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Giustizia, subito sul tavolo il diritto della pandemia PDF Stampa
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di Vincenzo Maria Siniscalchi

 

Il Mattino, 21 gennaio 2021

 

Una volta questo era il tempo del lavoro delle magistrature della Suprema Corte e di quelle delle Corti di Appello del Paese, con il concorso del Csm, dei vertici delle rappresentanze della Avvocatura ed anche del Ministero della Giustizia; tutti si preparavano alle inaugurazioni dell'Anno Giudiziario. "Era il tempo", dico perché ritengo che soprattutto nelle Corti di Appello, complesse e lunghe cerimonie non ve ne potranno essere. Le stesse ragioni della chi usura al pubblico dei teatri, valgono con la riserva delle rappresentazioni in "streaming" o comunque senza pubblico in mascherina e nemmeno "distanziato".

L'interdetto, peraltro, è già stato pronunciato dal Covid 19 che non conosce privilegi di sorta da osservare e ancora dilaga. Né conosce, il Covid 19, ostacoli che ne comprimano in qualche modo la funesta e malvagia diffusione. È una rinuncia che non costerà molto in termini di superamento delle rappresentazioni da tempi andati, dei picchetti di onore, delle assemblee di porpore, ermellini e toghe; il profilo prevalentemente "scenico" ha subito già critiche e contestazioni per il suo carattere legato a cerimoniali piuttosto obsoleti.

E tuttavia questa emergenza allucinante che ha percorso da Wuhan a ritroso il viaggio di Marco Polo promuoverà certamente necessità di sintesi rispetto alle cerimonie alle quali eravamo abituati e che già avevano guadagnato negli ultimi anni spazi di maggiore sobrietà. La inaugurazione dell'Anno Giudiziario, come pare, vi sarà ma relazioni, e comunicazioni delle sole autorità istituzionali verranno contenute in un'ora e trenta con partecipazione a distanza.

Eppure, dobbiamo pensare, in quelle modalità ristrette e di stretta osservanza cibernetica, in ogni caso occorrerà pur fare un primo bilancio dei guasti provocati anche all'intero sistema giustizia dalla pandemia. La giustizia penale, in particolare, pare aver subito un vero e proprio "colpo di grazia" che ci allontana da quegli annunzi di pseudo riforma che non andranno oltre la stravagante e con ogni probabilità incombente incostituzionalità della cosiddetta "riforma" della prescrizione. Emerge, a questo punto, come avevamo previsto da queste colonne, la necessità di sollecitare dal Parlamento riforme più urgenti alle quali ci chiama il "diritto della pandemia" dovendosi in qualche modo venire fuori dalla legiferazione per decreti di mera valenza amministrativa.

Sostiene con la consueta lucidità Nello Rossi, direttore di "Questione giustizia" che emergono quotidianamente problemi indotti dalla "pandemia", sicché occorrono risposte ad interrogativi pressanti, come ad esempio: "chi decide le priorità di accesso ai vaccini e con quali strumenti?". Urge un intervento del Parlamento ed una legge è fondamentale per scelte che possono essere anche tragiche in un clima di aumento dei contagi come l'attuale. È la legge, in altri termini, che deve stabilire il coordinamento dell'azione delle diverse istituzioni che intervengono nella effettuazione della vaccinazione ma anche ricordare a tutte le sovrastrutture in forma di "comitati tecnici" e simili organismi di sapienti consultori, che nuove responsabilità penali si profilano nel "diritto della pandemia". Sulle colonne de "Il Mattino" già nel corso dell'estate scorsa avevamo richiamato il principio di causalità colposa che regola la materia epidemica nella sua diffusibilità con eventuali colpe umane che pur possono essere a base di condotte perseguibili ad esempio per una diffusione incontrollata della pandemia o nel ritardo delle vaccinazioni.

Ora si tratta di chiarire con urgenza (per non ridurre la "inaugurazione dell'anno giudiziario" ad un mero atto simbolico) quali sono le autorità e gli strumenti regolatori che decidono ad esempio le allocazioni delle risorse vaccinali senza incorrere in condotte (come ritardi, errori o incapacità di controlli) da cui possono dipendere la vita o la morte di tanti. Gli interrogativi fondamentali, del resto, si sono posti dal rilevante atto indicato come "Piano strategico per la vaccinazione anti Covid-19 presentato al Parlamento il 2 dicembre 2020 e redatto dai seguenti soggetti istituzionali: Ministero Salute, Commissario straordinario per l'emergenza epidemiologica presso la Presidenza del Consiglio, l'Istituto Superiore di Sanità.

