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Toscana. Le carceri nel cono d'ombra della pandemia PDF Stampa
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di Katia Poneti


societadellaragione.it, 28 marzo 2020

 

Gli Istituti della Toscana offrono una rappresentazione eloquente delle criticità che si sono dovute affrontare nelle ultime settimane, dalla rivolta a Prato e dalle proteste a Sollicciano e Pisa all'arrivo a Porto Azzurro e San Gimignano di detenuti trasferiti da Modena. Sono state installate tende per il controllo sanitario all'ingresso e sono sati distribuiti telefonini per telefonate skype ma il funzionamento è a macchia di leopardo. Molto poche le uscite dal carcere sulla base del decreto del Governo, troppo condizionato da requisiti impossibili. Il sovraffollamento impedisce il rispetto delle norme di igiene previste dall'Oms. La richiesta di effettuare il tampone ad agenti e detenuti.

L'arrivo dell'emergenza Covid-19 ha trovato purtroppo la Toscana senza Garante regionale dei detenuti, dopo la cessazione del mandato di Franco Corleone, già proseguito con i tre mesi di prorogatio fino alla fine di gennaio. I garanti comunali, gli esperti e le associazioni che si occupano ogni giorno di carcere stanno lavorando in rete per raccogliere e condividere le informazioni sui vari istituti e intervenire con le istituzioni.

Le carceri toscane sono state investite dall'ondata di rivolte delle scorse settimane: a Prato vi è stata la devastazione di una sezione, mentre a Pisa e Sollicciano era iniziata l'agitazione, fortunatamente rientrata. Porto Azzurro e San Gimignano ospitano alcune decine di detenuti trasferiti dal carcere di Modena e da altri in cui vi sono state rivolte. L'organizzazione interna di questi istituti ha dovuto essere ripensata, riaprendo sezioni chiuse per ospitare i nuovi giunti, mantenendoli nello stesso tempo in isolamento sanitario e separati per classificazione penitenziaria (a San Gimignano, diventato recentemente istituto solo di alta sicurezza, è stata riaperta una sezione di media sicurezza).

All'esterno delle carceri sono state montate tende della protezione civile, in cui fare il pre-triage per chi entra in carcere; che ormai, con il divieto generalizzato di spostamenti, è soltanto il personale penitenziario ed eventuali nuovi giunti, mentre non entrano più gli operatori esterni. In seguito al blocco dei colloqui, sono stati distribuiti dal Dap/Prap un certo numero di cellulari perché i detenuti possano effettuare chiamate skype e/o whatsapp con familiari e avvocati (a Sollicciano ne sono arrivati una trentina), e questo fatto ha un po' placato la sensazione di abbandono in cui si erano sentiti precipitati i detenuti.

Non solo, le videochiamate hanno portato in molti casi un grande impatto emotivo, molto positivo, sui bambini, i familiari all'esterno e quelli detenuti, trasmettendo un senso di vicinanza che da tempo non veniva sperimentato. Molti detenuti, che da mesi se non da anni non riuscivano a vedere figli, nipoti e parenti sono riusciti ad avere l'opportunità di un contatto visivo, spesso negato dalle concrete difficoltà economiche dei familiari, che da mesi non riuscivano ad organizzare una trasferta dalle zone di origine per visitare il parente detenuto.

Nell'attuale criticità c'è dunque l'opportunità per consolidare i benefici che derivano dalle videochiamate attraverso strumenti normativi, ovviamente in aggiunta ai colloqui dal vivo che una volta superata l'emergenza saranno ripristinati. La posta elettronica, l'uso dei cellulari, le videochiamate devono fare parte della normalità e non dell'eccezionalità.

Molti restano i nodi critici, primo fra tutti quello di scongiurare il diffondersi dell'epidemia all'interno delle carceri. Il primo passo sarebbe quello di ridurre, azzerare, il sovraffollamento, facendo uscire quanti più detenuti possibile, soprattutto quelli che sono vicini al fine pena e hanno una casa o una struttura in cui andare.

