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Didattica a distanza, si parli anche del diritto all'istruzione degli studenti in carcere PDF Stampa
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di Lara La Gatta


tecnicadellascuola.it, 28 marzo 2020

 

Come abbiamo già riferito, nell'ambito delle indicazioni fornite per l'Istruzione degli adulti con nota 4739 del 20 marzo 2020, il Ministero dell'Istruzione ha anche richiamato l'attenzione sulle scuole in carcere. In particolare, il M.I. sottolinea la necessità di favorire, in via straordinaria ed emergenziale, in tutte le situazioni ove ciò sia possibile, il diritto all'istruzione attraverso modalità di apprendimento a distanza anche per i frequentanti i percorsi di istruzione degli adulti presso gli istituti di prevenzione e pena in accordo con le Direzioni degli istituti medesimi.

Pertanto, i gruppi regionali Paideia sosterranno i Cpia nell'individuare d'intesa con gli Istituti di prevenzione e pena interessati le modalità più adeguate ed opportune per svolgere la didattica a distanza presso le scuole carcerarie tenuto conto, laddove siglati, anche dei protocolli tra Usr e Prap competenti; particolare attenzione andrà rivolta alle attività in favore dei soggetti sottoposti a provvedimenti penali da parte dell'autorità giudiziaria minorile.

Ancora poca attenzione alle scuole in carcere - Anna Grazia Stammati (presidente Cesp-Rete delle scuole ristrette e docente nei percorsi di istruzione in carcere) ci ha scritto per segnalare come poco si parli, in questi giorni di sospensione delle attività didattiche e di attivazione della didattica a distanza a causa del Covid-19, degli studenti "ristretti", ovvero di quegli studenti che frequentano i percorsi scolastici in carcere. Si tratta di un'ampia platea di persone, composta non solo da stranieri che hanno bisogno di essere alfabetizzati, ma anche di giovani e meno giovani italiani (che appartengono spesso a quel 18% di evasione scolastica) che, dentro, continua, per fortuna, il percorso scolastico, tanto nei minorili, quanto nelle istituzioni penitenziarie degli adulti.

I docenti delle scuole in carcere si sono raccolti, da alcuni anni, nella rete delle scuole ristrette ed hanno portato avanti una battaglia incessante per far riconoscere la scuola in carcere quale elemento essenziale dell'esecuzione penale, visto che i docenti, per nove mesi l'anno, hanno un rapporto quotidiano e costante con i detenuti iscritti e rappresentano, per loro, l'unico contatto con il mondo esterno, nel quale, prima o poi, dovranno ritornare.

"Oggi, però, - ci scrive la prof.ssa Stammati - mentre le scuole esterne continuano (tra mille difficoltà e problematiche) il proprio percorso, gli studenti e le studentesse detenute, non hanno più alcun rapporto diretto con i propri insegnanti, se non mediato da materiale cartaceo consegnato tramite educatori o agenti penitenziari che spesso, per le condizioni di invivibilità interna, non potranno essere neppure lette".

Per questo la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha scritto una lettera al Dap (e sulla falsariga di questa al Miur) per richiedere più attenzione ed interventi mirati per i ragazzi e le ragazze in carcere. I docenti della rete delle scuole ristrette, preso atto della Circolare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del 12 marzo, nella quale si richiamava l'opportunità, vista l'emergenza Covid-19, di garantire il prosieguo dei percorsi scolastici in carcere e si invitavano i Provveditori Regionali a comunicare ai Direttori degli Istituti Penitenziari degli ambiti territoriali di competenza, di consentire lo svolgimento di esami di laurea, esami universitari, e colloqui didattici tra docenti e studenti detenuti, mediante videoconferenza e/o tramite Skype, hanno ritenuto opportuno predisporre un monitoraggio presso le scuole appartenenti alla rete, che copre un territorio vasto (da Udine ad Enna).

