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Foibe, il ricordo che divide

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di Mario Baudino

 

La Stampa, 12 febbraio 2019

 

Il 10 febbraio è stato scelto, a partire dal 2005, dal Parlamento italiano come "il Giorno del Ricordo" in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli istriano-dalmati, costretti ad abbandonare le loro case dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, a seguito della sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale. Le foibe sono grotte carsiche, con un ingresso a strapiombo, dove i partigiani comunisti titini gettarono, tra il 1943 e il 1945, più di 3.000 italiani.

Non appena la Quarta armata jugoslava entrò in Trieste, gli agenti della polizia politica di Tito si dettero da fare: la loro prima preoccupazione fu di arrestare e eliminare i membri del Comitato di Liberazione Nazionale, i leader italiani della Resistenza. Sul confine orientale l'unico antifascismo doveva essere quello dell'esercito vincitore, dei croati, degli sloveni e dei serbi.

L'equazione italiano-fascista era funzionale alla geopolitica, e attecchì bene: la marea dei profughi giuliano-dalmati, che per anni si riversarono al di qua del confine abbandonando terre e proprietà, venne spesso accolta in modo oltraggioso dagli esponenti della nostra sinistra (non a Torino, però, dove il sindaco comunista Celeste Negarville organizzò accoglienza e aiuti). Alla Spezia, durante la campagna per le elezioni politiche del 1948, un dirigente della Camera del Lavoro si abbandonò durante un comizio a un gioco di parole piuttosto agghiacciante: "In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani".

La tragedia delle foibe si ripeté due volte: i partigiani jugoslavi erano infatti dilagati in Venezia Giulia nel settembre del 1943 (con l'eccezione di Pola, Fiume, Trieste), per essere poi ricacciati dai tedeschi nell'ottobre nello stesso anno. Ma subito erano cominciate le esecuzioni sommarie (rese pubbliche dalla propaganda bellica della Rsi, e destinate a ripetersi in misura assai maggiore nel 1945) in base all'identificazione dei italiani come nemici, con le vittime annegate in mare o gettate nelle profonde cavità carsiche.

E quella tragedia a lungo rimossa in un'Italia che non voleva ammettere né la sua sconfitta né le violenze commesse nei Balcani, ignorata a sinistra fino al 2002 quando un libro molto fortunato di Gianni Oliva affrontò il tabù, ancora divide, nonostante l'istituzione - anch'essa nata da una tormentatissima discussione - del "Giorno del Ricordo". Aveva appunto lo scopo di conciliare le memorie: in parte raggiunto, in parte no.

È di questi giorni la polemica innescata a destra - da Fratelli d'Italia a Casa Pound, proprio gli eredi di quel fascismo che con la sua politica di aggressione e nazionalizzazione è uno dei protagonisti del dramma - contro alcuni convegni, da Parma a Trieste, definiti "negazionisti". È stata diffusa una dichiarazione di Matteo Salvini che chiedeva di rivedere i contributi alle associazioni, "come l'Anpi, che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra". Il clima si è surriscaldato all'insegna, come ormai accade puntualmente, della competizione politica.

Nel mirino gli storici, che col procedere della ricerca hanno puntualizzato ad esempio le cifre del massacro di italiani, indagato sui silenzi del Pci e di Togliatti e anche su quelli imbarazzati dei governi post bellici. Le foibe rimangono uno spaventoso episodio di pulizia etnica - a lungo rimosso - qualunque ne sia la portata "numerica". Farne oggetto di propaganda è un insulto alla memoria delle vittime. Ne discutono due storici, al di là delle polemiche contingenti.

 

Foibe, gonfiare le cifre serve solo a alimentare l'odio, di Eric Gobetti

 

La battaglia sul numero delle vittime va avanti da anni, ma i dati sono noti da tempo: c'è qualcuno che li moltiplica per ragioni politiche. Si è parlato in questi giorni di "negazionismo delle foibe", accusando Anpi e amministrazioni locali di offrire tribune pubbliche a storici schierati politicamente per sminuire la tragedia delle foibe e dell'esodo.

La colpa di questi studiosi sarebbe quella di voler contestualizzare il fenomeno, spiegandone le radici con la violenza fascista e la guerra, analizzando puntualmente i fatti, cercando spiegazioni, non giustificazioni. Purtroppo però la terribile tragedia vissuta dalle popolazioni dell'Alto Adriatico in quegli anni è sempre più spesso strumentalizzata.

Si è imposta, a livello politico e mediatico, una versione distorta e in gran parte errata dei fatti. Si tende a semplificare forzatamente le "complesse vicende del confine orientale" menzionate nella legge istitutiva del Giorno del Ricordo, parlando sbrigativamente di massacri e di pulizie etniche, senza alcuno sforzo di comprensione. Con analoga sufficienza si tratta il conteggio delle vittime delle foibe e dell'esodo.

