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Giustizia: i costi delle carceri inumane

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di Massimo De Luca

 

La Gazzetta di Reggio, 10 marzo 2014

 

Nell'estate del 1971 un professore americano di nome Philip G. Zimbardo condusse un interessante esperimento nel seminterrato dell'Università di Psicologia di Stanford. Scelse 24 studenti tra i più maturi ed equilibrati e li divise in due gruppi, affidando a un gruppo il ruolo di guardie carcerarie e all'altro il ruolo di detenuti.

I prigionieri furono obbligati a indossare divise a righe e furono sottoposti a una rigida serie di regole, mentre alle guardie, dotate di manganello e manette, fu concessa ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine. Dopo qualche giorno si dovette interrompere la prova, perché gli episodi di violenza furono da subito numerosi e divennero sempre più intollerabili. L'esperimento Zimbardo è utile per capire che qualsiasi tipo di istituzione repressiva è potenzialmente generatrice di violenza e la piena tutela dei diritti dei detenuti è una sfida continua per tutti i sistemi democratici.

Scriveva Foucault: "Conosciamo tutti gli inconvenienti della prigione, e come sia pericolosa, quando non è inutile. E tuttavia non vediamo con quale altra cosa sostituirla. Essa è la detestabile soluzione, di cui non si saprebbe fare a meno". Il carcere costituisce un vero archetipo della condizione umana, un microcosmo che rispecchia il macrocosmo del mondo esterno. Purtroppo il sistema carcerario italiano, soprattutto per il problema del sovraffollamento, non ci mette certo all'avanguardia tra i paesi occidentali, anzi ci espone ai continui richiami e sanzioni delle istituzioni comunitarie.

L'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che proibisce, oltre alla tortura, il trattamento inumano o degradante dei reclusi, funge da parametro per valutare le condizioni di vita in carcere e la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ritiene, ormai, che sia violato automaticamente l'art. 3 della Convenzione laddove lo spazio a disposizione del detenuto sia inferiore ai tre metri quadrati. Questo orientamento emerse nel caso Sulejmanovic contro Italia, nel quale la Corte con una sentenza del luglio 2009 condannò l'Italia per trattamento inumano e degradante, a causa dell'insufficienza particolarmente rilevante dello spazio individuale (2,7 metri quadrati) nella cella del ricorrente. Come era immaginabile, vista la situazione costante di sovraffollamento delle carceri in Italia, la decisione ha spianato la strada a numerosi altri ricorsi, con il rischio di provocare un "effetto valanga".

Con la recente sentenza Torreggiani dell'8 gennaio 2013, la Corte, preso atto che il sovraffollamento delle carceri in Italia è un problema strutturale, ha sospeso la decisione di altri ricorsi, dando tempo allo Stato italiano fino a maggio di quest'anno per risolvere la situazione. Manca ormai poco tempo alla scadenza, ma il legislatore sembra incapace di adottare provvedimenti strutturali che risolvano questo annoso problema: dall'ammodernamento dell'edilizia carceraria a una seria depenalizzazione, dall'adozione di sanzioni alternative al carcere alla velocizzazione dei processi.

Le misure previste dal recente "decreto svuota carceri" servono a tamponare la situazione, ma non sono certo risolutive. Il rischio è che la condizione dei detenuti continui a essere intollerabile e sullo Stato italiano fiocchino condanne milionarie per trattamenti degradanti all'interno delle nostre carceri. Oltre alla giustizia internazionale anche i magistrati di Sorveglianza hanno iniziato a intervenire, imponendo alle direzioni dei penitenziari di assicurare ai detenuti celle più ampie, pena il pagamento di risarcimenti pecuniari ai ricorrenti, come deciso in alcune recenti ordinanze dei giudici veneziani.

C'è, insomma, il rischio concreto che il fallimento della politica carceraria ci costi parecchio, da tutti i punti di vista, ma è evidente che la politica è in tutt'altre faccende affaccendata. La battaglia per carceri più umane non è popolare, ma dovremmo sempre ricordarci che il grado di civiltà di uno Stato si misura dal grado di civiltà delle sue prigioni, come diceva Voltaire più di due secoli fa.

 

 

 



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