Giustizia: Cassazione; stupro di gruppo, la custodia cautelare in carcere non è obbligatoria |
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Condividi di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 3 febbraio 2012
Per i ragazzi del branco imputati di stupro non si devono spalancare le porte del carcere. Non necessariamente. Il giudice può applicare misure cautelari alternative, se lo ritiene opportuno. Anche gli arresti sotto il tetto di casa, per esempio. Lo ha stabilito ieri la Corte di cassazione. E ha spalancato, quelle sì, le porte delle polemiche. Di tutte le donne, con una trasversalità che non ha guardato l'appartenenza politica. In punta di diritto, per capire questa sentenza bisogna andare a vederne un'altra, quella della Corte costituzionale del 2010, la numero 265. Fu con quel pronunciamento che la Consulta decise che per il singolo stupratore non era obbligatorio il carcere. E affossò così il decreto presentato nel febbraio del 2009 dall'allora ministro degli Interni Roberto Maroni e rapidamente trasformato in legge dal Parlamento. C'era stata una escalation di stupri, in quei mesi. Un allarme sociale che aveva fatto scattare la protezione politica. Per questo in quel decreto legge si diceva, chiaro: per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni non è consentito al giudice di infliggere misure cautelari diverse (e meno afflittive) del carcere. Un'esultanza femminile in Parlamento, e fuori. Durata poco. L'anno dopo l'accetta dei giudici togati. Ieri il verdetto della Suprema corte. C'è uno stupro di una ragazzina in un paese vicino Frosinone, alla base della nuova sentenza, il Tribunale del riesame di Roma non aveva esitato, al momento: aveva confermato il carcere ai due autori della violenza sessuale. Del resto la sentenza della Consulta non aveva parlato del branco. Lo ha fatto ieri la Cassazione. "E ha emesso una sentenza impossibile da condividere", sbotta Mara Carfagna, oggi deputato del Pdl, ieri ministro delle Pari opportunità che aveva sostenuto a spada tratta il carcere per gli stupratori e consegnato il suo disegno di legge in proposito nelle mani del collega Maroni. Dice ora Mara Carfagna: "Le aggravanti per i reati di violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come questo. Il messaggio era chiaro: tolleranza zero contro la violenza sulle donne, che non è un reato di serie B". Le parole di Mara Carfagna sono soltanto la stura a un profluvio di polemiche che da sempre in tema di violenza sessuale ricompattano le donne di ogni parte politica. E infatti anche Barbara Pollastrini, Pd, già ministro delle Pari opportunità con il governo Prodi, è schizzata contro una sentenza che ha definito "lacerante". Ha detto: "Bisogna capire che il punto non è volersi vendicare, ma poter avere fiducia che si compia sino in fondo giustizia". Alessandra Mussolini, deputata Pdl, non usa mezzi termini: "È aberrante applicare misure alternative al carcere per lo stupro di gruppo. La Cassazione ha lanciato una bomba a orologeria pronta a esplodere". Alla Mussolini fa eco la sua collega di partito, Barbara Saltamartini che per definire la sentenza usa proprio lo stesso termine "aberrante". E subito dopo aggiunge: "In questo modo si violenta doppiamente la vittima di un abuso così atroce". È un'eco che rimbalza sulla bocca di Teresa Bellanova, Pd: "Questa sentenza rischia di vanificare lo sforzo sovrumano di tante donne che, credendo fermamente nella giustizia, hanno avuto il coraggio di denunciare e di ripercorrere quel percorso di dolore".
