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Pisa. Con le "Lettere dannate" e con il rap dei detenuti, si è chiuso il corso teatrale PDF Stampa
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di Andrea Martino

 

pisainvideo.it, 9 luglio 2020

 

Si è concluso il corso annuale della Scuola di teatro Don Bosco, a cura della Compagnia I Sacchi di Sabbia, realizzato grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana. Il Covid19 non ha fermato questo momento importante per la cultura e rieducazione all'interno dell'Istituto ed anzi, è andato in controtendenza rispetto al susseguirsi di lezioni, seminari e tutorial tutti rigorosamente on line. Il corso ha rispolverato la carta, il cartaceo, le epistole, le lettere. Il team di docenti Francesca Censi, Gabriele Carli, Letizia Giuliani, Carla Buscemi, Davide Barbafiera ha elaborato materiali da inviare periodicamente ai detenuti in forma epistolare.

E' nato così il progetto "Lettere dannate": a partire dalle storie dei personaggi della Divina Commedia, si è creato uno scambio di spunti e suggestioni drammaturgiche, in forma di epistola cartacea, decisamente desueta ai nostri tempi.

Attraverso le lettere, i detenuti allievi hanno ricevuto materiali elaborati in forma di dialoghi o monologhi o racconti delle storie dei personaggi della Divina Commedia: ad ogni elaborato gli allievi potevano rispondere con commenti suggestioni e disegni, inerenti alla storia del personaggio in oggetto. Le "missive" inviate ai detenuti su cui hanno lavorato sono state 15. Alle stesse, gli aspiranti attori hanno risposto con commenti, domande e disegni.

Tutto il materiale prodotto in questo periodo è divenuto materia di studio teatrale quando a partire da giugno è stata avviata la didattica a distanza, questa volta avvenuta col supporto del web. Le lezioni, della durata di due ore ciascuna, si sono tenute a cadenza bi-settimanale sino alla interruzione estiva.

La prima parte dell'anno (settembre - dicembre 2019) ha visto i detenuti allievi della Scuola di teatro impegnati nello studio del linguaggio poetico sui testi della poetessa Alda Merini: attraverso lo studio della dizione, dell'impostazione vocale e dell'improvvisazione fisica sulle immagini suggerite dai versi, si è costruito un breve spettacolo di poesia rappresentato con successo da un gruppo di detenuti allievi in occasione del meeting Ti insegnerò a volare organizzato dall'Opera Cardinal Maffi di Pisa, presso il Park Hotel di Tirrenia il 18 ottobre 2019.

In seguito, nei mesi di novembre, dicembre 2019 e gennaio 2020 il laboratorio di teatro si è impegnato nello studio e nella messa in scena del testo teatrale In alto mare di Mrozek. Durante questo periodo gli allievi detenuti hanno potuto fruire, oltre che delle docenze solitamente previste per le materie di teatro, delle lezioni di un docente di musica e ritmica vocale, Davide Barbafiera dei Campos, che ha lavorato con loro sul linguaggio rap e le sue possibili declinazioni e utilizzo nella messa in scena teatrale del testo in oggetto. Lo spettacolo, frutto di questo periodo di lavoro, avrebbe dovuto essere rappresentato il 27 marzo 2020, in occasione della giornata nazionale di teatro in carcere, ma l'emergenza sanitaria provocata dal Covid 19 ha imposto una brusca interruzione.

 
Ristretti-Parma. Prima puntata all'interno del progetto "Eduradio - Liberi dentro" PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 9 luglio 2020

 

La Redazione Ristretti Parma, parte del progetto "Liberi dentro-eduradio", esordisce con la prima puntata settimanale. Si parte con il primo di alcuni appuntamenti con Ornella Favero direttore di Ristretti Orizzonti e Luigi Pagano già vice-capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.