All'indagine ha risposto il 25% delle istituzioni penitenziarie, con percorsi di studio di primo e secondo livello, che hanno fornito i seguenti dati:

- una sola istituzione penitenziaria, Terni, risulterebbe aver applicato la Circolare sull'utilizzo di Skype per i contatti tra docenti e studenti "ristretti" (anche se ad una verifica del referente territoriale Cesp con il Magistrato di sorveglianza risulta che i tre PC forniti dalla scuola sono utilizzati per agevolare contatti Skype con i familiari per i detenuti di media sicurezza);

- il Cpia di Verona (percorso scolastico di primo livello) ha avuto una conferma di disponibilità ad utilizzare Skype dalla prossima settimana da parte del Direttore del carcere;

- 22 istituzioni penitenziarie non hanno ancora consegnato materiali cartacei agli studenti detenuti per problematiche di vario genere;

- 25 istituzioni penitenziarie hanno provveduto nell'immediato ad inviare materiale cartaceo agli studenti attraverso l'area educativa o gli agenti penitenziari.

È del tutto evidente che l'utilizzo di videoconferenze tramite Skype sia pressoché nullo, per oggettive difficoltà, dovute anche al gravoso impegno che in una situazione emergenziale quale quella attuale stanno sostenendo educatori e agenti penitenziari, ma anche alla mancanza di personal computer, di spazi, di personale addetto. Ciò però sta evidentemente comportando la lesione di un diritto, qual è quello all'istruzione, che non può che produrre ulteriore e profonda destabilizzazione nella popolazione detenuta, che vede nella scuola in carcere un elemento fondamentale dell'esecuzione penale e ciò ci preoccupa molto, nella consapevolezza dell'importanza che il nostro ruolo riveste nella relazione quotidiana da noi costruita con i nostri studenti "ristretti".

Le richieste della Cesp - Per queste ragioni, la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha chiesto sia alla Dap, sia al Ministero dell'Istruzione di occuparsi del problema. E in proposito segnala lo scambio intercorso con l'Ufficio Scolastico Regionale della Liguria, il quale ha confermato che anche in Liguria, al momento, l'unica modalità possibile per garantire la continuità dell'attività scolastica è quella dell'invio di materiali didattici da parte dei docenti agli educatori. Al momento, le scuole di La Spezia si stanno organizzando per utilizzare il canale TV per fare scuola a distanza a beneficio di chi rimane escluso dalla Didattica a Distanza promossa dalle scuole perché privo di connessione. Questa soluzione potrebbe essere seguita anche dalla popolazione scolastica carceraria e infatti il Cpia locale e gli istituti secondari che hanno percorsi di secondo livello in carcere si stanno organizzando.

Questa potrebbe essere un'indicazione da seguire, nella speranza che possa servire per colmare un vuoto che sta comportando danni enormi agli studenti detenuti perché, come si legge anche nella lettera indirizzata agli studenti in carcere: "I disagi e la sofferenza che viviamo non ci devono far dimenticare chi è colpito in prima persona, i tanti morti di cui sentiamo quotidianamente le cifre con il rischio di non considerare che dietro ad esse ci sono persone, storie, affetti che si spezzano; questo virus annulla anche i riti con cui l'umanità ha accompagnato, in modalità diverse nel tempo e nei luoghi, il momento della morte: ancora una volta questa esperienza fa toccare con mano a noi, che siamo fuori del muro, quanto debba essere sconvolgente la lontananza in caso di malattia e l'impossibilità di partecipare ai funerali dei propri cari".

 
Coronavirus. Psicologa: "Ansia tra detenuti, carceri non attrezzate per l'epidemia" PDF Stampa
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dire.it, 28 marzo 2020


Nelle carceri si sono ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il livello di ansia dei detenuti". Spiega la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.

"Tra i detenuti c'è preoccupazione - prosegue Andronico - se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere. Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".

