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Coronavirus, misure urgenti per le carceri PDF Stampa
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di Antonio Russo


Città Nuova, 28 marzo 2020

 

La situazione degli istituti di pena in Italia è insostenibile sotto l'emergenza da contagio da Covid-19. Alcune soluzioni possibili. Il 40% dei detenuti che vivono nei circa 200 istituti penitenziari sono ancora presunti innocenti. Sovraffollamento e solitudine, due termini in contraddizione che caratterizzano però la maggior parte delle nostre carceri. In altre parole, i detenuti sono sempre a contatto fra loro, ma in realtà sono persone molto sole. Secondo l'ultimo Rapporto di Antigone, i reclusi in Italia sono 60.439, quasi 10 mila in più rispetto ai 50.511 posti letto ufficialmente disponibili - se non si considerano gli spazi in ristrutturazione/manutenzione - per un tasso di affollamento di circa il 120%.

Insomma, mentre gli istituti di pena italiani sembrano esplodere, la solitudine implode negli animi dei detenuti, tant'è che la depressione è molto diffusa. Secondo Ristretti Orizzonti nel 2018 si è rilevato l'elevato numero di 67 suicidi. Ciò che preoccupa è che il numero di suicidi negli anni aumenta, e al di là dei motivi che portano i detenuti a compiere un gesto così estremo, è il chiaro sintomo di una sofferenza a volte inascoltata o semplicemente non capita. In questo senso il suicidio rappresenta da una parte la totale solitudine del detenuto, dall'altra, l'ultimo gesto di richiesta di comunicazione e attenzione.

Proviamo ora ad immaginare cosa significano questi due termini in tempi di coronavirus. Dall'indice di affollamento evidenziato possiamo immaginare che vi sia un alto tasso di promiscuità fra le persone, che vi siano cattive condizioni igieniche e ambienti insalubri, dove il rischio di contagio da Covid-19 diventa elevatissimo e dove è impossibile rispettare le misure di distanziamento sociale, di igiene e di prevenzione previste dai moniti e dai vari decreti profusi dal nostro Governo.

Dall'altra parte, la richiesta di interruzione improvvisa, immediata e sine die degli incontri fra detenuti e familiari, avvocati e volontari, la sospensione delle poche attività svolte in quei luoghi, la soppressione dei permessi premio per evitare che il detenuto, rientrando possa portare il virus nei luoghi di detenzione, ha praticamente tagliato i fili degli unici contatti che il detenuto ha con l'esterno. Insomma, una situazione che rischia di aumentare il disagio e i tentativi di suicidio. A tal proposito è utile ricordare che il 40% dei detenuti che vivono nei circa 200 istituti penitenziari sono ancora presunti innocenti in quanto non ha ancora una condanna definitiva e che nel 2018 si sono contati circa un migliaio di risarcimenti per ingiusta detenzione.

In questo delicato momento di pandemia nessuno può essere lasciato indietro. Per tale motivo le Acli hanno chiesto al Governo di stanziare ogni possibile mezzo economico, e non, per portare a termine nel più breve tempo possibile quattro azioni. La prima azione da compiere è l'immediata sanificazione di tutte le strutture carcerarie onde evitare il diffondersi del virus e il rafforzamento dei loro presidi sanitari.

La seconda azione dovrebbe prevedere l'alleggerimento dei luoghi di detenzione mediante norme e strumenti giuridici di esecuzione penali alternativi alla detenzione, già previsti dall'ordinamento italiano. Sono circa 16 mila i detenuti a cui resta da scontare meno di due anni di reclusione che potrebbero estinguere la rimanenza della loro pena fuori dal carcere. Sarebbe una bella occasione per sperimentare la diffusione di pene alternative, molto utilizzate in alcuni Paesi europei (Svezia, per esempio), dove diminuiscono luoghi di detenzione e detenuti.

La terza azione dovrebbe rappresentare un antidoto alla solitudine dei carcerati, contro cui si chiede di mettere in campo mezzi di comunicazione alternativi, per esempio, l'uso dell'email o di cellulari comuni per non interrompere il flusso di relazione fra detenuti e familiari.