È in questo documento che potrebbero individuarsi condotte causative di reati di natura colposa. Il richiamo ad un "diritto della pandemia" è stato da tempo avvertito negli studi che sono apparsi in pubblicazioni su riviste curate da magistrati e da giuristi. Proprio questi studi pongono anche una priorità che riguardala organizzazione giudiziaria. Si tratta, cioè, della creazione nelle più grandi Procure, di nuclei di magistrati che possono vigilare in mani era coordinata ed approfondita sulle condotte collettive o individuali che operano nel campo della pandemia ed allontanare gli "sciacallaggi" non soltanto criminali. I gruppi coordinati con specifici compiti di analisi e di controllo hanno avuto esiti positivi in settori diversi da quelli sanitari con una ristrutturazione, ad esempio, operata dalla Procura della Repubblica di Napoli.

I dibattiti sulle obbligatorietà o meno della vaccinazione anti-covid non gravitano nelle attività di controllo legale delle quali stiamo facendo cenno. E tuttavia un assetto legale-che non risolve solo un problema organizzativo ma tende ad una disciplina normativa cui è preposto il Parlamento - va pur tentato in questa non facile fase di distribuzione del vaccino secondo priorità accettabili. Vaccinarsi è un diritto del cittadino presidiato dalla tutela costituzionale dell'art. 32 Cost. (di cui si fa giustamente menzione anche per la doverosa estensione alla popolazione carceraria).

Eppure la garanzia fondamentale dei cittadini non può ritenersi risolta dal mero rinvio alla natura di "atto amministrativo" del Piano strategico anti-covid essendo di tutta evidenza che la tutela costituzionale della salute è presidiata da tutto il complesso di norme codicistiche che attengono ad una materia così complessa. Ciò non significa che si chiede un sistema normativo di assoluto rigore ma che esprima i controlli di legalità che non si possono risolvere solo con normative di diritto amministrativo.

Tornando alla pur ridimensionata inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 l'auspicio è che l'Autorità Giudiziaria a tutti i livelli solleciti il Governo, in particolare in persona del Ministro della Giustizia, a fornire una risposta agli interrogativi che pongono tutti gli operatori della giustizia, dai magistrati agli avvocati, agli operatori del settore amministrativo, circa lo stato effettivo dei finanziamenti straordinari per la organizzazione giudiziaria e per i detenuti.

Quali sono le richieste appostate nei documenti relativi al Recovery plan dal comparto giustizia? Quali finanziamenti urgenti verranno richiesti per i fondi Mes? Quali investimenti straordinari relativi alla disastrosa pandemia da Covid-19 sono stati inseriti per la organizzazione giudiziaria ad iniziativa del Ministro della Giustizia?

 
Server fuori uso e notifiche tardive, la giustizia impossibile ai tempi del Covid PDF Stampa
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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Processi al tempo del Covid, il caso a Cagliari: la trattazione scritta di un giudizio comunicata solo tre giorni prima dell'udienza, nonostante i trenta previsti dalla legge per garantire la possibilità di chiedere la discussione in presenza.

"La giustizia al tempo del Covid è un giudice che ti comunica venerdì che l'udienza di lunedì si terrà con trattazione scritta, senza rispettare il termine di cinque giorni per chiedere la trattazione orale e senza che tu abbia la possibilità di depositare alcunché a causa dell'ennesima interruzione dei servizi telematici". La denuncia arriva da Aldo Luchi, presidente dell'ordine degli avvocati di Cagliari, protagonista dell'ennesimo cortocircuito della giustizia in tempo d'emergenza.

E ancora una volta il problema non sono le regole - che pure Luchi critica senza farne mistero - ma la loro applicazione. La norma disattesa, in questo caso, è quella prevista dall'articolo 83 del dl Rilancio, sostituita poi dall'articolo 221 nella sua conversione in legge. Articolo che prevede la possibilità, per il giudice, di disporre che le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti siano sostituite dal deposito telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni.