Il discorso della "privazione" riguarda in generale tutta la popolazione ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere. La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti - prosegue Andronico - perché il carcere già ti "stacca" totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".

In merito ai colloqui con gli psicologi, i detenuti chiedono misure di rassicurazione "ma noi operatori sanitari - prosegue Andronico - più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei ischi oggettivi che non possono essere trascurati". Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio.

"Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - spiega - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare". Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista. C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".

Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire "la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza. Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro". Ha concluso Andronico.

 
Braccialetti sbloccati? Forse oggi il via libera PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 28 marzo 2020

 

Il sottosegretario Variati a "Radio Radicale". Ora la vicenda dei braccialetti elettronici è più chiara. I dispositivi ancora non sono disponibili, come aveva evidenziato Il Dubbio in un articolo, da quale è poi scaturita una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti di Italia Viva. Ieri la conduttrice di Radio Radicale Giovanna Reanda ha intervistato il sottosegretario agli Interni Achille Variati e gli ha chiesto proprio di fare il punto sulla questione, specificando la vicenda del bando di gara vinto da Fastweb, secondo il quale la produzione di 1000- 1200 braccialetti mensili sarebbe dovuta partire già 15 mesi fa.

"Ma quindi perché sono così pochi?", ha chiesto Reanda. "In realtà nella giornata di oggi (27/ 03/ 2020, ndr) - ha risposto il sottosegretario Variati - verrà firmato il decreto interdirettoriale tra il capo della Polizia e il capo dell'Amministrazione penitenziaria, dando così seguito al particolare articolo presente nel decreto "Cura Italia". Quindi ha proseguito Variati - verranno resi disponibili circa 5000 braccialetti che saranno consegnati con un numero non inferiore ai 300 a settimana". Poi ha aggiunto: "Già da domani fino alla fine di giugno ci saranno un totale di circa 5000 braccialetti".

Grazie all'intervista di Radio Radicale si è scoperto forse finalmente l'arcano, ovvero che fino ad oggi ancora non è partita la fornitura di nuovi braccialetti perché mancava la fase di collaudo come ha evidenziato Il Dubbio. Ricordiamo, infatti, che l'Amministrazione dell'Interno, nel dicembre 2016, ha avviato una procedura ad evidenza pubblica per la fornitura di braccialetti elettronici conclusasi nell'agosto del 2018 con l'aggiudicazione definitiva dell'appalto a Rti Fastweb: il servizio prevede, per un periodo minimo di 27 mesi, la fornitura di 1.000-1.200 braccialetti mensili per l'intera durata triennale fino al 31 dicembre del 2021. L'erogazione del servizio sarebbe dovuta partire già da ottobre del 2018, previa nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo, ma tale organo è stata nominato o solo a fine novembre 2018 e ad oggi, dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura di collaudo sia ancora aperta. Infatti è stato pubblicato esclusivamente il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno e non risulta invece il "piano di collaudo della fase 2" che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e che deve essere sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall'Amministrazione. Ora sappiamo che da oggi - come annunciato dal sottosegretario a Radio Radicale - dovrebbe finalmente partire la fornitura dei braccialetti elettronici in maniera tale da garantire i domiciliari per i detenuti che ne necessitano.

 
Antigone: "Il Parlamento emendi il decreto Cura-Italia. C'è bisogno di agire subito" PDF Stampa
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di Andrea Oleandri*


antigone.it, 28 marzo 2020

 

"Ieri abbiamo inviato ai parlamentari delle commissioni bilancio e giustizia e a tutti i capigruppo parlamentari una serie di proposte emendative (che è possibile leggere qui) degli articolo 123 e 124 del decreto Cura-Italia. Si tratta di proposte che vogliono far accrescere la possibilità di avere provvedimenti di detenzione domiciliare, liberazione anticipata e affidamento al servizio sociale. Ciò che chiediamo è che vengano approvate affinché le carceri possano tornare ad una situazione di legalità che consenta di affrontare al meglio il diffondersi dei casi di coronavirus. Quello di cui abbiamo bisogno sono posti in terapia intensiva e non nuovi focolai". Queste le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a proposito delle proposte che l'associazione ha avanzato insieme a Cgil, Anpi, Arci, Gruppo Abele, Ristretti, Cnvg, Diaconia Valdese, Uisp Bergamo e InOltre Alternativa Progressista.