La quarta azione è quella di incentivare una stretta collaborazione fra cooperative interne alle carceri, Ministero della Sanità e Ministero di Grazia e Giustizia per produrre le mascherine adatte non solo alla comunità interna ai luoghi di detenzione, ma anche alla comunità esterna. Ciò avrebbe il doppio vantaggio di produrre qualcosa di utile in un momento di tale bisogno e di dare un messaggio di solidarietà e speranza ai detenuti, dando loro un compito importante per il Paese. Sarebbe un modo molto semplice per riabilitare la loro immagine a quella parte di popolazione che vede la detenzione come mera punizione.

Ai detenuti può essere tolta la libertà, ma mai si potranno loro togliere la dignità e i diritti di cui noi tutti godiamo, in primis quello alla salute fisica e mentale. Stiamo attraversando una crisi poderosa che avrà uno strascico molto lungo e che, a partire dalla sanità, toccherà tutte le altre sfere della vita umana, da quella economica a quella sociale a quella psicologica. Il termine crisi deriva dalla lingua greca krino che vuol dire separare e in senso più ampio, giudicare, discernere, valutare. In realtà, contrariamente al significato corrente negativo, crisi ha dunque un'accezione positiva, rappresentando un momento di riflessione, valutazione, scelta in una direzione piuttosto che in un'altra. Bene, è proprio in questo momento di crisi, che bisogna avere il coraggio di trovare soluzioni che consentano di tutelare la salute come diritto di tutti.

 
Carceri sovraffollate: il Coronavirus, andar fuori e non saper dove andare PDF Stampa
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di Chiara D'Incà

 

triesteallnews.it, 28 marzo 2020

 

Con l'avvento dell'emergenza da Coronavirus sono molti i problemi che la Penisola deve affrontare; molti di essi sono di vecchia data e, con una situazione così instabile, tornano alla ribalta in maniera esponenziale. Uno di questi è sicuramente il sovraffollamento delle carceri che, a causa del timore legittimo del contagio, ha portato molti detenuti a protestare, sperando in una mossa politica atta a sbloccare questa situazione ormai stagna da anni. Una misura per far fronte ai troppi detenuti in poco spazio, in modo da avere nelle carceri numeri più accettabili per una nazione attenta ai diritti, è ad esempio la detenzione domiciliare prevista dal Decreto Cura Italia, che non tiene però conto di una questione fondamentale: molte delle persone che potrebbero accedere al beneficio previsto, e ridurre così il sovraffollamento negli istituti di detenzione, non hanno un luogo dove andare.

Così facendo si rischia di rimanere bloccati in una spirale che si avvita su sé stessa, senza uscita, facendo spola tra la problematica dei centri di detenzione e quella, rilevante, legata ai senzatetto: in queste giornate di quarantena, infatti, anche a causa del calo delle temperature dell'ultimo periodo, le persone senza dimora si trovano in ancor più difficoltà, ed è un altro grido sociale che, sulle piattaforme online, si leva dall'Hashtag #vorreirestareacasa. Su questo, nel Comune di Trieste, possiamo stare più tranquilli: l'amministrazione comunale ha infatti aperto un nuovo centro diurno per i senzatetto in modo da garantire a queste persone un riparo dal freddo in condizioni di sicurezza sanitaria.

Per quanto riguarda la detenzione domiciliare, ci si affida al fatto che coloro che non dispongono di una casa dove andare debbano trovare sistemazione nelle case di accoglienza, le quali per far fronte al rischio Covid-19 devono attivare delle misure igienico-sanitarie di igienizzazione e di uso di dispositivi di protezione individuale che hanno costi molto elevati. A queste strutture, che specialmente in periodi di emergenza come questi stanno già operando a pieno regime, viene chiesto di ricevere ancora altre persone, con cui non potranno fare un colloquio preliminare, spesso con patologie o con problemi di dipendenza e nel contempo senza adeguato supporto sanitario.

Il problema dunque non è di natura prettamente morale, ma altresì logistico: chi è in grado di attivare procedure per assegnare un medico di base alle persone che eventualmente accedano a misure alternative, quando già si fa fatica a telefonare e reperire il medico nelle ore di apertura ambulatoriale per chi è già in carico nelle strutture?

