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Giustizialismo, l'anima illiberale del diritto che uccide le garanzie

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di Cecchino Cacciatore

 

Il Mattino, 16 aprile 2018

 

Il giustizialismo è il contrario del garantismo e non mi piace. Trasforma - come il direttore del Mattino Alessandro Barbano argomenta nel suo ultimo saggio "Troppi diritti, l'Italia tradita dalla libertà" - la giustizia in totalitarismo, promettendo un riscatto morale da spacciare per catarsi. Assume il volto di un contro potere, subordinando e comprimendo i diritti individuali e, dal momento che è dannoso per le sue finalità considerare la libertà un'energia in continua espansione, esso deve sacrificare la persona in nome di una giustizia assoluta, senza compromessi, salvifica.

In tal modo - aggiunge Barbano - la variabile giudiziaria insiste sul destino della politica o dell'amministrazione: sete di giustizia e china illiberale. In estrema sintesi, è questo il commento che si potrebbe fare alla lettura del programma di riforma del processo penale ideato dal Movimento Cinque Stelle.

La tendenza che si coglie è quella di una ipertrofia della dimensione penale, facendone uno strumento di controllo pervasivo sulla politica e sulla vita dei cittadini. In verità, c'è da concordare con Barbano allorché sostiene con fondamento che il viatico perverso è anche da individuarsi in quella risposta alla piazza che consiste nel prevedere la sospensione dall'incarico di un amministratore pubblico, per un periodo di almeno diciotto mesi, per i condannati, anche solo in primo grado, per reati quali l'abuso in atti di ufficio e chiamata Legge Severino.

Di lì, a cascata, quello che Barbano definisce pensiero securitario; per costruire - lo ha addirittura detto Violante - una città giudiziaria nella quale prevalga una concezione autoritaria della vita pubblica. Pensiero securitario, dunque, che impone in tutte le relazioni civili il ricorso al sospetto e nel processo penale la progressiva riduzione di spazi di garanzia propri del contraddittorio.

Di conseguenza, sulla base dell'orrendo principio secondo cui in Italia non esistono innocenti, ma colpevoli da stanare, si grida populisticamente alla paura e ai bisogni che sia urgente estendere le intercettazioni a un catalogo di reati ancora più ampio ed effettuarle con modalità ancora più invasive; stabilire premi economici per coloro che siano venuti a conoscenza di irregolarità e che facciano la soffiata; provocatori che sollecitino reati; legittimare, come nel caso di sequestri e misure di prevenzione, la valorizzazione delle mere congetture tralasciando di acquisire prove piene. A coloro i quali credono che un tale programma per il futuro non sia portatore di nefasti approdi, vorrei proporre la seguente riflessione finale.

Si tratta di un diritto penale mosso unicamente - come di recente ha scritto Insolera - dalla dismisura del male e che ha come logico scopo la realizzazione dell'idea di affrontare con lo strumento della giustizia una ricostruzione storica in cui non vi sia spazio per altro che non sia sanzione da infliggere da parte dei vincitori, dannando la memoria dei vinti. Solo che il diritto, e in particolare la giustizia penale - ancora Insolera - ha sempre interagito con i conflitti politici, sin dalle vicende della democrazia ateniese (il processo dopo la battaglia delle Arginuse è un esempio). È un rapporto antico e dunque arcinoto.

È noto, cioè, che tutte le volte che la giustizia penale è stata condizionata da costruzioni esterne della memoria di un popolo (vedi il fascismo) per il sostentamento anche per via giudiziaria di ideologie politiche e per la ricerca del consenso, il risultato finale è stato un doloroso congedo dall'attenzione garantista nei confronti dei fondamentali diritti civili.

 

 

 

 

 

 

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