Seguirà la rubrica "scrivere di sé": pochi minuti in cui verranno letti anche scritti brevi raccolti nelle carceri. Ci sarà poi la rubrica: un autore per via Burla, con l'intervista di Maria Inglese alla scrittrice Antonella Moscati. Per ascoltare la trasmissione cliccare al link: https://drive.google.com/file/d/1keCJlUkV2Ik8EkE85u1Xnqab4-ZwvrvH/view

 
Chi era Mauro Mellini, che ha lottato fino alla fine per una giustizia giusta PDF Stampa
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di Gianfranco Spadaccia

 

Il Riformista, 9 luglio 2020

 

Nel 1953, quando lo conobbi, io stavo entrando all'Università e lui si era da tempo laureato e stava cominciando l'itinerario della sua professione di avvocato. Mauro Mellini politicamente si era formato nell'Unione Goliardica Italiana di Marco Pannella, Franco Roccella, Sergio Stanzani e di tanti altri di noi, studenti universitari laici di quella stagione. Nel 1954 anticipò di un anno la scissione del Pli insieme a Pannella e a Giovanni Ferrara, fondando insieme a loro la Giovane Sinistra Liberale, aperta anche ai laici che, come me, non provenivano dalla GLI ma da un altro o da nessun partito. Nel 1955 fu, con tutti noi, fra i fondatori del Partito Radicale.

Mauro Mellini è stato uno degli indiscutibili protagonisti della rivoluzione culturale prima che politica e legislativa dei diritti civili. Fu con Marco e con Loris Fortuna, uno dei padri della Lega del divorzio, che divenne l'indispensabile strumento organizzativo di aggregazione popolare intorno a quella decennale battaglia. Nel 1962 era stato, al secondo congresso del Partito Radicale, uno dei firmatari della mozione della Sinistra Radicale che chiedeva alla maggioranza del partito e alla sua classe dirigente di allora (quella del Mondo) di imperniare le proprie lotte laiche e anticlericali sulle riforme dei diritti civili, a cominciare dalla lotta per conquistare il diritto al divorzio, che allora sembrava impossibile conseguire (ed eravamo ritenuti pazzi a pretenderlo).

L'incontro con Loris Fortuna nel 1965 e la presentazione del progetto di legge che porta il suo nome innescò in tutto il paese una battaglia popolare, che rivelò alla sinistra come la questione del divorzio non fosse, una rivendicazione borghese o, come si diceva allora, una mera "questione sovrastrutturale" ma una grave questione sociale che riguardava le condizioni in cui erano costretti a vivere centinaia di migliaia di "fuori legge" del matrimonio.

La vittoria parlamentare del 1970 e il grande successo laico nel referendum del 1974 spianarono la strada a quella che io definisco la "rivoluzione dei diritti civili": obiezione di coscienza, riforma dei codici e dei tribunali militari, voto ai diciottenni, abolizione del reato di aborto e sua legalizzazione, abolizione dei manicomi, riforma del diritto di famiglia, parità dei diritti tra uomo e donna: un esito che dieci anni prima tutti giudicavano impensabile.

Segretario del Partito Radicale dall'ottobre 1968 a tutto il 1969 (aveva accanto come tesoriere Angiolo Bandinelli), deputato per 4 legislature dal 1976 al 1992, Mauro è stato l'unico giurista radicale a far parte, come membro "laico" eletto dal Parlamento, del Consiglio Superiore della Magistratura. In tutta la sua vita ha affrontato con coraggio, spesso come è capitato a molti di noi in condizione di solitudine, le sue battaglie per "una giustizia giusta".

Ricordo che, per sua iniziativa e proposta, già negli anni 60 ci davamo appuntamento davanti ai Palazzi di Giustizia per organizzare delle "contromanifestazioni" alle inaugurazioni degli anni giudiziari che venivano celebrati all'interno di quei Palazzi. E fu tra i primi a comprendere e a denunciare che l'origine dei guai della nostra giustizia derivava proprio dalle scelte compiute alla assemblea costituente. Prima ancora che nella mancata separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri o nella prassi dilagante che vede moltiplicarsi gli incarichi extragiudiziari dei magistrati, il primo e più grave vulnus che è stato inferto da allora al rapporto fra i poteri dello Stato è rappresentato dall'articolo che stabilisce l'obbligatorietà dell'azione penale.

Venivamo da una dittatura ed era comprensibile che si decidesse di sottrarre le scelte sulla politica giudiziaria al potere esecutivo. Ma la soluzione adottata, nell'impossibilità evidente di perseguire tutte le notitiae criminis, affidava di fatto ai singoli procuratori della Repubblica, o peggio ai singoli magistrati inquirenti, la scelta sulla priorità dei reati da perseguire e quindi, di conseguenza, sui processi che devono o non devono celebrarsi e sul loro ordine di priorità: un vulnus inflitto anche alla nostra democrazia perché nessuna autorità pubblica si assume la responsabilità di queste scelte e nessun organo democratico (neppure il Csm) può metterle in discussione o interferire su criteri in base ai quali vengono compiute.

