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"Nelle misure antimafia si evitino le ingiustizie, ma non è tempo di disarmo" PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 19 gennaio 2022

 

"Certo, casi di ingiustizia legati all'applicazione delle misure antimafia vanno evitati. E lì dove si valorizza il contraddittorio con la difesa, è possibile giungere a conclusioni più precise, a cominciare dal coinvolgimento di un imprenditore nell'organizzazione mafiosa. Ancora: l'evoluzione che va verso una sempre più attenta affermazione dello Stato di diritto è attestata anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Ma attenti. Perché passare da un'impostazione evolutiva a una rinuncia al doppio binario previsto dal codice antimafia non trova alcuna giustificazione. Le organizzazioni criminali sono tuttora molto pericolose anche se vestono abiti diversi, quelli dell'intermediario irriconoscibile a un primo sguardo. Vuol dire che il quadro è diventato più complesso, non certo più tranquillizzante".

Federico Cafiero de Raho è da oltre quattro anni procuratore nazionale antimafia. Risponde qui all'anacronismo che accademia e avvocatura scorgono nella legislazione antimafia del nostro paese, basata sul cardine dell'eccezionalismo. Ma il vertice della Dna dà un primo pur generale giudizio anche sulla proposta di legge, a prima firma Gabriella Giammanco, che oggi Forza Italia presenterà in Senato per rivedere le misure di prevenzione ed evitare così ingiustizie come quelle subite da Pietro Cavallotti, il giovane imprenditore di Belmonte, nel Palermitano, che oggi interverrà alla presentazione di Palazzo Madama.

 

Prima di arrivare alle proposte di legge, Procuratore, si può dire che lo stato d'eccezione delle norme antimafia può cominciare a essere ridimensionato?

Partiamo da un dato. La mafia non è vinta, non è scomparsa: si è riprodotta. Indossa il vestito dell'impresa, si è incistata nell'economia legale. Si radica non solo nel Nord Italia ma anche lontano dall'Europa, in società nelle quali è in apparenza impossibile scorgere il segno dell'origine criminale.

 

Il salto di qualità richiede un contrasto diverso?

Sì, un contrasto non certo attenuato: gli interessi economici dell'organizzazione criminale non sono più affidati a persone di famiglia, come negli anni Settanta, o a figure comunque riconducibili, ma a soggetti lontani, individuati con strategia. E solo indagini molto complesse, basate per esempio sulla decrittazione di messaggi in codice, consentono di ricostruire trame del genere. Intuire un legame fra l'amministratore di una società, magari operativa all'estero, e l'organizzazione mafiosa è così difficile che solo chi conosce quello specifico settore d'impresa può cogliere dettagli in grado di innescare un allarme. Ecco perché non va affatto dismessa la legislazione antimafia: va casomai resa più avanzata.

 

Ma neppure si può ignorare la sconfitta della vecchia mafia stragista...

Che con la propria strategia si è condannata all'ergastolo. Ma la mafia attuale, con la sua strategia della sommersione, è insidiosissima. Si manifesta nella sua pervasività in particolare al Nord, dove l'intimidazione attuata per insediarsi nel tessuto economico è spesso sottile. Cito un'intercettazione in cui un emissario di Antonio Piromalli convinse il titolare di un villaggio turistico ad accordarsi con imprese della 'ndrangheta per l'affidamento dei sevizi di pulizia e ristorazione. Venne utilizzata una frase brevissima: "Noi siamo i garanti della Calabria". L'imprenditore capì subito. Passò in un istante dal "no grazie" alla ricerca di una via per siglare un patto. Ora sa qual è un frutto avvelenato della pandemia?

 

Siamo allo sciacallaggio delle mafie?

Il paradigma è l'imprenditore che non riesce ad accedere al credito e si rivolge al prestito mafioso. L'organizzazione criminale entra in quel modo nell'attività ma senza neppure ricorrere ad avvicendamenti nella compagine aziendale. Semplicemente controlla il titolare che rimane dov'è, con i mafiosi che lo utilizzano per reinvestire i capitali. E qui siamo anche al nodo delle proposte di legge in arrivo in Parlamento.

 

Oggi la senatrice FI Giammanco (FI) ne illustra una che modifica le misure di prevenzione patrimoniali...