Ovviamente non importa quante siano state le vittime: anche solo due sono troppe, quando si tratta di vittime innocenti o di violenze gratuite. Tuttavia gonfiare le cifre a dismisura, raddoppiando o triplicando il numero dei morti, non rende giustizia alle vittime e finisce con l'alimentare un dibattito sterile, basato su dati falsati.

Nonostante infatti le comprensibili differenze interpretative tra studiosi di diversa estrazione e orientamento politico, sui dati di fatto c'è ampia concordanza di vedute. Nel "vademecum" scaricabile on line dal sito dell'Istituto storico della Resistenza di Trieste (prodotto con l'ausilio di numerosi storici riconosciuti a livello nazionale, tra cui spicca Raoul Pupo) si parla di tremila-quattromila uccisi. Secondo la stessa fonte sarebbero circa 250.000 i profughi da quelle regioni. Non sono cifre esatte, per una serie complessa di ragioni, ma rendono l'idea della grandezza del fenomeno.

Discostarsi da queste cifre, come viene spesso fatto sui molti media e purtroppo anche ad alto livello istituzionale, è un errore storico grossolano. Perché dunque si continua a sbagliare? Perché la fiction prodotta dalla Rai Il cuore nel pozzo parla di 10.000 morti? Perché il più recente Rosso Istria, andato in onda venerdì su Rai 3, continua a parlare di 7000 vittime? Perché la cifra di 300.000 o 350.000 esuli continua a essere la più usata quando tutte le ricerche serie hanno appurato la verità? Purtroppo questo uso strumentale della storia non serve a nessuno e finisce solo col suscitare nuovo odio. Capire è molto più difficile che odiare. Negare la verità, ignorare il pensiero complesso, covare la rabbia... ci siamo già passati molte volte, in passato, ed è sempre finita male.

 

Foibe, la storia utilizzata come un randello nel confronto politico, di Giovanni De Luna

 

Nel dibattito sulle foibe gli storici vengono relegati in secondo piano; è sempre stato così, a partire dalle polemiche che accompagnarono l'approvazione della legge che istituiva il Giorno del Ricordo, approvata il 16 marzo 2004. La proposta, presentata dall'on. Roberto Menia, trovò un consenso quasi unanime. Ci si divise però sulla data: il centrodestra aveva subito proposto il 10 febbraio; il centrosinistra aveva replicato con il 20 marzo, giorno della partenza dell'ultimo convoglio di profughi italiani da Pola. Fu il sen. Servello (ex Msi) a illustrare le ragioni della scelta del centrodestra: il 10 febbraio era "il giorno del Trattato di Parigi che impose all'Italia la mutilazione delle terre adriatiche". Il fatto che nessuna delle due date fosse legata effettivamente alle foibe non sembrava degno di interesse. Menia citava il numero dell'11 febbraio 1947 del giornale Il grido dell'Istria: "Finis Histriae: 10 febbraio. L'Istria non è più Italia". Non le foibe bisognava ricordare il 10 febbraio, ma l'"infame diktat di Parigi".

Nell'argomentare le varie posizioni ci si confrontò del tutto marginalmente con le ricerche degli storici. I sostenitori (il relatore Luciano Magnalbò) del provvedimento citavano un rapporto della Special Intelligence (?) datato 30 novembre 1944 e pubblicato sul Corriere della Sera ("Ci viene riferito che in tutto i partigiani jugoslavi hanno gettato parecchie centinaia di persone nelle foibe"). Altri (Piergiorgio Stiffoni) si riferivano genericamente a documenti dell'Oss, dai quali "risultava evidente che gli alleati, americani e inglesi, fin dall'autunno 1944 ebbero notizia delle foibe ma preferirono non intervenire per non irritare Tito che consideravano un alleato sul fronte antinazista". A sostegno degli oppositori c'erano le conclusioni dei lavori della commissione bilaterale italo-slovena e i Quaderni della Resistenza pubblicati dall'Anpi del Friuli-Venezia Giulia. Questo era tutto.

Quanto alla bibliografia, tutti tirarono in ballo gli stessi libri, quelli dello storico Gianni Oliva: mentre Servello ne citava un brano usandolo per denunciare il mito "autoassolutorio" della Resistenza, sul fronte opposto, Vittoria Franco ne utilizzava un'altra frase all'interno di una impegnata perorazione perché le foibe fossero considerate "un fenomeno dovuto sia alla politica di italianizzazione forzata da parte del fascismo, che mirava all'annullamento dell'identità nazionale delle comunità slovene e croate, sia alla politica espansionistica di Tito per annettersi Trieste e il goriziano". Nell'uso pubblico della storia era così allora ed è così oggi: non tesi che si confrontano sulle fonti e sui documenti, ma argomentazioni che diventano nodosi randelli da brandire contro i propri avversari. E le vicende del passato sono degradate a puri pretesti.

 

 

 

 

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