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Gran Bretagna. Via le sbarre alle finestre delle celle, sono troppo "punitive"

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di Giuseppe Gaetano

 

Corriere della Sera, 10 gennaio 2019

 

Rivoluzione in arrivo nelle prigioni britanniche. Le parole "detenuti" e "celle" sostituite con "persone" e "stanze": secondo uno studio finanziato dal governo favoriranno la riabilitazione dei detenuti.

Mai più sbarre alle finestre nelle future prigioni di Sua Maestà. La novità dopo uno studio finanziato dal governo britannico, messo in guardia dagli effetti negativi della tetra immagine della "gabbia" sulla psiche e, dunque, sul recupero dei detenuti. Anzi, presto costoro non saranno neanche più chiamati così.

Stop alle sbarre - Le sbarre, orizzontali o verticali, saranno tutte sostituite da doppi vetri rinforzati e infrangibili, ancora più sicuri per chi teme che la riforma rappresenti un invito alla grande fuga: lo prevede un progetto triennale finanziato dai contribuenti, che rivedrà così l'architettura dei nuovi penitenziari in costruzione, per aumentare le chance di riabilitazione di chi sta scontando un reato "normalizzando il suo ambiente di vita".

Non è solo un problema di linguaggio politically correct, ma soprattutto una questione psicologica. Del resto con i nuovi sistemi di videosorveglianza, le grate hanno perso ogni funzione pratica, conservando però il significato simbolico di luogo deputato esclusivamente alla penitenza più che, come dovrebbe essere, a un'occasione di riscatto nei confronti della società e di se stessi. Un altro piccolo passo avanti dunque nell'ammodernamento del sistema carcerario occidentale dai tempi della palla al piede, del pigiama a righe e dei lavori forzati, che rendeva gli ospiti dei penitenziari più simili a schiavi in una miniera che a delle persone bisognose (anche) di essere rieducate, per il loro e nostro bene.

Il glossario - Ma non è finita. Per far fronte alla dilagante violenza, in particolare a Londra (l'ultimo efferato omicidio martedì sera: un 14enne ucciso con 7 coltellate per aver tamponato un'auto con lo scooter), il Regno Unito vuole ripensare anche il "vocabolario carcerario". Le parole che usiamo nei differenti sinonimi sono importanti, circoscrivono un orizzonte di senso ed esprimono una visione del mondo. E così Yvonne Jewkes, docente di criminologia all'Università di Bath, sta conducendo in questi giorni un secondo studio - anch'esso finanziato insieme al primo dai contribuenti con quasi 700mila euro - per stabilire se usare i termini "uomini" e "stanze" al posto di "detenuti" e "celle" non possa a sua volta favorire, tramite il meccanismo dell'autostima, il reintegro nel tessuto sociale.

"Trattare i detenuti con fiducia, rispetto e dignità - sostiene il professore - li incoraggia a investire nel loro futuro, a progettare il domani". Le teorie sono state già messe in pratica nella prigione di Berwyn, la più grande dell'Inghilterra, inaugurato l'anno scorso e che a regime ospiterà oltre 2000 criminali di categoria C a basso rischio. A dirla tutta le progressiste teorie di Jewkes contemplerebbero anche pc portatili, bar con tè caldo e panini, camere singole, più ore d'aria in cortile e libere uscite. Ma si rende conto da solo che, con tanta magnanimità, l'opinione pubblica lo sbranerebbe.

 

 

 

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