Parto da un presupposto: mantenere il doppio binario resta tuttora necessario. Ad esempio, se c'è una sproporzione fra i valori di un'azienda e la effettiva capacità reddituale, non si può smettere di cogliervi il segnale di un inquinamento mafioso, a meno che la sproporzione non si giustifichi in altro modo.

 

Casi di ingiustizia, nei sequestri antimafia, ce ne sono stati, e a volte assai gravi: li si può evitare?

Certamente. Non si può abbattere però la legislazione attuale. Lì dive ci sono guasti è necessario intervenire, ma si tenga presente che i procedimenti di prevenzione sono giurisdizionalizzati a tal punto che in Europa sono considerati un modello. D'altronde sempre più spesso il traffico di stupefacenti segue rotte settentrionali lontane dal Mediterraneo, e la sinergia fra squadre investigative di paesi diversi è indispensabile.

 

Resta il rischio dei sequestri in danno di imprenditori di cui in parallelo si accerta l'innocenza nel processo penale...

Ripeto, bisogna intervenire affinché non si perpetuino ingiustizie, ma con l'ascolto, ai tavoli tecnici, di operatori della giustizia in grado di suggerire soluzioni che non compromettano l'efficacia degli strumenti.

 

A cosa si riferisce in particolare?

Si può trarre spunto da un aspetto della proposta di legge che sarà presentata nelle prossime ore in Senato e che, anche se si attiva un controllo giudiziario, consente al titolare dell'impresa di proseguire nella conduzione dell'attività: così però c'è il rischio di un'alterazione documentale che comprometta i riscontri con cui si può verificare la partecipazione della mafia. Possiamo pensare a correttivi, a tutele in grado di assicurare la costante affermazione dello stato di diritto, ma va nello stesso tempo tenuta in conto la capacità delle organizzazioni criminali nell'individuare consulenti in grado di manipolare i segni dell'inquinamento. Non condivido inoltre, nel testo in arrivo al Senato, la sovrapposizione quasi assoluta fra il sistema di prevenzione e le regole processuali penali in materia di prova.

 

In cui però la prova è accertata nel contraddittorio...

Nelle proposte di cui si leggono anticipazioni si propone che alla base della misura di prevenzione debbano necessariamente esserci indizi gravi, precisi e concordanti. È la stessa definizione contenuta nelle norme del processo penale rispetto alla valutazione della prova. Ma se facciamo coincidere la qualità degli indizi necessari alle misure di prevenzione, che devono anticipare la risposta nel caso di pericolosità, con i presupposti in grado di portare alla condanna nel processo penale, la prevenzione non esiste più. E per paradosso, la proposta di legge suggerisce di rispondere a indizi gravi, precisi e concordanti non con un procedimento penale ma con la procedura di prevenzione che determina la sorveglianza speciale.

 

C'è però da scongiurare il rischio che il dissequestro seguito a un accertamento dell'innocenza del titolare arrivi quando ormai l'azienda è compromessa...

Assolutamente, ma per farlo si deve sempre verificare la capacità di un'azienda di reggersi nel quadro dell'economia legale. Servono valutazioni prudenti, il che vuol dire, naturalmente, anche acquisire indizi tali da desumere la certezza che quell'impresa possa essere riconducibile al contesto mafioso. È possibile farlo anche attraverso l'ulteriore riconoscimento del contraddittorio con la difesa, ed è quanto avviene in virtù delle ultime modifiche alle norme sulle interdittive decisive dai prefetti, che valorizzano appunto il contraddittorio in modo da modulare le misure in quei casi in cui si è di fronte solo a una agevolazione occasionale dell'impresa da parte della mafia.

 

È possibile una regolazione analoga anche nel procedimento di prevenzione, cioè nei sequestri?

È il principio a cui obbedisce il ricorso al controllo giudiziario, che è tanto più efficace e privo di effetti critici per l'azienda quanto più l'attività di prevenzione si svolge in tempi rapidi. Valorizzare la partecipazione della difesa, anche nelle misure di prevenzione, può consentire di raggiungere determinazioni più precise. Anche le novità sulle interdittive dimostrano come un'evoluzione simile sia in atto, ed è anche apprezzata dalla Cedu. Evitare le ingiustizie è un obiettivo a cui non si deve derogare, ma neppure si può recedere dal contrasto delle mafie, sempre più pervasive, solo perché si presentano con un abito diverso dal passato.