Ma riguardo a questo obiettivo è del tutto inadeguata la norma adottata con il Dl 18/2020, art. 123, che prevede una forma di detenzione domiciliare quasi identica nei presupposti sostanziali, a quella già in vigore ex lege 199/2010 (addirittura con l'aggiunta di due reati ostativi: artt. 572 e 612-bis c.p.), e solo con facilitazioni procedurali.

Senza parlare dell'aggravamento posto dalla necessità del ricorso al braccialetto elettronico. Sarebbero piuttosto necessarie misure più incisive, come l'estensione della detenzione domiciliare ex lege 199/2010 così come integrata dall'art. 123 DL 18/2020 alle pene sotto i quattro anni e la liberazione anticipata "speciale" di 75 giorni ogni sei mesi di detenzione.

In Toscana la Magistratura di sorveglianza sta cercando di dare la più ampia attuazione possibile alla norma, con la collaborazione degli operatori penitenziari che fanno la ricognizione dei casi e istruiscono le pratiche. Tuttavia, i primi dati che giungono dai diversi garanti comunali confermano che sono poche le persone che hanno i requisiti per accedervi, dato che chi aveva i requisiti per la 199/2010 già aveva fatto domanda. Si sa che da Sollicciano sono usciti in 3, da San Gimignano in 7, da Livorno in 2, quest'ultimi per differimento pena. Più numerose sono ovviamente le istanze pendenti, anche per differimento pena per motivi di salute.

Il blocco degli ingressi degli operatori è poi particolarmente pesante per quei 4 bambini che si trovano in carcere a Sollicciano con le loro madri, e che ora non possono più beneficiare di quelle attività che rendevano meno dura la loro prigionia. Gli avvocati, il Garante comunale, l'associazione L'altro diritto e la Magistratura di sorveglianza si stanno impegnando per dare una soluzione ai singoli casi.

I semiliberi, dal conto loro, possono beneficiare ora, con l'art. 124 DL 18/2020, di licenze anche più lunghe dei 45 giorni previsti dall'Ordinamento penitenziario, e questo è un bene. Tuttavia, per coloro che non possono accedere alla licenza si apre la prospettiva opposta della chiusura in regime detentivo. In questo frangente viene così al pettine anche il nodo della mancata collocazione dei semiliberi in una struttura differente rispetto a quella penitenziaria fiorentina.

La tutela della salute dei detenuti rimane così in un limbo, in cui la paura del contagio è in parte contenuta dalle misure prese per monitorare i casi sospetti e dalla felicità di poter parlare con i propri cari in videochiamata, ma in cui mancano misure generalizzate per una seria prevenzione, che in carcere in quanto luogo chiuso deve essere ancora più accurata che all'esterno.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato linee guida per affrontare l'emergenza da Covid-19 in carcere che dovrebbero essere attuate in tutti gli istituti toscani, tra cui si possono richiamare il lavaggio frequente delle mani con sapone, seguito dall'asciugatura con panni usa e getta, oppure l'uso di disinfettanti contenenti almeno il 60% di alcool, distanziamento fisico tra le persone di almeno 1 metro, uso di fazzoletti usa e getta per coprire la tosse.

E ancora, si richiamano la necessità di una pulizia accurata degli ambienti e le norme da seguire per l'uso della mascherina. Tutte pratiche che per essere attuate necessitano di spazi e mezzi adeguati, standard da cui le condizioni attuali delle nostre carceri sono molto lontane.

Una buona notizia arriva dall'iniziativa del Provveditore regionale Toscana e Umbria, che ha chiesto alla Regione Toscana di procedere, nell'ambito dello screening di massa deciso dalla Regione per identificare i soggetti positivi ma asintomatici, in via prioritaria allo screening del personale penitenziario e dei detenuti nelle carceri toscane. La proposta è sostenuta con forza dai garanti locali, come mezzo di tutela della salute dell'intera comunità penitenziaria.

 
Foggia. "Mio figlio e gli altri reclusi picchiati e trasferiti dopo la rivolta" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 28 marzo 2020

 

Esposto in procura della Rete Emergenza Carcere con le testimonianze dei familiari. Tutti abbiamo ancora impresse le immagini della rivolta avvenuta al carcere di Foggia e la conseguente evasione di massa. Una evasione, tra l'altro, che tuttora lascia dei punti interrogativi. Dopo quell'evento qualcosa sarebbe accaduto. Tante, troppe, testimonianze si sono accavallate di presunti pestaggi che diversi reclusi avrebbero ricevuto come atto di ritorsione.

