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Francia: detenuto italiano di 36 anni muore in carcere, polemiche su presunte violenze

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La Stampa, 30 agosto 2010

Sul referto che ha chiuso, per le autorità francesi, la sua esistenza fisica e amministrativa la dizione è definitiva e nello stesso tempo generica: “Deceduto per arresto cardiaco nella cella del carcere di Grasse”. Nelle prigioni francesi sono custoditi, male, attualmente 60.881 detenuti. Quello di Daniele Franceschi, viareggino, 36 anni, arrestato a marzo mentre era in vacanza sulla Costa Azzurra con l’accusa di aver usato al casinò una carta di credito rubata, e ovviamente in attesa di giudizio, non era certo una pratica urgente.
Visto che ogni settimana in qualche istituto di pena, dove il tasso di sovrappopolamento è in media del 107 per cento, le pratiche si chiudono con la dizione: suicidio. Personale e direttori sono sotto pressione, braccati dal ministro e dai giornali, che vorrebbe vedere dissolversi nel passato queste scandalose notizie (122 suicidi lo scorso anno). “L’italien” è morto per cause naturali, almeno ufficialmente; e dunque c’è da sorprendersi se la notizia per arrivare ai parenti in Toscana ha impiegato, con burocratica ferocia, tre giorni?
La madre, Cira Antignano, forse si sarebbe rannicchiata nella disperazione per quel figlio perduto, senza avere dei dubbi e esigere un perché meno generico, se non ci fossero stati quei cinque mesi di prigione con tanti misteri. In cinque mesi le avevano concesso di vederlo solo due volte, tra grandi difficoltà, mentre il processo subiva continui rinvii. E intanto Daniele, ha raccontato, le scriveva lettere in cui raccontava di aver subito maltrattamenti, che si rifiutavano di curarlo nonostante avesse la febbre alta. E poi c’era il lavoro, in cucina, che, diceva, aveva turni massacranti: tanto che aveva rifiutato di continuare. Poi si era pentito: perché temeva che per ritorsione gli mettessero in cella qualche detenuto di quelli duri, pericolosi.
Per questo la donna ieri è arrivata a Nizza e, assistita dalle autorità consolari, chiede che all’autopsia, fissata per domani, assista un medico di fiducia. Presenza che è stata rifiutata con la motivazione che la procedura sarebbe troppo complessa e non ci sarebbe il tempo necessario. Secondo i parenti del giovane esisterebbero, poi, versioni diverse sul suo ultimo giorno. Quella fornita per prima spiega che, controllato alle 13.30 stava bene, ed è stato ritrovato senza vita al controllo successivo, alle 17. All’avvocato francese di Franceschi è stato spiegato che era stato sottoposto a un controllo in infermeria perché affermava di non stare bene. Poiché l’elettrocardiogramma era risultato normale, era stato riportato in cella. Ora bisognerà accertare i fatti, gli unici che contano.
Ma ogni sospetto è giustificato; perché le prigioni francesi sono considerate tra le peggiori d’Europa, luoghi di violenza, disperazione, rancore, con i detenuti mescolati senza distinzione di crimine e di età. “Una vergogna per il Paese dei diritti umani”, secondo le innumerevoli, e inutili, denunce di intellettuali e giuristi.

L’autopsia rinviata a martedì

È stata rinviata a martedì l’autopsia sul corpo di Daniele Franceschi, l’italiano morto nel carcere francese di Grasse il 25 agosto. Lo si è appreso da fonti diplomatiche italiane a Nizza, dopo che lunedì mattina i familiari giunti dall’Italia si erano presentati alla camera mortuaria.
Intanto prosegue l’inchiesta sul decesso del 31enne viareggino, ufficialmente avvenuto per un infarto che lo avrebbe colto mentre era nella sua cella, dove era rinchiuso da cinque mesi per uso di una falsa carta di credito. Dalle indagini è emerso che il decesso è stato registrato alle 19,15 del 25 agosto, le autorità consolari italiane sono state avvertite alle 11 del giorno dopo e alle 12,50 i carabinieri di Viareggio sono stati messi al corrente via fax, e a loro volta hanno convocato il fratello della vittima per comunicargli la notizia. La famiglia di Franceschi aveva già fatto sapere di voler far eseguire una seconda autopsia quando la salma sarà trasferita in Italia.