"Da anni il volontariato chiede trasparenza e maggior accesso ai fondi di Cassa Ammende, per poter implementare progetti di accoglienza che garantiscano serietà e capacità progettuale", sostiene in un articolo dedicato l'operatore Alessandro Pedrotti, sottolineando come fare accoglienza, seguire un detenuto domiciliare, significa accompagnare queste persone con personale volontario e personale retribuito.

"Significa che durante quelle 24 ore devi garantire a quelle persone un'accoglienza degna". Un impegno costante, dove spesso l'istituzione non tiene in considerazione la leva umana che azionerà il meccanismo e tutte le persone che, da queste scelte, dovranno dipendere, specialmente in questi tempi complessi e già di per sé estenuanti.

Con l'emergenza da Coronavirus infatti, gestire un centro di accoglienza significa tutelare e tutelarsi: avere tutti detenuti domiciliari, anche chi è libero o affidato deve stare rinchiuso, ciò significa dover mediare tutte le informazioni che arrivano dall'esterno, ascoltare le paure e le contraddizioni che un isolamento simile può far scaturire e soprattutto offrire alle persone la possibilità di sentirsi protetti. Per poter avere un'accoglienza rispettosa e responsabile bisogna riconoscere quando le condizioni non ci sono.

Cosa si può fare allora per venire a capo di un problema tanto ampio? "Si può fare un piano straordinario di accoglienza che può essere finanziato con Cassa ammende e con fondi straordinari. Un piano che preveda uno stanziamento significativo per sostenere tutte quelle iniziative che sgraveranno il sistema carcerario di quei 5 o 10mila detenuti che potrebbero usufruire delle misure straordinarie approvate e anche di quei detenuti che hanno un fine pena sotto i 4 anni e potrebbero tranquillamente accedere all'affidamento in prova" suggerisce Pedrotti.

 
Didattica a distanza, si parli anche del diritto all'istruzione degli studenti in carcere PDF Stampa
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di Lara La Gatta


tecnicadellascuola.it, 28 marzo 2020

 

Come abbiamo già riferito, nell'ambito delle indicazioni fornite per l'Istruzione degli adulti con nota 4739 del 20 marzo 2020, il Ministero dell'Istruzione ha anche richiamato l'attenzione sulle scuole in carcere. In particolare, il M.I. sottolinea la necessità di favorire, in via straordinaria ed emergenziale, in tutte le situazioni ove ciò sia possibile, il diritto all'istruzione attraverso modalità di apprendimento a distanza anche per i frequentanti i percorsi di istruzione degli adulti presso gli istituti di prevenzione e pena in accordo con le Direzioni degli istituti medesimi.

Pertanto, i gruppi regionali Paideia sosterranno i Cpia nell'individuare d'intesa con gli Istituti di prevenzione e pena interessati le modalità più adeguate ed opportune per svolgere la didattica a distanza presso le scuole carcerarie tenuto conto, laddove siglati, anche dei protocolli tra Usr e Prap competenti; particolare attenzione andrà rivolta alle attività in favore dei soggetti sottoposti a provvedimenti penali da parte dell'autorità giudiziaria minorile.

Ancora poca attenzione alle scuole in carcere - Anna Grazia Stammati (presidente Cesp-Rete delle scuole ristrette e docente nei percorsi di istruzione in carcere) ci ha scritto per segnalare come poco si parli, in questi giorni di sospensione delle attività didattiche e di attivazione della didattica a distanza a causa del Covid-19, degli studenti "ristretti", ovvero di quegli studenti che frequentano i percorsi scolastici in carcere. Si tratta di un'ampia platea di persone, composta non solo da stranieri che hanno bisogno di essere alfabetizzati, ma anche di giovani e meno giovani italiani (che appartengono spesso a quel 18% di evasione scolastica) che, dentro, continua, per fortuna, il percorso scolastico, tanto nei minorili, quanto nelle istituzioni penitenziarie degli adulti.

I docenti delle scuole in carcere si sono raccolti, da alcuni anni, nella rete delle scuole ristrette ed hanno portato avanti una battaglia incessante per far riconoscere la scuola in carcere quale elemento essenziale dell'esecuzione penale, visto che i docenti, per nove mesi l'anno, hanno un rapporto quotidiano e costante con i detenuti iscritti e rappresentano, per loro, l'unico contatto con il mondo esterno, nel quale, prima o poi, dovranno ritornare.