La Rete Emergenza Carcere composta dalle associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Legal Team, Osservatorio Repressione e LasciateCIEntrare, ha raccolto diverse testimonianze e ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Si tratta di testimonianze dei familiari di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Foggia prima dell'intervenuto trasferimento in seguito alla rivolta. Sono ben sette le testimonianze e vale la pena riportarle tutte.

"In data 8/03/2020 mio figlio, detenuto fino al 12/03 presso la Casa circondariale di Foggia durante la chiamata, mi ha riferito quanto segue: a seguito delle manifestazioni di protesta messe in atto da parte di numerosi detenuti impauriti a causa dell'allarme Coronavirus, il giorno della rivolta sono entrati in 5 o 6, incappucciati e con manganelli. I detenuti sono stati massacrati di botte, trasferiti solo con ciabatte e pigiama e tenuti in isolamento per i successivi 6/7 giorni. Solo dopo una settimana i detenuti hanno ricevuto i loro oggetti personali", riferisce la madre del detenuto, trasferito al carcere di Viterbo.

Poi c'è la moglie di un altro recluso. Una testimonianza che combacia con quella precedente, ma con l'aggiunta che la presunta azione violenta sarebbe addirittura continuata nel carcere viterbese: "Il giorno del trasferimento, il 12/03/2020, durante la notte, mentre si trovava presso la Casa circondariale di Foggia, le guardie esterne sono entrate in cella e hanno pestato i detenuti. Successivamente al trasferimento non ho più ricevuto notizie. Dopo dieci giorni, durante una chiamata, mio marito mi ha riferito che ci sono state altre violenze all'interno del carcere di Viterbo".

Nell'esposto viene riportata la testimonianza della sorella di un altro detenuto, trasferito in seguito alla rivolta al carcere di Vibo Valentia. "In data 9 marzo mio fratello, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: in piena notte è stato picchiato a manganellate e portato via in pigiama e ciabatte per essere trasferito in un'altra struttura, dopo la rivolta fatta alcuni giorni prima". Sempre la sorella del detenuto ha proseguito con una riflessione accorata: "Premetto che i detenuti sono esseri umani e non meritano trattamenti disumani, come quelli subiti. Se hanno sbagliato è per un motivo valido. La paura per il Coronavirus e la sospensione dei colloqui con i parenti hanno generato il panico. Hanno percepito il pericolo mortale del virus e non potendo avere più notizie si sono allarmati ed è subentrato il caos".

Nell'esposto in Procura si aggiunge anche la testimonianza di un'altra madre di un detenuto, ora recluso nel carcere di Catanzaro: "In data 9 marzo mio figlio, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: di essere stato picchiato a manganellate su tutto il corpo, specialmente sulle gambe e portato al carcere di Catanzaro senza avere la possibilità di prendere il vestiario o il minimo indispensabile".

C'è poi un'altra testimonianza, questa volta della moglie di un detenuto che addirittura sarebbe un invalido. "Il 20/03/2020 durante la telefonata con mio marito - testimonia la donna - ho avvertito la sua sofferenza, accusava dolori alle costole e mi ha riferito di aver sbattuto da qualche parte. Lui è invalido al 100% e non potrebbe mai muoversi con violenza dal momento che è in carrozzina. Sono certa che lui non può parlare liberamente.

Infatti, successivamente mi ha riferito che la prima lettera che avrebbe voluto inviarmi dopo il massacro successo a Foggia gli è stata strappata. Gli ho detto di farsi portare al pronto soccorso ma non lo fanno perché altrimenti andrebbe in quarantena. Io voglio vederci chiaro". Il padre di un detenuto ha riferito ancora che il figlio gli avrebbe detto di essere stato trasferito, in piena notte, senza alcun vestito, aggiungendo che sarebbe stato picchiato.