 
"Il Csm torni autorevole: solo così le sue decisioni saranno inattaccabili" PDF Stampa
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di Valentina Stella

 

Il Dubbio, 19 gennaio 2022

 

Per Rossella Marro, Presidente di Unicost, il conflitto tra Consiglio di Stato e Consiglio superiore della magistratura si può risolvere solo così: "Dobbiamo metterci d'accordo con noi stessi: vogliamo ampliare o limitare la discrezionalità del Consiglio nella comparazione dei profili?". E critica le dichiarazioni fatte a questo giornale dal segretario di Md Stefano Musolino: "Per anni abbiamo rivendicato l'azione giudiziaria rimandando al mittente le accuse di una giustizia ad orologeria".

 

Presidente come giudica quanto accaduto tra Csm e Consiglio di Stato?

La premessa è che le sentenze del giudice naturale vanno sempre rispettate. Non condivido pertanto la posizione espressa in una intervista al vostro giornale dal collega Stefano Musolino (segretario di Magistratura Democratica, ndr) per cui le motivazioni delle sentenze del Consiglio di Stato sarebbero state depositate con una tempistica sospetta. Per anni abbiamo rivendicato l'azione giudiziaria rimandando al mittente le accuse di una giustizia ad orologeria.

 

Ma al di là del fattore tempo, qual è la sua opinione? Il Cds è andato oltre?

Il Csm deve valutare i diversi profili dei magistrati, godendo di una discrezionalità che tuttavia col tempo lo stesso Consiglio ha limitato con il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria ed altri interventi (ricordo le griglie per l'accesso alla Dna) dettati forse anche dalla sfiducia che serpeggia tra la base. Pertanto, nel momento in cui esistono dei paletti fissati dallo stesso Csm diventa fisiologico, come avvenuto anche in tanti altri casi, che si inserisca il provvedimento dell'autorità amministrativa. Nulla esclude in ogni caso che il Csm, se è stato ravvisato un difetto nella motivazione, confermi nuovamente la nomina motivando più approfonditamente. Dobbiamo metterci d'accordo con noi stessi: vogliamo ampliare o limitare la discrezionalità del Consiglio nella comparazione dei profili?

 

Lei cosa si risponde?

Non c'è dubbio che più limitiamo la discrezionalità, più si amplia il margine di intervento della giustizia amministrativa. Autorevoli costituzionalisti e commentatori, tra cui Vladimiro Zagrebelsky e Cesare Mirabelli, hanno evidenziato la necessità che il Csm recuperi maggiore discrezionalità. È chiaro che questo percorso deve coincidere con un recupero di autorevolezza e credibilità del Csm stesso che renderebbe diffusamente riconosciute le decisioni assunte.

 

Quindi voi siete a favore di una maggiore discrezionalità?

Dipende molto anche dal tipo di incarichi su cui ci si deve esprimere. Quelli apicali, come quelli in questione, probabilmente richiederebbero una maggiore discrezionalità.

 

Nell'intervista che lei citava prima il dottor Musolino ha anche detto "il Csm ha il compito di "fare" politica giudiziaria, e a questo non può supplire il Consiglio di Stato, pena una perdita di indipendenza della magistratura". Che ne pensa?

Il Csm è espressione di diverse sensibilità culturali, che entrano in gioco in diversi settori di intervento dello stesso organo di governo autonomo. Senza dubbio spetta al Consiglio concorrere alla politica giudiziaria. Ma in relazione alla valutazione comparativa dei curriculum per il conferimento degli incarichi, allo stato attuale, i parametri della normativa secondaria, che sono stati dati nel Testo unico della dirigenza, escludono che possano trovare ingresso valutazioni ulteriori e diverse rispetto a quelle previste. Quindi, se ne può discutere, ma allo stato attuale, la prospettiva del collega Musolino non può trovare albergo nelle decisioni del Csm.

 

Zagrebelsky nel suo editoriale sulla Stampa ha sottolineato come i criteri di valutazione si applicano a magistrati che è difficile distinguere. Stesso concetto espresso dal presidente dell'Unione Camere Penali che chiede una profonda modifica delle valutazioni. Lei è d'accordo?