Sulla base di queste convinzioni abbiamo lottato insieme contro il processo 7 Aprile e affrontato con determinazione il "caso Tortora". Raccogliemmo le firme per tre referendum sulla "giustizia giusta" fra cui quello sulla "responsabilità civile" dei magistrati. Poi sul finire degli anni 80 e all'inizio dei 90 venne il momento per me doloroso delle separazioni. Si oppose alla trasformazione del partito radicale in partito transnazionale e se ne allontanò.

Rispettai la sua scelta anche se credo sbagliasse nel ritenere che essa comportasse l'abbandono delle lotte per i diritti civili: Per due motivi: perché la lotta per i diritti umani, che è stata al centro del partito transnazionale, era intrinsecamente connessa a quella per i diritti civili e richiedeva un impegno assai forte per l'affermazione del diritto sul terreno inter- e sovra-nazionale e perché, come hanno poi dimostrato Piergiorgio Welby e Luca Coscioni, la stagione dei diritti civili non era affatto conclusa. Credo che non solo noi ma il Paese gli debba molto. Addio Mauro. Che la terra ti sia lieve.

 
Migranti. Conte e i decreti sicurezza: "C'è l'accordo per cambiarli" PDF Stampa
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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 9 luglio 2020

 

"Siamo pronti a portare in parlamento alcuni profili dei decreti sicurezza che ci paiono meritevoli di essere cambiati. C'è già un accordo di massima tra le forze politiche". Da Madrid, dove si trova in visita ufficiale, il premier Giuseppe Conte conferma che il lavoro per rimettere mano ai decreti anti-immigrati voluti da Matteo Salvini potrebbe essere vicino alla fine. Oggi pomeriggio alle 17 al Viminale tornano a riunirsi i rappresentanti della maggioranza impegnati nella riscrittura dei provvedimenti. Nell'ultima riunione il M5S ha fatto passi avanti in direzione degli verso alleati presentando un documento in cui si propone di fatto la ricreazione del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) più che dimezzato da Salvini quando era ministro dell'Interno, la riduzione da 180 a 90 giorni del tempo di detenzione nei Centri per i rimpatri (Cpr) e l'allargamento delle categorie per le quali è possibile accedere alla protezione umanitaria. Tutti punti che hanno trovato l'accordo di Pd, LeU e Italia Viva. Le posizioni restano invece ancora lontane su due punti: le multe alle navi delle ong impegnate nel salvataggio dei migranti, che i pentastellati vorrebbero mantenere per come erano previste nella versione originale del decreto sicurezza bis (tra i 10 mila e i 50 mila euro), mentre gli altri vorrebbero che non se parlasse proprio più. Infine i tempi del nuovo decreto, che il Movimento di Grillo vorrebbe far slittare a settembre. Su questo punto il premier ha preferito non sbilanciarsi: "Concorderemo un piano con i capigruppo - ha spiegato -perché il parlamento sta lavorando tantissimo per convertire i tanti decreti legge dovuti alla pandemia".

Quello che è certo è che non c'è tempo da perdere visto quanto accade tutti i giorni nel mediterraneo. Si è appena conclusa la vicenda della nave Ocean Viking con lo sbarco a Porto Empedocle di 180 migranti, che ieri Alarm Phone ha segnalato l'ennesima tragedia: un gommone riportato indietro dalla cosiddetta Guardia costiera libica dopo essere rimasto in mare una settimana durante la quale sette migranti sarebbero morti.

Di quanto accade nel tratto di mare tra la Libia e l'Italia ieri è tornato a parlare anche papa Francesco, in occasione del settimo anniversario della visita a Lampedusa, suo primo viaggio da pontefice. E lo ha fatto per condannare i respingimenti in mare dei migranti, riportati a forza in un paese, la Libia, che per loro è un "inferno", un "lager". "Ci danno una versione "distillata", ha detto parlando di quanto accade nei centri di detenzione. "La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l'inferno che si vive lì, in quei "lager" di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza di attraversare il mare". A chiedere la chiusura dei centri di detenzione libici è anche l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, preoccupata oltre che dalle violenze compiute sui migranti anche dall'espandersi in Libia dell'epidemia di Coronavirus.

