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Giustizia: quell'insopportabile isteria che si scatena alla parola "intercettazioni"

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di Giovanni Flora (Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane)

 

Il Garantista, 1 agosto 2015

 

Non appena qualcuno decide di disciplinare in modo civile la scottante materia delle intercettazioni, sottraendola al selvaggio "fai da te" che di fatto ora la governa, scoppia puntuale la polemica, con l'argomentazione suggestiva e intemperante che sembra prevalere sulla dialettica razionale.

Così, accanto ad interventi misurati e giuridicamente argomentati (penso, ad esempio, a quello del professor Giovanni Maria Flick e all'avvocato Gian Domenico Caiazza, della Camera Penale di Roma) si sprecano voci allarmistiche, al limite della isteria, che gridano alla "legge bavaglio" (i media non devono sottostare ad alcun limite in nome della Libertà di stampa ?), strumentali prese di posizione della magistratura inquirente, appoggiata dalla magistratura associata, che lamenta di vedersi così privata di un formidabile strumento per accertare la commissione di gravissimi reati, specie di quelli tipici della criminalità organizzata (non ci deve essere nessuna regola a presidio della legalità dei mezzi di ricerca della prova?), interessate prese di posizione di talune forze politiche.

Tutto - lo si sarà capito - in conseguenza di una proposta di legge tendente ad inserire nel sistema penale il delitto di divulgazione (si badi al solo fine recare danno alla reputazione o all'immagine di mia persona) di intercettazioni visive o sonore fraudolentemente captate.

Forse bisognerebbe cercare di fare un po' di chiarezza sul tema, cominciando ad operare alcune distinzioni di fondo. Una cosa sono le intercettazioni telefoniche o ambientali e le videoregistrazioni disposto dall'Autorità Giudiziaria, come strumenti processuali di ricerca della prova; altro le intercettazioni di conversazioni o di immagini fraudolentemente captate tra persone presenti.

Tra queste ultime non sarebbe poi male distinguere quelle effettuate, per così dire, "di concerto" con l'autorità giudiziaria, quelle effettuate di propria iniziativa dalla vittima o da terzi per documentare attività illecite al fine di produrle all'autorità (tra le quali meritano menzione quelle effettuate nell'ambito di attività riconducibili al sempre più raro e particolarmente meritorio giornalismo, anche televisivo, "d'inchiesta") e, infine, quelle raccolte per finalità illecite, o comunque sfruttate per finalità illecite, quale quella di recare danno alla reputazione o all'immagine della persona intercettata.

Vanno poi distinte le questioni a seconda che si consideri il momento della captazione o quello della divulgazione. C'è, è innegabile, una prassi barbara che sacrifica sull'altare dell'audience o del (preteso) scoop giornalistico, le più elementari esigenze di rispetto di fondamentali principi costituzionalmente garantiti quali quello della riservatezza (non solo di chi non c'entra nulla, ma anche degli stessi indagati) e, non certo ultimo ancorché poco ricordato, dei canoni del giusto processo (e mai possibile che indagato e difensore conoscano certi atti dal giornale o dalla televisione assai prima che dalle fonti" ufficiali"?).

Si tratta infatti, per lo più, di spezzoni tratti dai brogliacci, vale a dire dalle trascrizioni operate dalla polizia giudiziaria, che nemmeno il Giudice può (diciamo meglio "potrebbe") conoscere in un futuro giudizio di merito; o comunque di frammenti di file audio, il cui reale contenuto potrebbe essere chiarito da altre conversazioni non diffuse. Non solo, ma far conoscere pubblicamente i soli brani che si ritengono più interessanti per avvalorare una certa tesi (magari, chissà, quella dell'accusa), non solo pregiudica la "neutralità" cognitiva del Giudice prima del processo, ma finisce per trasformare la opinione pubblica - come bene ha scritto Francesco Petrelli, Segretario dell'Ucpi - in un pubblico senza opinione.

Veniamo ora alla spinosa questione d'attualità. L 'emendamento proposto rafforza ancor più il significato che, grazie al requisito tipizzante del dolo specifico di danno già risultava chiaro, almeno a chi abbia una minima cultura penalistica di base. Il testo lascia certo al Giudice stabilire quando ci si trovi in presenza di un corretto esercizio del diritto di cronaca, che soggiace ai ben noti limiti da tempo tracciati dalla Corte di Cassazione e potrebbe essere più convincente sostituendo l'espressione "utilizzabili" per i fini elencati con quella "destinate ad essere utilizzate" per quegli stessi tini. La scelta governativa non è del tutto arbitraria e mette in evidenza situazioni che concernono da vicino le libertà democratiche dei cittadini che sono anche quelle tipiche della vita tutti i giorni: potersi liberamente contenere nei rapporti sociali, sia quando si hanno colloqui, sia quando si incontrano persone, soprattutto tra le mura domestiche (ma non solo), senza dover vivere nel perenne timore di intrusioni clandestine ad opera di registratori o telecamere nascosti, pronti a captare fraudolentemente parole o immagini da sfruttare unicamente e cinicamente a fini denigratori.

Quindi, mi raccomando, niente battute, nemmeno con quelli che si pensano amici, tutti zitti, con espressioni neutre, né tristi, né allegre. Sfingi di pietra andrà bene? Né si dica che gli onesti non hanno nulla da temere: anche gli onesti ogni tanto scherzano, anche agli onesti scappa qualche gesto "politicamente scorretto". Senza poi dimenticare che la stessa frase hi declamata dalla propaganda fascista per giustificare l'emanazione delle leggi liberticide di cui spero tutti conserviamo triste, indelebile memoria.

 

 

 

 

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