Effettivamente spesso le valutazioni di professionalità sono molto somiglianti tra loro. Ciò rende difficile comprendere in concreto che differenza c'è tra i profili dei candidati.

 

Nel voto della V commissione del Csm che ha riconfermato Curzio e Cassano l'esponente di Unicost Michele Ciambellini si è astenuto. Come mai?

Partendo dal presupposto che le riunioni delle commissioni non sono pubbliche, posso supporre che la valutazione compiuta dal consigliere Ciambellini, sempre molto attento al profilo istituzionale, sia connessa ai tempi strettissimi dettati dalla maggioranza della Commissione. Non ho dubbi che si sia trattato di una posizione a tutela dell'Istituzione e di tutte le persone coinvolte nelle decisioni del giudice amministrativo.

 

Il dottor Andrea Reale, esponente dell'Anm con la lista dei 101, ha parlato di "atto di forza e sostanziale elusione della sentenza del giudizio amministrativo"...

Non parlerei di un atto di forza ed elusione del giudizio amministrativo, non conoscendo neanche le motivazioni della proposta di delibera di riconferma. Non vi è dubbio comunque che la dialettica tra le istituzioni debba svolgersi in termini di reciproca legittimazione e che una eccessiva rapidità possa restituire all'esterno l'immagine di un Consiglio poco attento alle decisioni del suo giudice naturale.

 

Ma secondo lei quindi cosa si sarebbe dovuto fare per affrontare la situazione a pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario?

Quello che posso ribadire è che certe decisioni hanno bisogno di tempo per essere assunte. Intanto il Presidente Curzio avrebbe comunque potuto presiedere con piena legittimazione l'inaugurazione dell'anno giudiziario.

 

Tutto questo quadro rende ancora più urgente la riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario...

Bisogna però stare attenti a non fare una riforma che come reazione peggiori la situazione. Ad esempio, il sorteggio dei candidati al Csm, a parte i profili di incostituzionalità, violerebbe il principio di piena rappresentanza, limitando il numero degli eleggibili, e determinerebbe una delegittimazione della componente togata rispetto a quella laica, che continuerebbe a ricevere una forte legittimazione parlamentare. Restituirebbe inoltre un'immagine offuscata della magistratura, non pienamente in grado di eleggere i suoi rappresentanti in seno al Csm. Non dimentichiamoci che anche oggi ci si può candidare come indipendenti raccogliendo un numero limitato di firme. Il sorteggio degli eleggibili determinerebbe quindi verosimilmente la corsa all'appoggio, trasparente o occulto, sempre dei gruppi organizzati. Non mi sembra una soluzione.

 
Il caso dell'avvocato Pittelli e cosa ci insegna sull'importanza delle regole PDF Stampa
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di Luigi Manconi


La Repubblica, 19 gennaio 2022

 

Quello che segue è un piccolo test, che non ha l'ambizione di una indagine sociologica sugli orientamenti collettivi di una popolazione e nemmeno quella di definire la fisionomia culturale di un gruppo sociale o di un ceto professionale. Lo scopo è, più semplicemente, la rilevazione del tasso di garantismo di ognuno: una sorta di "garantismometro".

Ovvero la misurazione del rispetto che ciascuno esprime nei confronti dei principi, anzitutto costituzionali, e delle garanzie che governano l'amministrazione della giustizia e, in particolare, il processo penale. E che fanno sì che il codice penale sia la "Magna Charta" del reo.

Pigliamo un caso tra i molti possibili. L'avvocato Giancarlo Pittelli, nato a Catanzaro nel 1953, parlamentare di Forza Italia dal 2001 al 2013, è attualmente recluso nel carcere di Melfi, con l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, poi derubricata a concorso esterno in associazione mafiosa, e di rivelazione di segreti d'ufficio. Non so alcunché di lui sotto il profilo del carattere e della vita privata, della personalità e dei suoi costumi. Non ho alcun motivo particolare di simpatia o di avversione. E, della sua vicenda giudiziaria, conosco solo il poco che pubblicano i giornali.

Di conseguenza, non sono in grado di affrontare la sua vicenda processuale da un punto di vista complessivo. E, tuttavia, ritengo che alcuni piccoli dettagli - episodi in apparenza secondari - di quella stessa vicenda risultino talmente dirompenti da indurre a una riflessione sul funzionamento generale della giustizia. E su una crisi che appare ormai irreversibile.