Il punto dolente sono i termini, non rispettati nel caso di Luchi: il giudice deve infatti comunicare alle parti almeno trenta giorni prima della data fissata per l'udienza che la stessa è sostituita dallo scambio di note scritte, assegnando un termine fino a cinque giorni prima di tale data per il deposito delle stesse. Se nessuna delle parti effettua il deposito telematico di note scritte, il giudice fissa un'udienza successiva e nel caso in cui nessuna delle parti dovesse comparire il giudice ordina che la causa sia cancellata dal ruolo, dichiarando l'estinzione del processo "Nel mio caso - spiega Luchi al Dubbio - il giudice ha emesso questo decreto venerdì 15, notificato alle 16.17, per un'udienza fissata lunedì 18.

E ciò in presenza di un'interruzione dei servizi informatici che era stata già preannunciata dalla direzione generale dei sistemi informativi del ministero della Giustizia l'8 di gennaio". Ovvero una settimana prima che il giudice emettesse quel decreto. L'interruzione del servizio potrebbe essere bypassata, spiega Luchi, ma con una procedura "assurda", attraverso la pec, senza possibilità, dunque, di accedere automaticamente al fascicolo tramite la consolle del pct, con il rischio di moltiplicare gli errori.

Ma oltre questo, aggiunge, "il problema è che non avrei mai la prova dell'avvenuto deposito, perché il deposito telematico si considera valido nel momento in cui il sistema mi rilascia la terza pec, quella che certifica l'avvenuto controllo dei sistemi automatici, che verificano che la busta telematica che ho trasmesso rispetti tutti gli standard formali informatici del deposito".

Luchi ha così depositato le proprie note alle 8.50 di lunedì mattina, ricevendo la terza pec alle 12.47, ovvero due ore e 17 minuti dopo l'udienza, fissata per le 10.30. "Questo vuol dire che non ho potuto depositare per tempo, perché il giudice non ha rispettato i termini della norma, senza darmi la possibilità di discussione orale, che pure era nelle mie facoltà richiedere", aggiunge. Dell'esito di quell'udienza, dunque, Luchi non ha notizie. Di certo, sottolinea, l'accettazione non tempestiva del deposito "non è un problema mio, ma del giudice".

Ma c'è un'altra cosa, spiega: la Dgsia non comunica ai consigli dell'ordine le interruzioni del servizio, condizione che non consente di avvisare gli avvocati di possibili disfunzioni del sistema, mentre tale comunicazione arriva tempestivamente agli uffici giudiziari, che dunque sono perfettamente informati dei casi di interruzione.

"È sempre più evidente il fatto che ormai c'è una totale discrasia aggiunge Luchi -. Speravo che in questa situazione tutti quanti si sarebbero messi d'impegno per far funzionare - con mezzi e sistemi obiettivamente problematici, perché sono stati inventati su due piedi - un sistema che altrimenti non avrebbe retto. Invece mi rendo conto che non è così. Si pensi solo agli ostacoli che stanno frapponendo le cancellerie per farci accedere: per poter interloquire con gli uffici dobbiamo fare un salto ad ostacoli. La situazione è drammatica".

Permangono, dunque, i problemi di rapporti tra cancellerie ed avvocati. Ma anche quello del pct, per il quale si evidenzia, come già in fase attuativa, nel 2014, "un'applicazione del tutto disomogenea sul territorio nazionale". E gli esempi non mancano: "La Dgsia, il 9 novembre, ha rilasciato un provvedimento che dava valore legale al deposito agli atti penali, fornendo un elenco di caselle pec appositamente attivate per tale procedura. Ebbene - conclude -, alcuni uffici si ostinano a richiedere il deposito su pec diverse da quelle indicate, con la conseguenza che quel deposito potrebbe essere considerato privo di valore legale da altri uffici. C'è un problema di norme, perché c'è una confusione notevole, un problema di strumenti, perché all'atto pratico non funzionano o funzionano non correttamente, ma in molti casi il vero problema è l'organizzazione dei singoli uffici".

 
Idee per giudicare davvero i magistrati PDF Stampa
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di Nello Rossi

 

Il Riformista, 21 gennaio 2021

 

Il sismografo della professionalità non funziona, appiattisce i meriti e non registra le cadute. I rimedi? Controllare i controllori e aprire ai laici le discussioni sulle valutazioni. La privacy? Sinonimo di corporativismo.

