sciascia: "Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto tra le stupidità e la violenza che si viene manifestando; rompere l'equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuole dirla con linguaggio ed immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata". È davvero scoccata l'ora delle "rotture", davvero è giunto il tempo di "rompere". Sì.

È inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudun, dove si consuma una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell'Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent'anni con milioni di rifugiati interni ed esterni... Tutto, come dice padre Zanotelli è inaccettabile, e poco importa se si sia credenti, non credenti, o in altro dalle chiese ufficiali credenti. È inaccettabile. Questa deve essere la parola d'ordine. Il kantiano categorico imperativo. "Non possiamo rimanere in silenzio", ci implora Zanotelli, "davanti a un'altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi".

Shoah, olocausto, sterminio: non si era esagerati, allora, quando si usavano questi termini che evocano la bestialità nazista. Si era nel giusto... Si era nel giusto fin dal 24 giugno 1981 (un'era geologica fa!) quando Marco Pannella e il pugno di radicali che si era allora, lanciò il Manifesto contro lo sterminio per fame nel mondo.

Quel 24 giugno 1981, il Partito radicale diffondeva nelle maggiori capitali dell'Occidente un documento contro lo sterminio per fame sottoscritto da un centinaio di Premi Nobel. Era la risposta, politica, degli uomini di scienza all'indifferenza dei governi, dei mass media e dei singoli alle spaventose cifre che annunciavano la sicura morte di milioni di persone per fame nel Sud del mondo. Il Manifesto indica con precisione cosa fare per porre fine all'olocausto dei nostri giorni.

Rileggiamolo, quel documento, ha una drammatica attualità: "Noi sottoscritti, donne e uomini di scienza, di lettere, di pace, diversi per religione, storia, cultura, premiati perché ricerchiamo, onoriamo e celebriamo verità nella vita e vita nella verità, perché le nostre opere siano testimonianza universale di dialogo, di fraternità e di civiltà comune nella pace e nel progresso, noi sottoscritti rivolgiamo un appello a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, ai potenti ed agli umili, nelle loro diverse responsabilità, perché decine di milioni di agonizzanti per fame e sottosviluppo, vittime del disordine politico ed economico internazionale oggi imperante, siano resi alla vita. Un olocausto senza precedenti, il cui orrore comprende in un solo anno tutto l'orrore degli stermini che le nostre generazioni conobbero nella prima metà del secolo, è oggi in corso e dilata sempre più, ogni attimo che passa, il perimetro della barbarie e della morte, nel mondo non meno che nelle nostre coscienze. Tutti coloro che constatano, annunciano e combattono questo olocausto sono unanimi nel definire come innanzitutto politica la causa di questa tragedia.

Occorre quindi una nuova volontà politica e un nuovo specifico organizzarsi di questa volontà, che siano direttamente e manifestamente volti - con assoluta priorità - a superare le cause di questa tragedia e a scongiurarne subito gli effetti. Occorre che un metodo ed una procedura adeguati, fra i tanti esistenti o immaginabili, vengano subito prescelti o elaborati e attuati; occorre che un sistema di progetti convergenti e corrispondenti alla pluralità delle forze, delle responsabilità, delle coscienze li sostanzi.

Occorre che le massime autorità internazionali, occorre che gli Stati, occorre che i popoli - troppo spesso tenuti all'oscuro della realizzabilità piena di una politica di vita e di salvezza - così come già chiedono, angosciate, alcune tra le massime autorità spirituali della terra, operino unendosi o uniti nell'operare, con obiettivi puntuali, certi e adeguati perché venga attaccata, colpita e vinta, nelle sue sedi diverse, la morte che incalza, dilaga, condanna ormai una grande parte dell'umanità.

Occorre ribellarsi contro il falso realismo che induce a rassegnarsi come ad una fatalità a quel che invece appartiene alla responsabilità della politica ed al "disordine stabilito". Occorre realisticamente lottare perché il possibile sia realizzato e non consumato, forse per sempre. Occorre che si convertano in positivo sia quegli assistenzialismi che danno soprattutto buona coscienza a buon mercato e che non salvano coloro cui si rivolgono, sia quelle crudeli e infeconde utopie che sacrificano gli uomini di oggi in nome di un progetto d'uomo e la società di oggi in nome di un progetto di società. Occorre che i cittadini e i responsabili politici scelgano e votino, ai rispettivi livelli, elettorali o parlamentari, governativi o internazionali, nuove leggi, nuovi bilanci, nuovi progetti e nuove iniziative che immediatamente siano volti a salvare miliardi di uomini dalla malnutrizione e dal sottosviluppo, e centinaia di milioni, per ogni generazione, dalla morte per fame.

Occorre che tutti e ciascuno diano valore di legge alla salvezza dei vivi, al non uccidere, e al non sterminare, nemmeno per inerzia, nemmeno per omissione, nemmeno per indifferenza. Se i potenti della terra sono responsabili, essi non sono gli unici. Se gli inermi non si rassegneranno ad essere inerti, se dichiareranno sempre più numerosi di non obbedire ad altra legge che a quella, fondamentale, dei diritti degli uomini e delle genti, che è in primo luogo Diritto, e diritto alla vita; se gli inermi andranno organizzandosi usando le loro poche ma durature armi - quelle della democrazia politica e le grandi azioni nonviolente "gandhiane" prefiggendosi e imponendo scelte ed obiettivi di volta in volta limitati ed adeguati; se questo accadesse, sarebbe certo, così come oggi è certamente possibile, che il nostro tempo non sia quello della catastrofe.

Il nostro sapere non può consistere nel contemplare, inerti e irresponsabili, l'orrida fine che incombe. Il nostro sapere, che ci dice che l'umanità intera è essa stessa e sempre più in pericolo di morte, non può che essere scienza della speranza e della salvezza, sostanza delle cose da noi tutti credute e sperate. Se i mezzi di informazione, se i potenti che hanno voluto onorarci per i riconoscimenti dei quali siamo stati insigniti, vorranno ascoltare e far ascoltare anche in questa occasione la nostra voce e l'opera nostra e di quanti in queste settimane stanno operando nel mondo nella stessa direzione, se le donne e gli uomini, se le genti sapranno, se saranno informati, noi non dubitiamo che il futuro potrà essere diverso da quello che incombe e sembra segnato per tutti e nel mondo intero. Ma solo in questo caso. Occorre subito scegliere, agire, creare, vivere, fare vivere".

In quei nove accorati "occorre" c'è tutto quello che andava fatto, che si deve fare. E fin da allora si ravvisava come urgente, necessario, fondamentale, perseguire e conquistar il diritto al diritto; e il diritto umano e civile al sapere, alla conoscenza. Ieri, oggi, domani. È una lunga marcia, padre Zanotelli. Farla insieme sarà meno faticoso.

 

 

 



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