Primo trascurabile dettaglio. Come già evidenziato su Il Riformista, nell'ordinanza di custodia cautelare viene riportata l'intercettazione relativa a un dialogo tra Giovanni Giamborino, accusato di essere affiliato alla 'ndrangheta, e la propria moglie. Quest'ultima dice: "Qui abita Pittelli?". Risposta di Giamborino: "Sì". E la donna: "Ma è mafioso...". Così la conversazione viene riportata nell'ordinanza, ma omettendo l'intonazione interrogativa e le frasi successive. Infatti, la trascrizione integrale dello scambio tra marito e moglie prosegue e Giamborino replica: "No, avvocato". Quest'ultima frase che, se omessa o ignorata, rovescia totalmente il significato delle parole della donna ("È mafioso...") da dubitativo in assertivo, è ovviamente cruciale. Di più: è determinante per la comprensione del senso della conversazione intercettata.

Secondo trascurabile episodio. Nell'ottobre scorso, mentre si trova agli arresti domiciliari, Pittelli scrive a Mara Carfagna, ministra per il Sud e la coesione territoriale, sua antica conoscente e collega di partito. Le invia una lettera in cui contesta la ricostruzione proposta negli atti. Parla di "manipolazione" di alcune trascrizioni di intercettazioni, come quella di una conversazione telefonica avvenuta nel 2016 con un suo cliente, che rivela notizie già divulgate precedentemente dai quotidiani locali.

Nella stessa lettera, Pittelli parla di un'altra captazione ambientale, nella quale gli inquirenti avrebbero inserito un avverbio ("ancora") destinato a cambiare il senso della frase. Si aggiungono, poi, altre valutazioni relative a comportamenti che la Procura avrebbe considerato come prova di una sua complicità con l'associazione criminale. Il senso complessivo delle parole di Pittelli è inequivocabile: è lo sfogo di un uomo disperato, che tale si definisce e che, proprio in ragione di quella "disperazione", decide di violare il divieto di "avere rapporti di corrispondenza" mentre si trova agli arresti domiciliari. Ma la lettera, che certifica uno stato di acutissima depressione e di smarrimento, viene utilizzata come prova a carico; e la sanzione che ne consegue è inesorabile: l'avvocato Pittelli deve tornare in carcere. In quello di Melfi, dove ha appena iniziato uno sciopero della fame.

La domanda che traggo, da una vicenda indubbiamente complessa, è la seguente: possono questi DUE trascurabili dettagli porre in discussione la situazione processuale di Pittelli? So bene che né l'uno né l'altro di questi episodi hanno l'effetto di inficiare l'apparato accusatorio e il quadro probatorio a carico dell'avvocato di Catanzaro. Ma la questione resta aperta in tutta la sua scandalosa enormità.

Che così riassumo: può considerarsi coerente e ragionevole, argomentato e razionale, un impianto accusatorio che si giova di quella (e chissà di quante altre) manipolazione delle prove? Può considerarsi legittima ed equa un'azione penale che trasferisce un indagato dalla condizione degli arresti domiciliari a quella della reclusione in carcere per una violazione dovuta a una particolare crisi emotiva? Mi si dirà: ma stiamo parlando di una indagine che ha per oggetto l'attività di grandi organizzazioni criminali, che ricorrono all'omicidio come strumento di esercizio del potere. E stiamo parlando di uomini che, secondo l'accusa, "concorrerebbero" a quella stessa attività criminale.

D'accordo, e non discuto minimamente tutto ciò. Tuttavia mi chiedo se, al fine di prevenire delitti, anche i più efferati, si possa accettare di trascurare le regole, stravolgere le forme, sospendere le garanzie. E se ciò non produca danni altrettanto profondi e duraturi nel tempo quanto quelli determinati dalle azioni criminali delle 'ndrine. Pensiamoci, almeno.