Il "sismografo" della professionalità dei magistrati non funziona bene. E a volte non funziona affatto. Il complicato apparecchio amministrativo dovrebbe misurare la complessiva qualità del lavoro di giudici e pubblici ministeri. Registrando non solo e non tanto le più gravi negligenze o violazioni della legge sostanziale o processuale, ma le "costanti" positive o negative dell'operato dei singoli. In molti, troppi casi, ciò non avviene, perché le valutazioni appiattiscono i meriti, resi uniformi dal linguaggio burocratico, e non registrano quasi mai le cadute di professionalità. Sul filo dell'ironia si può dire che dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali.

1. Il "sismografo" della professionalità dei magistrati non funziona bene. E a volte non funziona affatto.

Il complicato apparecchio amministrativo dovrebbe misurare la complessiva qualità del lavoro di giudici e pubblici ministeri. Registrando non solo e non tanto le più gravi negligenze o violazioni della legge sostanziale o processuale (per questi casi c'è il procedimento disciplinare) ma le "costanti" positive o negative dell'operato dei singoli. Ad esempio il ripetuto rigetto da parte dei giudici di richieste e di iniziative di un pubblico ministero o il sistematico succedersi delle riforme o degli annullamenti delle sentenze di un giudice nei diversi gradi di giudizio. Se la strumentazione predisposta per misurare e vagliare l'operato dei magistrati perde colpi, la loro responsabilità professionale diventa letteralmente introvabile. E alcuni magistrati possono continuare impunemente a far danni e a fare carriera a differenza di quanto avviene in altre professioni intellettuali. È questa la denuncia dell'Unione delle Camere penali italiane - affidata ad un documento del 6 gennaio di quest'anno - che ha innescato una discussione tra avvocati e magistrati svoltasi sulle pagine de Il Riformista e altrove.

2. Il sismografo inceppato di cui parliamo sono le valutazioni periodiche di professionalità.

Una procedura lunga, complicata, formalmente minuziosa che si ripete ogni quattro anni e che si dipana attraverso diversi adempimenti: autorelazione del magistrato, esame di provvedimenti estratti a sorte e forniti dall'interessato, rapporto del capo dell'ufficio, parere sulla professionalità emesso dal Consiglio giudiziario, giudizio finale del Csm. Un mare di carte che dovrebbe fornire un quadro fedele dell'operato dei magistrati e rendere conto della qualità della loro attività. Eppure in molti, troppi casi, ciò non avviene, perché le valutazioni appiattiscono i meriti, resi uniformi dal linguaggio burocratico, e non registrano quasi mai le cadute di professionalità. Sul filo dell'ironia si può dire che dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali. Veri e propri geni "compresi", sottratti al triste destino della maggior parte dei geni, ai quali tocca di essere misconosciuti dai loro contemporanei. È perciò legittimo chiedersi perché nelle valutazioni di professionalità non affiorano quei profili critici del modus operandi di alcuni giudici e pubblici ministeri che in molti conoscono e di cui molto si parla negli uffici giudiziari e nell'ambiente esterno. All'origine di questa congiura del silenzio sta una tenace resistenza corporativa? O l'idea che i magistrati sono agenti e parafulmini dei conflitti e perciò vanno comunque messi al riparo da giudizi interessatamente malevoli? O, infine, l'intenzione di preservare negli uffici giudiziari una pace che sarebbe compromessa da pareri realistici e severi?

Le difficoltà del giudiziario e l'asprezza del clima che lo circonda nel nostro Paese forniscono sostegno a ciascuna di queste motivazioni. E però, se si vuole rendere effettiva la responsabilità professionale è necessario uscire dalla palude nella quale le valutazioni di professionalità si sono impantanate, indicando credibili rimedi. Il primo: responsabilizzare i controllori.

Chiamando (come oggi "di fatto" non avviene) i dirigenti degli uffici, che sono i primi giudici della professionalità, ad assumere la responsabilità per le informazioni ed i giudizi che, alla prova dei fatti, si rivelino non veritieri. Se un capo dell'ufficio redige una valutazione positiva (o elogiastica) della tempestività e della capacità di lavoro di un magistrato e questi, a seguito di una ispezione o di una segnalazione esterna incorre in una sanzione disciplinare per ritardi o scarsa laboriosità, il dirigente dovrebbe a sua volta essere chiamato dal Csm a rendere conto del suo giudizio.