Maroni: così si lasciano più sole le vittime
Roberto Maroni era ministro dell'Interno in quei mesi a cavallo fra il 2008 e il 2009. Di violenza sessuale si parlava tutti i giorni sulle pagine dei giornali. Cerano stupri a ripetizione. Orribili. Chissà se si era generato un processo di emulazione. Comunque un fenomeno che il governo volle prendere di petto subito. Racconta adesso il leghista Maroni: "Quando nel febbraio del 2009 mi presentai a Palazzo Chigi con il pacchetto sulla sicurezza, dentro ci avevo messo anche lo stalking e quell'aggravante sull'obbligatorietà del carcere per il reato di violenza sessuale. Aveva voluto tutto Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità". Un decreto legge che diventa legge rapidamente e che altrettanto rapidamente perde la sua validità: la Corte costituzionale allargò le maglie e concesse agli imputati di stupro di poter usufruire di misure cautelari alternative. "E adesso la Corte di cassazione ha esteso questo beneficio agli autori di stupro in branco", scuote la testa Roberto Maroni. Poi dice: "Non posso che giudicare questa sentenza come una sentenza brutta. Di più: pericolosa. Perché dopo questa sentenza si profilano due rischi, tutti e due molto gravi: che gli stupratori si sentano legittimati a compiere il reato. E che le donne abbiano paura a denunciarli, temendo le loro ritorsioni". La voce maschile dell'ex ministro dell'Interno è in perfetta sintonia con le voci femminili che trasversalmente, in un coro, ieri hanno condannato in toto questa sentenza della Suprema corte. Si sono dovuti aspettare decenni perché una legge dello Stato stabilisse che il reato di violenza sessuale fosse considerato un reato contro la persona. Fino ad appena vent'anni fa era rimasto in vigore in Italia il codice Rocco (fascista) che relegava a reato contro la morale uno stupro nei confronti di una donna. Un reato che ha fatto sempre discutere. Soprattutto per le sentenze delle Corti. Quella sui blu jeans, è forse la più emblematica. Come è successo ieri questa sentenza riuscì a ricompattare in un solo fronte tutte le donne di ogni estrazione politica: la Consulta stabilì che una donna che indossava i jeans non poteva essere considerata una donna stuprata. "Adesso però sarà bene che i ministri della Giustizia e dell'Interno prendano un'iniziativa legislativa per intervenire dopo questa sentenza della Corte di cassazione", dice con convinzione Roberto Maroni. E spiega: "Se si lasciano le cose così si fanno troppi passi indietro. Se non si propone un'altra legge finirà che Caino vincerà su Abele".
Alessandro Pace: la Carta più importante del pacchetto sicurezza
"La pressione dell'opinione pubblica non deve indurre in errore il legislatore, mandando il presunto colpevole in carcere senza processo. La Costituzione è più importante dei pacchetti sicurezza". Insomma, niente grida manzoniane, che poi alla fine si risolvono in nulla, creando aspettative infondate tra la gente. Decreti che promettono il classico giro di vite giudiziario "impossibile" perché "insostenibile" in base ai principi della nostra Carta fondamentale. Alessandro Pace, costituzionalista, professore emerito di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, fondatore dell'Associazione dei costituzionalisti italiani, avvocato, spiega perché la Corte costituzionale nella sentenza 265 dell'anno 2010 ha "smontato" il decreto Maroni del 2009 che prevedeva il carcere obbligatorio per chi era sospettato di reati particolarmente odiosi, e in particolare violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, prostituzione minorile e pedopornografia, turismo sessuale. Per questo genere di reati prima della sentenza della Corte costituzionale bastava una denuncia non palesemente infondata per far scattare il regime carcerario. Adesso non più, dal momento che la Cassazione ha "applicato" quella sentenza a un caso concreto, facendo scuola.
Professor Pace, quali sono i principi stabiliti dalla Consulta? "Bisogna dire chiaramente che si tratta di principi ribaditi dalla Corte nel 2010, ma che sono stari sempre costantemente affermati nel corso dei decenni dalla giurisprudenza costituzionale".
Ad esempio? "La presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva e l'impossibilità che consegue dall'articolo 27, secondo comma della Costituzione (che questa presunzione di non colpevolezza prevede) "di assimilare la coercizione processuale penale alla coercizione propria del diritto penale sostanziale". In sostanza il carcere preventivo non può essere un'anticipazione della pena. Il che vuol dire che la pressione dell'opinione pubblica non deve indurre il legislatore a mandare il presunto colpevole in carcere senza processo".
Se la Costituzione è più importante dei pacchetti sicurezza perché le nostre carceri sono piene in gran parte di detenuti in attesa di giudizio? "Naturalmente la Costituzione è più importante. E la Corte l'ha sempre sostenuto, già nella sentenza 64 del 1970, e poi ancora nella sentenza numero 1 del 1980. Entrambe richiamate nella sentenza 265 del 2010. È un grande dolore vedere le carceri piene di detenuti in attesa di giudizio. In ogni caso deve essere il giudice a valutare se esiste il pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Invece nel pacchetto Maroni il carcere era previsto obbligatoriamente per le violenze sessuali e gli altri reati".
Ci sono però i reati di associazione mafiosa per cui il carcere preventivo è di rigore... "Si tratta di un'eccezione alla regola generale, ma per questo non può essere estesa ogni volta che c'è una pressione dei mass media. Del resto nell'associazione mafiosa il carcere serve a "bloccare" il ripetersi del reato, rompendo il vincolo associativo: non equivale a comminare una pena senza processo. È questo il pericolo negli altri casi. Posso aggiungere una mia valutazione".
Quale? "Ormai non c'è più solo il carcere senza processo, siamo arrivati alla gogna mediatica senza processo. Come avviene il lunedì sera nel salotto di Vespa. Vede, quel povero comandante Schettino è già colpevole di tutto quello che è successo senza che ci sia stata neppure la sentenza di primo grado".
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