Guinea Equatoriale: Berardi libero dopo 1.000 giorni di carcere, ma battaglia non è finita

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Askanews, 21 luglio 2015

 

"La battaglia non è finita. Mi sento ancora in pericolo, minacciato fisicamente. Ma non solo io. In quel Paese c'è una violenza sistematica e organizzata contro gli stranieri e anche contro la popolazione locale". La denuncia, forte e perentoria, arriva da Roberto Berardi, l'imprenditore italiano rilasciato dopo due anni e mezzo di prigionia in Guinea Equatoriale e rientrato in Italia il 14 luglio.

Nella conferenza stampa organizzata da Amnesty International Italia nella sua sede romana, Berardi - socio d'affari in un'impresa di costruzione e progettazione col figlio maggiore del presidente Obiang, Teodorin Nguema Obiang e arrestato dopo aver denunciato un ammanco di milioni di dollari nella società - ha raccontato il suo calvario, alla presenza anche dei familiari di altri italiani detenuti nell'ex colonia spagnola. Lo ha fatto perché convinto che solo una "diplomazia forte" può averla vinta su quella che ha definito una "dittatura vecchio stile, una dittatura dimenticata", quella della famiglia Obiang. Ma anche perché certo che "gli altri detenuti sono stati presi in ostaggio per la sua liberazione".

"Ho il dovere di aiutarli", ha detto Roberti, "di aiutare loro ma anche un popolo intero, perché sono migliaia gli stranieri e i locali" detenuti nelle carceri del Paese dopo processi sommari. I cittadini italiani ancora in carcere sono Fabio Galassi, il figlio Filippo Galassi e Daniel Candio. Agli arresti domiciliari Fausto Candio, padre di Daniel e un tecnico, Andrea, di cui non si vuole diffondere il cognome. "Il mio caso - ha spiegato Berardi - è diventato fondamentale per il regime degli Obiang, perché ha messo in luce la loro metodologia" di trasferimento dei fondi tramite conti paralleli, grazie anche alla complicità della Banca centrale africana, verso le banche di altri Paesi nel mondo intero.

Milioni e milioni di dollari frutto dei proventi dell'industria petrolifera e sottratti al popolo della Guinea. "Ma sono arrivati al termine, sanno che hanno bisogno di altri ostaggi per poter negoziare la loro salvezza, perché ormai sono sempre di meno i posti al mondo dove possono sentirsi al sicuro", spiega Berardi, convinto che la sua liberazione, avvenuta dopo aver scontato tutta la pena e anche 50 giorni di più, sia stata possibile solo grazie all'intervento delle diplomazie americana e francese. Secondo il suo avvocato lo scopo del suo arresto era di impedirgli di testimoniare davanti al dipartimento di giustizia americano in merito alla presunta corruzione di Teodorin.

"Quasi mille giorni di prigionia, 18 mesi di isolamento totale, frustato, torturato in una stanza delle torture, al termine di un processo farsa con un avvocato d'ufficio che non conosceva il caso", accusato di riciclaggio e peculato. Il racconto di Roberto Berardi, che in questi 960 giorni ha perso 32 chilogrammi, fa rabbrividire.

A quelli già noti si aggiungono anche altri dettagli, se così possono essere definiti, come quello della morte in Guinea Equatoriale "in uno strano incidente" dell'architetto e suo braccio destro nella società Eloba. Ma anche il racconto di una fuga di notte dal carcere, avvenuta nel luglio 2013, e la porta rimasta chiusa del consolato spagnolo, con "il mio rientro in carcere per lo stesso canale di uscita".

Al termine della conferenza stampa il presidente di Amnesty, Antonio Marchesi, ha parlato di un "epilogo positivo, che però non deve far dimenticare che nelle carceri della Guinea ci sono ancora centinaia di stranieri". Marchesi ha rivolto un appello alle diplomazie dei paesi occidentali e alle autorità italiane "per una politica estera diversa, che non dimentichi, in sede di rapporti bilaterali, la questione dei diritti umani".