La madre: mi scriveva per raccontarmi di minacce e intimidazioni

“Subiva soprusi, minacce e intimidazioni dalle guardie. Non lo curavano, non gli facevano avere i soldi che gli mandavo. Era dimagrito moltissimo e si sentiva isolato. Mi diceva: “mamma, qui gli italiani sono considerati feccia, io non muovo un dito, non reagisco, altrimenti finirebbe male”“. Suo figlio glielo scriveva nelle lettere che le inviava regolarmente e lo ha ripetuto anche dieci giorni fa, quando era riuscito a procurarsi un telefonino e a chiamarla a Viareggio. Ora Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi, l’uomo di 31 anni morto nella martedì in una cella del carcere di Grasse, nell’entroterra di Cannes, parla da Nizza, da un albergo vicino all’ospedale dove è stato trasferito il corpo del figlio e chiede “giustizia”.
È insieme a una cugina e all’altro figlio Tiziano. “Voglio sapere cosa è successo davvero. L’ambasciata e il governo si attivino, perché i francesi non dicono la verità. Daniele non è morto di un infarto fulminante come dicono. Grazie all’avvocato e a una rappresentante del consolato siamo riusciti a sapere che martedì alle 13,30 si era sentito male. Aveva chiesto aiuto e l’avevano portato in infermeria per un elettrocardiogramma. Ma i sanitari l’avevano rimandato in cella dicendo che non aveva niente. Poi l’hanno trovato solo alle 17,30, dopo 4 ore, steso sulla branda, con il giornale appoggiato sulla faccia. Era morto”. La madre di Daniele pensa che i fatti non si siano svolti così, che ci siano lati oscuri che le autorità francesi non vogliono rivelare: “Ma come è possibile che l’abbiano rispedito in cella se stava male, e come è possibile che se ne sia andato per un arresto cardiaco. Daniele non ha mai avuto problemi al cuore, era un ragazzo sano. Solo lì erano peggiorate le sue condizioni. Nelle lettere mi diceva che i soldi che mandavo da Viareggio gli arrivavano dopo un mese, e anche quando riusciva ad averli le guardie lo vessavano. Lui, come tutti i detenuti, li affidava a un secondino per farsi comprare cibo, giornali e sigarette fuori dal carcere. La regola voleva che per la spesa ogni detenuto scrivesse un biglietto. Ogni volta la guardia tornava e dicevano che l’avevano perso e che non avevano potuto prendergli niente. Così non mangiava e si consumava. Dimagriva e aveva sempre più paura”.
La signora Antignano è sconvolta, è arrivata questa mattina presto a Nizza e ancora non le hanno fatto vedere il corpo del figlio: “Hanno anticipato l’autopsia di un giorno - denuncia - doveva essere martedì, invece la faranno domani. Inoltre le autorità ci impediscono di nominare un medico legale italiano, dicono che è troppo tardi e che avremmo dovuto portarcelo dall’Italia”. Secondo la donna, Daniele subiva intimidazioni continue. “L’ultima volta l’ho sentito al telefono dieci giorni fa. Non so come avesse fatto, ma malgrado le rigide regole carcerarie era riuscito a procurarsi un telefonino da qualcuno che era in carcere con lui. Mi ha raccontato che qualche giorno prima gli avevano trovato in cella alcuni grammi di “fumo” e le guardie carcerarie lo avevano subito accusato dicendo che lo avrebbero messo in isolamento e che l’episodio avrebbe aggravato la sua posizione. Ma nessuno è andato a trovarlo in quei giorni, neanche l’avvocato francese che segue il suo caso da quando è stato arrestato, a fine febbraio. Qualcuno ha messo lì l’hashish, qualcuno lo voleva incastrare. Grazie all’intervento dell’avvocato, la questione sembrava essersi in qualche modo risolta. Ed era stato scagionato da questa accusa. Ma Daniele era molto preoccupato e me lo ha ripetuto svariate volte”.
Anche con le visite i francesi sembravano molto rigidi: “Io l’ho visto per la prima e unica volta ad aprile, ma solo dopo varie richieste perché quando era stato incarcerato non mi fecero entrare”. E di cose da chiarire nei cinque mesi di reclusione ne sono successe. “Un mese e mezzo fa mi scrisse che aveva avuto la febbre tra 39 e 41, che aveva avvertito i secondini, ma nessuno lo considerava, gli dicevano che il medico non c’era e che doveva stare zitto. Era svenuto, poi per calmare la febbre metteva la testa nel piccolo frigo che aveva in cella. E solo dopo 4 giorni l’avevano curato”.
Intimidazioni continue, la minaccia di metterlo in una cella con i detenuti più pericolosi: “Glielo dicevano perché si lamentava per il lavoro in cucina. Lo facevano lavorare a ritmi infernali. Mi scriveva: “Mamma, io non ce la faccio più, tengo duro solo perché la psicologa dice che mi potrebbero mettere in isolamento o la mia posizione nel processo poi potrebbe aggravarsi. Ma quale aggravarsi. Come è possibile che uno resti in carcere per più di cinque mesi solo per essersi presentato a una casinò con una carta di credito falsa. E come è possibile che poi ci muoia”.
 

 

 


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