Ed analoga richiesta di rendiconto dovrebbe essere rivolta ai dirigenti che rispondono, con vaghe e fumose formule burocratiche, alle puntuali domande contenute nelle schede di valutazione sulla "corrispondenza" tra richieste avanzate da un pubblico ministero e provvedimenti adottati dai giudici o sui dati patologici delle decisioni non confermate nei successivi gradi di giudizio.

Per non parlare, infine, dei casi più eclatanti nei quali è la giustizia penale a dover intervenire sulle cadute professionali che si traducono nella commissione di reati. Cominciare a "controllare i controllori" è un rimedio insufficiente? Tutt'altro. Sarebbe un antidoto efficace alla irresponsabilità burocratica di chi valuta, che rappresenta la prima fonte delle storture e delle fallacie del sistema. Se, come tutti riconoscono, non può essere un singolo caso, magari posto sotto i riflettori dai media, a fondare un credibile giudizio negativo sulla professionalità di un magistrato, è solo rivitalizzando e restituendo credibilità alle valutazioni professionali complessive e sistematiche che si può rendere effettiva la responsabilità professionale.

A questo primo passo dovrebbe seguirne un secondo non meno significativo: moltiplicare le fonti di conoscenza cui attingere nelle valutazioni di professionalità e garantire la piena trasparenza dell'intera procedura valutativa. Nel ddl di legge delega per la riforma dell'ordinamento giudiziario (A.C. 2681) il Ministro della Giustizia propone di semplificare le procedure e di introdurre un "diritto di tribuna", cioè la facoltà per i cd. componenti laici dei consigli giudiziari (avvocati e professori universitari) di partecipare alle discussioni e deliberazioni relative alle valutazioni di professionalità dei magistrati.

Non sarebbe una novità assoluta ma solo la generalizzazione di un metodo virtuoso, giacché diversi consigli giudiziari hanno già adottato, con norme interne, questa regola di apertura e di trasparenza dei lavori. Su questa strada occorre procedere speditamente, senza arretramenti o dietrofront magari giustificati in nome dell'esigenza di tutelare la privacy dei magistrati. L'invocazione della privacy, sacrosanta per la sfera della vita privata, rischia di divenire, sul terreno professionale, uno schermo opaco, pretestuoso ed ingiustificato.

Anche perché la privacy professionale dei magistrati ha un nome antico: corporativismo. La forza ed il radicamento istituzionale del governo autonomo della magistratura consentono di aprire le stanze nelle quali lavorano i magistrati senza che ne derivino soverchi pericoli per la serenità e indipendenza della stragrande maggioranza dei magistrati che operano con scrupolo e professionalità.

A patto di sapere che lo scopo principale delle valutazioni non è mettere in fila i magistrati alla ricerca dei più bravi (compito praticamente impossibile data l'estrema diversità e complessità dei mestieri del magistrato) ma di individuare e stigmatizzare, nell'ottica della c.d. "selezione negativa", proprio le patologie professionali su cui si appunta la denuncia delle Camere penali. Lavorando con umiltà in questa direzione si può sperare di sanare una clamorosa contraddizione. Quella tra l'esperienza quotidiana della giurisdizione - nella quale gli utenti della giustizia si rendono subito conto della professionalità, o delle carenze di professionalità, di un magistrato - e la difficoltà di trasporre questa razionale percezione nelle valutazioni ufficiali sul suo lavoro.

 
Nicola Morra scopre il garantismo, non è mai troppo tardi PDF Stampa
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di Davide Varì

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Il presidente dell'Antimafia Morra ha detto che la giustizia non deve essere vendetta. Sulle prime abbiamo pensato a uno scambio di persona. Invece era proprio lui: chapeau. "Uno Stato forte si presenta con caratteristiche di giustizia e mai di vendetta". La dichiarazione è apparsa sulle agenzie di stampa ieri l'altro, verso sera.