"Oggi, però, - ci scrive la prof.ssa Stammati - mentre le scuole esterne continuano (tra mille difficoltà e problematiche) il proprio percorso, gli studenti e le studentesse detenute, non hanno più alcun rapporto diretto con i propri insegnanti, se non mediato da materiale cartaceo consegnato tramite educatori o agenti penitenziari che spesso, per le condizioni di invivibilità interna, non potranno essere neppure lette".

Per questo la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha scritto una lettera al Dap (e sulla falsariga di questa al Miur) per richiedere più attenzione ed interventi mirati per i ragazzi e le ragazze in carcere. I docenti della rete delle scuole ristrette, preso atto della Circolare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del 12 marzo, nella quale si richiamava l'opportunità, vista l'emergenza Covid-19, di garantire il prosieguo dei percorsi scolastici in carcere e si invitavano i Provveditori Regionali a comunicare ai Direttori degli Istituti Penitenziari degli ambiti territoriali di competenza, di consentire lo svolgimento di esami di laurea, esami universitari, e colloqui didattici tra docenti e studenti detenuti, mediante videoconferenza e/o tramite Skype, hanno ritenuto opportuno predisporre un monitoraggio presso le scuole appartenenti alla rete, che copre un territorio vasto (da Udine ad Enna).

All'indagine ha risposto il 25% delle istituzioni penitenziarie, con percorsi di studio di primo e secondo livello, che hanno fornito i seguenti dati:

- una sola istituzione penitenziaria, Terni, risulterebbe aver applicato la Circolare sull'utilizzo di Skype per i contatti tra docenti e studenti "ristretti" (anche se ad una verifica del referente territoriale Cesp con il Magistrato di sorveglianza risulta che i tre PC forniti dalla scuola sono utilizzati per agevolare contatti Skype con i familiari per i detenuti di media sicurezza);

- il Cpia di Verona (percorso scolastico di primo livello) ha avuto una conferma di disponibilità ad utilizzare Skype dalla prossima settimana da parte del Direttore del carcere;

- 22 istituzioni penitenziarie non hanno ancora consegnato materiali cartacei agli studenti detenuti per problematiche di vario genere;

- 25 istituzioni penitenziarie hanno provveduto nell'immediato ad inviare materiale cartaceo agli studenti attraverso l'area educativa o gli agenti penitenziari.

È del tutto evidente che l'utilizzo di videoconferenze tramite Skype sia pressoché nullo, per oggettive difficoltà, dovute anche al gravoso impegno che in una situazione emergenziale quale quella attuale stanno sostenendo educatori e agenti penitenziari, ma anche alla mancanza di personal computer, di spazi, di personale addetto. Ciò però sta evidentemente comportando la lesione di un diritto, qual è quello all'istruzione, che non può che produrre ulteriore e profonda destabilizzazione nella popolazione detenuta, che vede nella scuola in carcere un elemento fondamentale dell'esecuzione penale e ciò ci preoccupa molto, nella consapevolezza dell'importanza che il nostro ruolo riveste nella relazione quotidiana da noi costruita con i nostri studenti "ristretti".

Le richieste della Cesp - Per queste ragioni, la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha chiesto sia alla Dap, sia al Ministero dell'Istruzione di occuparsi del problema. E in proposito segnala lo scambio intercorso con l'Ufficio Scolastico Regionale della Liguria, il quale ha confermato che anche in Liguria, al momento, l'unica modalità possibile per garantire la continuità dell'attività scolastica è quella dell'invio di materiali didattici da parte dei docenti agli educatori. Al momento, le scuole di La Spezia si stanno organizzando per utilizzare il canale TV per fare scuola a distanza a beneficio di chi rimane escluso dalla Didattica a Distanza promossa dalle scuole perché privo di connessione. Questa soluzione potrebbe essere seguita anche dalla popolazione scolastica carceraria e infatti il Cpia locale e gli istituti secondari che hanno percorsi di secondo livello in carcere si stanno organizzando.