L'ultima testimonianza è davvero emblematica. In questo caso, il detenuto, vittima di un presunto pestaggio, non avrebbe nemmeno partecipato alla rivolta del carcere di Foggia. Infatti non è tra coloro che ha subito un trasferimento. Alla sorella avrebbe raccontato, con una telefonata e una lettera, l'accaduto: "Oltre allo spavento anche le mazzate mi sono preso dalla polizia, in questi giorni ho avuto un attacco di ansia, la notte non dormo più, ho tanta paura, io che non ho fatto niente le ho prese. Ci hanno sequestrato tutti i viveri, siamo stati giorni senza caffè, sigarette, detersivi, cibo. Ci hanno levato tutto".

Sono tutte testimonianze, molto drammatiche, che rimangono tali. Sarà la Procura ad accertare quanto sia effettivamente avvenuto e, nel caso, ad esercitare un'azione penale nei confronti dei responsabili di eventuali reati. Rimangono sullo sfondo le diverse testimonianze che coincidono perfettamente.

 
Milano. Il Tribunale: trovate un domicilio al detenuto da scarcerare PDF Stampa
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di Luigi Ferrarella


Corriere della Sera, 28 marzo 2020

 

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano mette in mora l'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e la invita a "trovare, attraverso le proprie articolazioni sociali e pedagogiche, una adeguata collocazione" per un 43enne detenuto incompatibile con il carcere per gravi malattie ma che, anche per come è scritto il decreto sull'emergenza virus nelle carceri, non può essere messo in detenzione domiciliare perché non ha un domicilio e la legge non si preoccupa di questi casi assai numerosi.

Il sovraffollamento è piaga antica e quindi certo non responsabilità di questa gestione, se mai responsabile di averla negata nel suo vertice operativo (il Dap) o minimizzata nel suo vertice politico (il ministro). Ad oggi, con 58.944 detenuti e cioè 10 mila più della capienza teorica e 12 mila più rispetto dei posti effettivamente disponibili, nelle carceri ci sono stati 2 agenti e un medico penitenziari morti, 16 detenuti positivi, 257 persone in quarantena.

Il 17 marzo un articolo del decreto legge n. 18 sull'emergenza Covid-19 ha ammesso alla detenzione domiciliare chi abbia ancora da scontare meno di 18 mesi, però con una serie di preclusioni, tra le quali soprattutto, ecco il corto circuito normativo, quella ai detenuti "privi di domicilio effettivo e idoneo".

Non a caso mercoledì in Parlamento il ministro Bonafede ha comunicato che sinora in base al decreto sono usciti appena 5o detenuti in detenzione domiciliare e 150 semiliberi. Il Tribunale di Sorveglianza doveva decidere sulla richiesta, avanzata dai legali Antonella Mascia e Antonella Calcaterra con il professore Davide Galliani, di differire in detenzione domiciliare gli ultimi 8 mesi di una condanna a 2 anni di un detenuto che già 5 volte era stato dichiarato dai giudici incompatibile con il carcere perché positivo all'Hiv, affetto da tubercolosi polmonare, deambulazione assistita e grave deficit cognitivo, dunque molto a rischio se ora prendesse pure il virus in cella con altre due persone a San Vittore.

La sorella non è in grado di gestire il congiunto super-problematico, la sua ultima casa è stata sgomberata per malsane condizioni igieniche, nessuna comunità in questa fase di rischio-contagio si rende disponibile, e quindi il giudice Simone Luerti non può che rigettare la richiesta perché il detenuto non ha appunto un domicilio: però mette alle strette il Ministero affinché allora gli trovi una "adeguata collocazione".

È un tema di larga scala, perché nella teorica platea di 6 mila trasferibili dal carcere alla detenzione domiciliare sotto i 18 mesi, sono tantissimi i senza domicilio: molti più dei 30o stimati dal ministero (che sono solo i senza tetto), e tantissimi per definizione fra gli stranieri (oltre un terzo del totale dei detenuti) e fra gli italiani in disastrate condizioni economiche e familiari.

Al punto che la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Giovanna Di Rosa, in audizione quasi ha supplicato il Comune di trovare per questi detenuti scarceratili un albergo, un po' come fatto per la quarantena dei guariti dal virus.