E non indovinerete mai chi l'ha pronunciata. Tenetevi forte: il titolare di queste parole è Nicola Morra. Sì, quel Morra: il presidente della commissione antimafia, il paladino del giustizialismo più duro e intransigente. A dir la verità sulle prime noi tutti abbiamo pensato a un errore di battitura, a uno scambio di persona. E invece no: quelle parole che andrebbero scolpite in ogni aula di tribunale e in ogni carcere del "regno" le ha dette proprio Morra, lo stesso che voleva mettere il bollino blu agli avvocati che dimostrano di avere comportamenti eticamente corretti - dimostrare a chi? A quale giuria popolare? Non è dato sapere.

Fatto sta che ieri Morra ha sorpreso tutti e a dimostrazione che la prima dichiarazione non era un "incidente" o un lapsus - a dire il vero lo abbiamo pensato in molti - è andato avanti e ha aggiunto: "Quando una persona manifesta agli occhi degli specialisti in modo conclamato i tratti della incapacità di intendere e volere, comunicare e dialogare, allora lo Stato in quella occasione può anche immaginare una retrocessione ad un altro regime. Altrimenti la volontà di far sentire i muscoli dello Stato su chi non può più reagire è accanimento". Applausi.

 
"Borsellino ucciso per il maxi processo e per mafia-appalti, non per la trattativa" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Le motivazioni della sentenza d'appello emessa dalla corte d'Assise di Caltanissetta del processo "Borsellino quater" per la strage di via D'Amelio. Paolo Borsellino non fu ucciso per la presunta trattativa Stato-mafia, per la quale tra l'altro ancora c'è un processo in corso per confermarla o meno, ma dalla mafia "per vendetta e cautela preventiva".

La vendetta è relativa all'esito del maxiprocesso, mentre la "cautela preventiva" è relativa alle sue indagini, in particolare quelle su mafia appalti. Quest'ultima ipotesi - scrive la Corte d'assise di appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del "Borsellino Quater" - "doveva, peraltro, essere anche collegata alla circostanza riferita dal collaboratore Antonino Giuffrè sui "sondaggi" con "personaggi importanti" effettuati da Cosa Nostra prima di decidere sull'eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino oltre che sui sospetti per i quali lo stesso Borsellino, il giorno prima dell'attentato, aveva confidato alla moglie "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse".

Sempre nella sentenza viene citato il fatto che l'arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo "era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell'organizzazione maliosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a "quel santo cristiano di Giammanco".

Ebbene, aggiunge la Corte, "sulla base di tali evidenziate "anomalie", i primi giudici disponevano la trasmissione degli atti al Pubblico ministro per le determinazioni di competenza su eventuali condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale".

Mafia-appalti concausa della strage di Via D'Amelio - La Corte d'asssise di appello di Caltanissetta si sofferma molto sull'indagine mafia-appalti come concausa della strage di Via D'Amelio. Lo rimarca osservando che Borsellino aveva mostrato particolare attenzione alle "inchieste riguardanti il coinvolgimento di "Cosa Nostra" nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l'interesse strategico che tale settore rivestiva per l'organizzazione criminale". Viene riportato ciò che il collaboratore Giuffrè aveva riferito, in sede di incidente probatorio, all'udienza del 5 giugno 2012.

Ovvero che le ragioni dell'anticipata uccisione del giudice Borsellino erano "anche da ricondurre al timore di Cosa Nostra che quest'ultimo potesse divenire il nuovo capo della Direzione Nazionale Antimafia nonché al timore delle indagini che il medesimo magistrato avrebbe potuto compiere in materia di mafia-appalti, con specifico riferimento al rapporto presentato dal Ros dei Carabinieri alla Procura di Palermo, su input del giudice Giovanni Falcone, nel quale erano stati evidenziati appunto i rapporti fra mafia e appalti, con particolare riferimento alle interferenze di Cosa Nostra sul sistema di aggiudicazione degli appalti, secondo un rapporto triangolare fondato sulla condivisione di illecite cointeressenze economiche che coinvolgeva, mettendoli ad un medesimo tavolo, il mondo imprenditoriale, politico e quello mafioso".

Confermata la sentenza di primo grado - La sentenza, emessa nel novembre 2019, ha confermando quella di primo grado ed accogliendo le richieste della Procura generale, ha condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante ed il secondo come esecutore della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 uomini della scorta. Condannati a 10 anni i "falsi pentiti" Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Così come aveva fatto la Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo anche in appello i giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Vincenzo Scarantino.

 
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