"Abbiamo appreso dalla relazione in Parlamento del ministro della Giustizia Bonafede che i casi di detenuti trovati positivi al Covid-19 sono 15, mentre oltre 200 sono quelli in quarantena. Un dato che ci preoccupa, specialmente guardando quanto accaduto nel mondo libero in particolare riferimento alla crescita esponenziale dei contagi che, in un ambiente come il carcere, dove le persone sono tenute forzatamente a stretto contatto, sarebbe ancor più difficile da controllare e arrestare" prosegue Gonnella.

"Dal 29 febbraio sono oltre 2.500 i detenuti scarcerati. Attualmente quelli presenti negli istituti di pena sono poco più di 58.000. Tuttavia, sapendo che i posti regolamentari sono 50.000, a cui vanno sottratti varie altre migliaia di posti conteggiati ma non disponibili si può dire che ad oggi ci sono ancora 12.000 detenuti che non hanno un posto regolamentare. Una situazione di sovraffollamento che può trasformarsi in un veicolo drammatico di contagio" sottolinea ancora il Presidente di Antigone.

"Attraverso le nostre proposte emendative, dunque, vogliamo fare in modo che ancora altri detenuti possano uscire dal carcere e terminare di scontare la loro pena in detenzione domiciliare, anche a protezione di tutto lo staff carcerario. Lo Stato deve avere a cuore la salute di tutti e, in questo momento, la realtà delle prigioni italiane non può garantirla, né alle persone recluse, né agli operatori.

Purtroppo - conclude Gonnella - il tempo per agire è sempre meno. In questa direzione si tenga almeno conto del parere del Csm per non condizionare l'accesso alla detenzione domiciliare all'uso di braccialetti elettronici che nella realtà non ci sono. Inoltre chiediamo un piano straordinario di protezione igienico-sanitaria della polizia penitenziaria, dei direttori, degli educatori, dei cappellani, dei medici e degli infermieri che operano nelle carceri".

 

*Ufficio Stampa Associazione Antigone

 
Il decreto legge sull'emergenza e la retroattività delle nuove sanzioni PDF Stampa
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di Giovanni Guzzetta


Il Dubbio, 28 marzo 2020

 

Qualche ora prima che il governo adottasse il Decreto- legge n. 19/ 2020, il Dipartimento della Protezione Civile, istituito presso la presidenza del Consiglio, diramava una "Raccolta delle disposizioni in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19". Questa specie di Testo Unico era costituito, prima dell'ultimo D. L., da un volume di 295 pagine! Una sorta di enciclopedia dell'emergenza i cui destinatari sono, oltre alle varie istituzioni, anche i 60 milioni di italiani che stanno cercando di orientarsi nella giungla di ordinanze e direttive su come circoscrivere i confini e continuare per quanto possibile a godere delle libertà previste dalla Costituzione.

Basterebbe questo dato per far salutare con favore la scelta del governo di intervenire, finalmente, con un Decreto- Legge che ha cercato di tracciare una linea chiara tra la fase tumultuosa delle ultime settimane e quello che appare essere l'orizzonte di medio periodo nel quale ci ha precipitato la crisi sanitaria, economica e sociale.