 

 
"Simona, piangendo disse che voleva andarsene da casa!" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 19 gennaio 2022

 

"Piangeva. Simona non ha mai pianto nella sua vita. E quel giorno piangeva", tanto che disse di volersene andare via da casa. "Simona mi disse otto giorni prima, nove giorni prima, che poi non ci siamo viste più, perché sono andata fuori, che se ne voleva andare". Si sono aggiunti altri tasselli sulla scomparsa di Simona Floridia avvenuta ufficialmente il 16 settembre del 1992 a Caltagirone, che fanno vacillare ulteriormente l'accusa nei confronti di Andrea Bellia, unico imputato - dopo trent'anni dal fatto - che rischia di essere condannato all'ergastolo senza alcuna prova tangibile, ma solo tramite un unico indizio da ritrovarsi in una intercettazione tra due adolescenti appena 18enni, ripescata dopo più di 20 anni.

Durante la scorsa udienza presso la Corte d'Assise di Catania, sono stati sentiti tre ex compagni di comitiva di Simona Floridia e Andrea Bellia. Emerge che circa una decina di giorni prima della scomparsa, Simona e la madre sono andati a mangiare a casa di una delle testimoni sentite. Fu in quell'occasione che Simona le ha detto che voleva andarsene di casa, visto un evidente rapporto conflittuale con i genitori. "Ricordo che me l'ha detto, che se ne andava. E per un tratto è stata molto arrabbiata, questo sì!", ha deposto la sua ex amica.

L'avvocata Pilar Castiglia le ha domandato: "Ricorda se piangeva?". La testimone: "Piangeva. Simona non ha mai pianto nella sua vita. E quel giorno piangeva". Ma non ricorda altro. A quel punto l'avvocata Castiglia le legge le dichiarazioni che fece all'epoca, quando fu sentita a sommarie informazioni:

"Mentre piangeva, fatto strano, perché non l'aveva mai vista piangere, poiché di carattere molto forte, minacciò i suoi genitori di volerli ammazzare, e di volere andare via di casa". Non se lo ricorda più. Ma è fisiologico, perché dopo trent'anni è difficile ricordate fatti e circostanze. Per questo motivo l'avvocata Castiglia ha chiesto l'acquisizione del verbale di sommarie informazioni. Ma il Pm non ha dato il consenso all'acquisizione di atti del suo ufficio. Un'occasione persa, perché evidentemente sarebbero di maggiore aiuto alla ricerca della verità rispetto alle testimonianze, in alcuni casi confuse e approssimative.

Comunque sia, dall'ultima udienza emerge che la 17enne Simona voleva andarsene di casa. Questo fa il paio con l'udienza precedente: è emersa una annotazione di servizio, dove l'assistente capo, addetto alla squadra di polizia giudiziaria, riferisce che il 18 settembre apprende dal padre di Simona che quest'ultima era stata notata, verso le ore 11 e 30 del mattino stesso, nei pressi della stazione ferroviaria. Un fatto riferitegli da un collega della Polfer. Non è poco. Vuol dire che due giorni dopo la data ufficiale della scomparsa, poi si sarebbe recata alla stazione.

Per andare dove? Non lo potremo sapere mai. Anche perché, così è emerso nell'udienza precedente, l'allora uomo della Polfer ha deposto spiegando di non aver accertato se a quell'ora passassero treni e dove andassero. Non è stata nemmeno diramata la foto di Simona alle stazioni collegate con quella di Caltagirone. Diventa sempre più difficile condannare oltre ogni ragionevole dubbio un uomo, oggi 47enne, che rischia di finire il resto della sua vita in carcere, perché - secondo l'accusa - dopo un giro in vespa avrebbe, al culmine di un litigio, gettato da un dirupo Simona.

Lui stesso, come già testimoniò all'epoca della scomparsa, avrebbe invece, dopo un giro, riaccompagnato la ragazza in centro, vicino ad un bar e poi non l'avrebbe più rivista. Eppure, ora è agli atti una annotazione di servizio dove si scopre che Simona è stata vista alla stazione due giorni dopo il presunto omicidio. Non solo. All'ultima udienza è emerso - grazie alla testimonianza resa da una sua amica - che la ragazza aveva annunciato, piangendo, che voleva andarsene via di casa. Ricordiamo che Floridia era una ragazza suggestionabile e trovava conforto nel mondo dell'occulto, all'epoca un sottobosco molto diffuso nella sua zona in provincia di Catania.

 
Pena incostituzionale (droghe pesanti), la rideterminazione a un giudice diverso PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo


Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2022

 

La Corte costituzionale con la sentenza n. 7 del 18 gennaio 2022 ha giudicato parzialmente illegittimi gli articoli gli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale.

