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Giudici e politica, che pensa il M5S?

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di Antonio Esposito

 

Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2017

 

Il 27 e 28 luglio, due avvenimenti apparentemente slegati tra loro, hanno riguardato due magistrati che hanno avuto, per così dire, la "fortuna" di ricoprire importanti incarichi (fuori ruolo) nel gabinetto del ministro di Giustizia non esercitando, così, per alcuni anni, le gravose funzioni giurisdizionali. Il primo caso riguarda il magistrato Giovanni Melillo il quale - pur non avendo mai avuto la direzione di un ufficio giudiziario e pur non avendo, negli ultimi anni in cui è stato capo gabinetto del Guardasigilli, svolto funzioni giurisdizionali - è stato dal Csm preferito nell'incarico di Procuratore della Repubblica di Napoli ad altro magistrato che, in quegli stessi anni, non solo svolgeva, con eccezionali risultati, le funzioni inquirenti, quanto dirigeva la Procura di Reggio Calabria, in prima linea nel contrastare la più temibile delle associazioni criminali.


Il secondo caso riguarda il magistrato Luigi Birritteri, già vice-capo gabinetto del ministro di Giustizia e, poi, per anni, potente capo dipartimento dell'organizzazione giudiziaria. Birritteri, con decreto emesso il 28 luglio dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri, è stato nominato consigliere di Stato, incarico per il quale è richiesta "una valutazione di piena idoneità sulla base (an- che) degli studi giuridico-amministrativi compiuti". Non vi è dubbio che Birritteri - già attivo militante nella magistratura associata (ha ricoperto la carica di presidente della giunta dell'Anm di Agrigento) - sia stato un valido magistrato penale impegnato, (come gip, gup, giudice a latere in Corte di Assise e sostituto procuratore generale di Caltanissetta) in processi di criminalità organizzata sostenendo l'accusa in processi di mafia quali la strage in cui rimase ucciso Rocco Chinnici e quella dell'Addaura contro Giovanni Falcone. Era, pertanto, auspicabile che un magistrato il quale ha svolto le funzioni di pm e giudice penale anche in importanti processi di contrasto al crimine organizzato, continuasse a fornire il suo contributo nell'ambito della magistratura ordinaria, anziché transitare definitivamente nei ruoli del Consiglio di Stato previa "valutazione di piena idoneità sulla base (anche) degli studi giuridico-amministrativi compiuti".
"Valutazione di piena idoneità" che vi sarà stata anche per altro magistrato nominato, con medesimo decreto, consigliere di Stato, Monica Tarchi, in servizio presso il Tribunale del Riesame di Firenze, con un lungo fuori ruolo prima all'ufficio legislativo del ministero di Giustizia, poi presso il ministero per le Politiche europee con funzioni di Consigliere giuridico ed, infine, ancora al ministero di Giustizia presso l'ufficio dell'ispettorato generale.
Questi episodi impongono alcune considerazioni. Il Csm non è - a differenza di quanto "pontifica" il suo vicepresidente, avvocato Legnini - diverso da quelli precedenti e non lo sarà mai fino a quando non sarà reciso il perverso cordone ombelicale che lega i componenti togati alle correnti dell'Anm e i componenti laici (sempre più) alla politica (non si era mai visto che un sottosegretario in carica diventasse vicepresidente del Csm).
Probabilmente non si riuscirà mai a emanare una normativa che costringa i magistrati a far solo i magistrati e a esercitare esclusivamente le funzioni giurisdizionali per svolgere le quali hanno partecipato al concorso in magistratura e, cioè, redigere e scrivere sentenze, e i provvedimenti di competenza, partecipare alle udienze, svolgere indagini, scrivere richieste e requisitorie, il tutto a tempo pieno con esclusione di esenzioni totali o parziali di qualsiasi genere. La giustizia ne guadagnerebbe sia in efficienza che in trasparenza eliminando in radice il sospetto di possibili condizionamenti.
La terza considerazione è che il Consiglio di Stato deve essere costituito esclusivamente da coloro che, in possesso di determinati requisiti, abbiano superato il relativo concorso e dai magistrati dei Tar che ne facciano richiesta, con esclusione dell'odioso privilegio accordato all'esecutivo di nominare un quarto dei componenti. Si eliminerebbe, così, il sospetto di abusi o favoritismi e, soprattutto, il sospetto che l'esecutivo cerchi di collocare in tale consesso, deputato al controllo anche sugli atti del governo, persone di sua fiducia. Emblematico il caso della fidata vigilessa Antonella Manzione voluta dal "finto rottamatore" Renzi prima a capo dell'ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio e poi al Consiglio di Stato, suscitando polemiche per la mancanza anche del requisito dell'età. Su questi delicati temi attinenti alla terzietà della magistratura, sarebbe interessante conoscere se il Movimento 5 Stelle abbia concrete proposte da sottoporre ai cittadini nel futuro programma elettorale.

 

 

 

 

 

 

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