Questa potrebbe essere un'indicazione da seguire, nella speranza che possa servire per colmare un vuoto che sta comportando danni enormi agli studenti detenuti perché, come si legge anche nella lettera indirizzata agli studenti in carcere: "I disagi e la sofferenza che viviamo non ci devono far dimenticare chi è colpito in prima persona, i tanti morti di cui sentiamo quotidianamente le cifre con il rischio di non considerare che dietro ad esse ci sono persone, storie, affetti che si spezzano; questo virus annulla anche i riti con cui l'umanità ha accompagnato, in modalità diverse nel tempo e nei luoghi, il momento della morte: ancora una volta questa esperienza fa toccare con mano a noi, che siamo fuori del muro, quanto debba essere sconvolgente la lontananza in caso di malattia e l'impossibilità di partecipare ai funerali dei propri cari".

 
Coronavirus. Psicologa: "Ansia tra detenuti, carceri non attrezzate per l'epidemia" PDF Stampa
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dire.it, 28 marzo 2020


Nelle carceri si sono ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il livello di ansia dei detenuti". Spiega la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.

"Tra i detenuti c'è preoccupazione - prosegue Andronico - se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere. Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".

Il discorso della "privazione" riguarda in generale tutta la popolazione ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere. La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti - prosegue Andronico - perché il carcere già ti "stacca" totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".

In merito ai colloqui con gli psicologi, i detenuti chiedono misure di rassicurazione "ma noi operatori sanitari - prosegue Andronico - più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei ischi oggettivi che non possono essere trascurati". Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio.

"Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - spiega - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare". Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista. C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".

Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire "la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza. Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro". Ha concluso Andronico.

 
Braccialetti sbloccati? Forse oggi il via libera PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 28 marzo 2020

 

Il sottosegretario Variati a "Radio Radicale". Ora la vicenda dei braccialetti elettronici è più chiara. I dispositivi ancora non sono disponibili, come aveva evidenziato Il Dubbio in un articolo, da quale è poi scaturita una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti di Italia Viva. Ieri la conduttrice di Radio Radicale Giovanna Reanda ha intervistato il sottosegretario agli Interni Achille Variati e gli ha chiesto proprio di fare il punto sulla questione, specificando la vicenda del bando di gara vinto da Fastweb, secondo il quale la produzione di 1000- 1200 braccialetti mensili sarebbe dovuta partire già 15 mesi fa.

"Ma quindi perché sono così pochi?", ha chiesto Reanda. "In realtà nella giornata di oggi (27/ 03/ 2020, ndr) - ha risposto il sottosegretario Variati - verrà firmato il decreto interdirettoriale tra il capo della Polizia e il capo dell'Amministrazione penitenziaria, dando così seguito al particolare articolo presente nel decreto "Cura Italia". Quindi ha proseguito Variati - verranno resi disponibili circa 5000 braccialetti che saranno consegnati con un numero non inferiore ai 300 a settimana". Poi ha aggiunto: "Già da domani fino alla fine di giugno ci saranno un totale di circa 5000 braccialetti".

Grazie all'intervista di Radio Radicale si è scoperto forse finalmente l'arcano, ovvero che fino ad oggi ancora non è partita la fornitura di nuovi braccialetti perché mancava la fase di collaudo come ha evidenziato Il Dubbio. Ricordiamo, infatti, che l'Amministrazione dell'Interno, nel dicembre 2016, ha avviato una procedura ad evidenza pubblica per la fornitura di braccialetti elettronici conclusasi nell'agosto del 2018 con l'aggiudicazione definitiva dell'appalto a Rti Fastweb: il servizio prevede, per un periodo minimo di 27 mesi, la fornitura di 1.000-1.200 braccialetti mensili per l'intera durata triennale fino al 31 dicembre del 2021. L'erogazione del servizio sarebbe dovuta partire già da ottobre del 2018, previa nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo, ma tale organo è stata nominato o solo a fine novembre 2018 e ad oggi, dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura di collaudo sia ancora aperta. Infatti è stato pubblicato esclusivamente il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno e non risulta invece il "piano di collaudo della fase 2" che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e che deve essere sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall'Amministrazione. Ora sappiamo che da oggi - come annunciato dal sottosegretario a Radio Radicale - dovrebbe finalmente partire la fornitura dei braccialetti elettronici in maniera tale da garantire i domiciliari per i detenuti che ne necessitano.

 
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