Sono costituzionalmente illegittimi gli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che il giudice dell'esecuzione deve essere diverso da quello che ha pronunciato l'ordinanza sulla richiesta di rideterminazione della pena, a seguito di declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, annullata con rinvio dalla Corte di cassazione. Lo ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n. 7 del 18 gennaio 2022.

La vicenda - La questione era stata sollevata dal Gip del Tribunale di Verona, in funzione di giudice dell'esecuzione. Il rimettente afferma di aver emesso sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (passata in giudicato l'11 gennaio 2019) nei confronti del ricorrente - detenuto in carcere - per il reato di cui agli articoli 73, comma 1, e 80 del Dpr n. 309 del 1990. Dopo la sentenza della Consulta n. 40 del 2019 che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma in materia di stupefacenti (nella parte in cui prevedeva la pena minima della reclusione nella misura di otto anni, anziché di sei), il condannato ha proposto incidente di esecuzione. Non avendo le parti raggiunto l'accordo, il giudice a quo ha rigettato la richiesta di nuova commisurazione della pena, in quanto il condannato si era reso colpevole di un fatto di allarmante gravità.

A questo punto il difensore ha impugnato l'ordinanza di rigetto proponendo ricorso innanzi alla Corte di cassazione che ha annullato l'ordinanza impugnata. Il giudizio di rinvio è stato assegnato al medesimo giudice in applicazione della disposizione di cui all'articolo 623, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. A questo punto il rimettente ha ritenuto che non potesse essere il medesimo giudice-persona fisica, che si sia già espresso, nell'ordinanza annullata dalla Corte di cassazione, a decidere nel giudizio di rinvio su un aspetto fondamentale, qual è quello della quantificazione della pena, che implica "penetranti poteri di valutazione di merito".

La motivazione - L'apprezzamento demandato al giudice in sede di rinvio - afferma la Consulta - assume, con riferimento alla individuazione del "giusto" trattamento sanzionatorio, la natura di "giudizio" che, in quanto tale, integra il "secondo termine della relazione di incompatibilità [...], espressivo della sede "pregiudicata" dall'effetto di "condizionamento" scaturente dall'avvenuta adozione di una precedente decisione sulla medesima res iudicanda" (sentenza n. 183 del 2013).

Non solo, la Consulta ricorda che "la locuzione "giudizio" è di per sé tale da comprendere qualsiasi tipo di giudizio, cioè ogni processo che in base ad un esame delle prove pervenga ad una decisione di merito" (ordinanza n. 151 del 2004).

Pertanto, è un ""giudizio" contenutisticamente inteso, [...] ogni sequenza procedimentale - anche diversa dal giudizio dibattimentale - la quale, collocandosi in una fase diversa da quella in cui si è svolta l'attività "pregiudicante", implichi una valutazione sul merito dell'accusa, e non determinazioni incidenti sul semplice svolgimento del processo, ancorché adottate sulla base di un apprezzamento delle risultanze processuali" (sentenza n. 224 del 2001).

In questo senso, prosegue la decisione, la valutazione complessiva del fatto illecito, che compete al giudice dell'esecuzione nell'attività di commisurazione della pena, resa necessaria a seguito di una pronuncia di illegittimità costituzionale, presenta, tutte le caratteristiche del "giudizio" per come delineate dalla giurisprudenza di questa Corte.

Sicché, in sede di rinvio dopo l'annullamento da parte della Corte di cassazione, il giudice dell'esecuzione - per essere "terzo e imparziale" (art. 111, secondo comma, Cost.) - deve essere persona fisica diversa dal giudice che, in precedenza, si è già pronunciato con l'impugnata (e annullata) ordinanza sulla richiesta di nuova determinazione della pena.

In sostanza, conclude la Corte, ogni qual volta il giudice deve provvedere sulla richiesta di rideterminazione della pena a seguito di declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, deve trovare applicazione una regola analoga a quella posta dall'articolo 623, comma 1, lettera d), cod. proc. pen., secondo cui "se è annullata la sentenza di un tribunale monocratico o di un giudice per le indagini preliminari, la corte di cassazione dispone che gli atti siano trasmessi al medesimo tribunale; tuttavia, il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata".

 
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