 
Pisa. Coronavirus, paura in carcere: 40 agenti e 6 detenuti ammalati PDF Stampa
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di Eleonora Mancini


La Nazione, 28 marzo 2020

 

Caos nel carcere "Don Bosco" di Pisa. La tensione è altissima. Ma stavolta non sono i detenuti a insorgere, come due settimane fa, bensì gli agenti della Polizia penitenziaria. La situazione è incandescente ora che, dal 24 marzo, due poliziotti e una dottoressa sono risultati positivi al Covid-19.

La paura è che il virus sia entrato in carcere e possa aver infettato detenuti (sei avrebbero la febbre in questi giorni) e altri agenti: una quarantina di loro si sarebbero ammalati proprio in queste ore. Tutto nasce dalla gestione emergenza Covid-19 all'interno della Casa circondariale, che rischia di diventare un nuovo focolaio, incontrollato e incontrollabile.

Sotto accusa la direzione del Don Bosco, che avrebbe "impedito" l'impiego dei dispositivi di protezione individuale, quindi mascherine, guanti, al personale in servizio. "Per evitare - queste sarebbero le motivazioni - di innescare una reazione negativa da parte dei detenuti". Mascherine e guanti di cui per legge deve dotarsi chi è entrato in contatto con persone positive al Covid-19.

Ma non ce ne sono a sufficienza per tutta la popolazione carceraria - è la denuncia - e si sarebbe preferito non farli indossare agli agenti per non diffondere tra i detenuti "la convinzione della necessità dei dispositivi di protezione, innescando eventuali reazioni per la loro mancata concessione".

Nel mirino però c'è anche la dirigenza dell'Asl Toscana Nord-Ovest, "a conoscenza - scrive il sindacato - assieme al direttore, dell'esito del test della dottoressa risultata positiva al Covid-19". "Tutto è taciuto", denuncia il sindacato, nonostante "l'obbligo del datore di lavoro di predisporre tutte le misure necessarie a garantire l'integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti". Ieri è stato proclamato lo stato di agitazione, con riserva di sciopero bianco, mentre si chiede alla direzione del carcere di "avviare con urgenza la procedura dei tamponi a tutti gli agenti di Polizia Penitenziaria, già predisposto e accordato dall'Asl".

La polizia penitenziaria che presta servizio presso le carceri della Toscana lancia l'allarme e chiede al servizio sanitario della Regione il tampone per il personale. E l'appello si leva forte, dietro le sbarre del Don Bosco: prevenire la diffusione del contagio da coronavirus tra i detenuti". "Se scoppia il focolaio tra i detenuti sarà una sconfitta per lo Stato", avvertono i rappresentanti della polizia penitenziaria. Un rischio enorme per la sicurezza all'interno dell'Istituto e per la tenuta della sanità pisana: ci sono 248 reclusi, là dentro e 40 guardie con la febbre. L'Asl Toscana Nord Ovest intanto fa sapere che i tamponi sono stati estesi sia ai detenuti che agli altri operatori "come da procedura". La situazione è davvero seria.

 
Civitavecchia (Rm). Coronavirus: protesta in carcere, agente sequestrato PDF Stampa
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Il Messaggero, 28 marzo 2020


Alta tensione nella Casa circondariale di Civitavecchia, dove durante una violenta protesta dei detenuti, legata sembra, all'emergenza Coronavirus, i reclusi della I Sezione hanno prima sequestrato e poi rilasciato un poliziotto penitenziario. A darne notizia è il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria. "I detenuti hanno preso gli estintori e creato disordine - spiega Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio - Tutto è nato dal fatto che alcuni di loro sono stati messi in isolamento e adesso gli altri hanno paura di essere stati contagiati".

"Le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria devono essere sottoposti, tutti e con urgenza, al tampone per l'accertamento dell'eventuale contagio - ribadisce Donato Capece, segretario generale del Sappe - Anche alla luce dei tanti casi positivi e di già due decessi nella Polizia Penitenziaria, denuncio che non siamo dotati di un adeguato numero di idonee mascherine e guanti per fronteggiare l'epidemia in un contesto, come quello penitenziario, ad altissimo rischio".

 
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