E, finalmente, verrebbe da dire, il governo e i suoi tecnici si sono applicati ad uno sforzo sistematico di dare ordine ai tanti poteri dell'emergenza, sorti o riemersi nel corso di questa crisi, sfruttando norme e istituti sparsi nell'ordinamento, ma certamente non pensati per fronteggiare una tragedia di dimensioni epocali come quella che stiamo vivendo. Si intravede, insomma, un'architettura istituzionale. Si può discutere o meno, e certamente si potrà fare a mente fredda, ma lo sforzo di porre un freno al rischio di ingorgo decisionale non può essere sottaciuto.

Il decreto-legge si propone di tipizzare i possibili interventi di emergenza, di prevedere limiti temporali ed esigenze di proporzionalità, di stabilire una gerarchia e un argine all'esercizio dei poteri tra i vari livelli di governo, di farsi carico di alcuni effetti annunciati dell'approccio precedente, come la paralisi certa di procure della Repubblica e Tribunali. Infine, esso rimette in gioco il Parlamento, sia perché, com'è noto, dovrà convertire il decreto, sia perché esso potrà esercitare un controllo sostanziale (almeno ogni due settimane) su quegli atti che formalmente gli sfuggirebbero perché adottati al di fuori del perimetro dell'art. 77 della Costituzione.

Adesso si passa alla prova dei fatti. E si tratterà di vedere se il tentativo potrà riuscire. Inoltre, il dibattito parlamentare potrebbe quantomeno aiutare ad accendere i riflettori sugli aspetti che richiedono un più attento vaglio. Alcune questioni, infatti, meritano certamente un approfondimento. Ne citerò due perché mi paiono le più rilevanti sotto il profilo del rapporto tra autorità e libertà. La questione di fondo negli stati di "eccezione".

Primo. La depenalizzazione delle violazioni delle ordinanze, al di là di alcuni aspetti di drafting che potranno essere corretti in sede di conversione, costituisce senz'altro una scelta da apprezzare. Non foss'altro che per il fatto che il sistema giudiziario non avrebbe retto l'impatto con le violazioni previste. Benché si tratti di percentuali bassissime, rispetto alla totalità della popolazione, che non elogeremo mai abbastanza per il suo spirito civico (con buona pace dei sadomasochisti dell'autodisprezzo nazionale), parliamo comunque di cifre, in termini assoluti, pur sempre rilevanti per il già sovraccarico circuito penale.

Perché però consentire che le nuove sanzioni amministrative si applichino retroattivamente con effetti pecuniari potenzialmente più gravosi di quelli previsti dalla precedente ipotesi di reato? Se è stato un errore prevedere la "criminalizzazione" dei comportamenti, perché adesso farla pagare, retroattivamente, ai cittadini (al di là di indagare se questa sia una scelta costituzionalmente corretta ai sensi della sent. 223/ 2018 della Corte costituzionale)? Non sarebbe bastato prevedere sanzioni equiparabili ai costi che avrebbero dovuto subire per estinguere il reato con l'oblazione di 103 euro (senza considerare i risparmi derivanti dal mancato utilizzo della macchina giudiziaria a tale scopo)?

Secondo. Di fronte alla disciplina dimostrata dai nostri concittadini, non sarebbe forse stato il caso di precisare un po' meglio i confini degli obblighi su di essi gravanti. A parte il pedaggio burocratico di inseguire ogni paio di giorni il nuovo modulo di autocertificazione sempre più complesso, non sarebbe il caso di spiegare un po' meglio, ad esempio, cosa significhi dichiarare di essere in uno stato di necessità "per spostamenti all'interno del comune o che rivestono carattere di quotidianità o che, comunque, siano effettuati abitualmente in ragione della brevità delle distanze da percorrere"?

Nessuno qui vuole sottrarsi agli obblighi, ma capire, una volta per tutte, quali essi siano, forse aiuterebbe a propiziare l'effettività delle norme, senza dover rincorrere alla repressione, magari dell'esercito: ipotesi non esclusa neanche da questo decreto- legge e che forse non suona esattamente come manifestazione di fiducia nei confronti del popolo italiano.

 
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