 
Missioni militari, il ritorno di Minniti PDF Stampa
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di Tommaso Di Francesco

 

Il Manifesto, 9 luglio 2020

 

Libia e non solo. L'approvazione anche stavolta arriva da una sovra-coalizione patriottica, e anche stavolta in aperto dispregio della nostra Costituzione che "ripudia la guerra" e delle nostre leggi (che vietano la vendita di armi a paesi in guerra e che violano i diritti umani).

In fondo non è successo nulla di nuovo. E questo è davvero grave. Il voto in Senato sulla Libia, dove riconosciamo come interlocutore istituzionale la cosiddetta "guardia costiera libica", è stato bipartisan, come è quasi sempre accaduto dalla guerra in Iraq del 1991. L'approvazione anche stavolta arriva da una sovra-coalizione patriottica, e anche stavolta in aperto dispregio della nostra Costituzione che "ripudia la guerra" e delle nostre leggi (che vietano la vendita di armi a paesi in guerra e che violano i diritti umani).

Ben 260 sì, 142 della maggioranza che sostiene il governo Conte e 118 delle opposizioni di destra. Benvenuta dunque la pattuglia - che ci piace definire "di sinistra" - di 14 senatori che hanno detto no e i due che si sono astenuti. Ma può bastare a fare chiarezza sul ruolo del governo Conte? Francamente no, perché appare chiaro a tutti che così torna in auge l'ex ministro Minniti che in un altro agosto, nel 2017, avviò il "modello" per la Libia: finanziamento delle milizie locali libiche - centinaia dopo la guerra Nato del 2011, bande di predoni che controllano le città della costa, legate ai traffici più ambigui quando non allo jihadismo e che ora spadroneggiano impegnate nella guerra civile contro l'autoproclamato leader della Cirenaica Haftar; milizie pronte ad indossare la casacca della fantomatica "Guardia costiera" per fermare, per noi e da noi pagate, la fuga disperata dei profughi.

Che, in fuga dall'Africa profonda dell'interno attraversata da guerre e miserie delle quali siamo spesso responsabili, arrivano in Libia e lì vengono bloccati e catturati - impossibilitati ad essere soccorsi mentre il Mediterraneo è diventato la fossa comune dei loro tentativi - e poi finiscono inesorabilmente in detenzione nei campi di concentramento e nelle prigioni. Per le violazioni libiche dei diritti umani non si contano i documenti di condanna, prove alla mano, delle Nazioni unite verso il ruolo dell'Italia e dell'Ue che plaudì al modello Minniti. È stata l'esternalizzazione delle frontiere europee assegnate in Libia a bande criminali o a milizie paramilitari - sarà così anche per la Turchia del Sultano Erdogan.

Il tutto, spiegava l'allora ministro Marco Minniti - rimpianto da una infinità di editoriali del "sinistro" Il Fatto quotidiano - che così facendo "si salvava la democrazia e lo stato di diritto in Italia" minacciati dalla destra populista anti-migranti. Insomma chiudere in campi di concentramento e in galere la condizione di migliaia di esseri umani, serviva alla nostra democrazia. Come sappiamo l'operato di Minniti è servito al contrario solo ad aprire la strada al pericoloso razzismo-sovranismo di governo dell'ex ministro degli interni Matteo "voglio i pieni poteri" Salvini, scatenato poi nella battaglia contro le Ong corse in mare in aiuto dei migranti.

Questa "filosofia" concentrazionaria di stile imperial-coloniale torna ora d'attualità nelle missioni militari riproposte dal governo Conte - che certo le eredita da altre, precedenti stagioni bipartisan e avventure belliche, ma così facendo le rilancia in grande stile.

Ora dopo il Senato il provvedimento sarà approvato nello stesso modo alla Camera, magari sempre agitando la chiacchiera inascoltabile e cara a Di Maio - diventata la mediazione nella coalizione di governo - della "promessa di Tripoli di modificare il Memorandum per salvaguardare i diritti umani".

Intanto sull'intero, negativo pacchetto delle missioni militari è silenzio. Perché non si tratta "solo" di Libia e il tutto accade nel periodo post-Covid ma sempre in emergenza.

Una fase che suggerirebbe tutt'altro che spendere più di 2 miliardi di euro per più di 8.500 soldati impegnati in avventure belliche che riproducono se stesse, che non ci difendono dal terrorismo ma lo alimentano, che subordinate ad altre leadership mettono a repentaglio i nostri interessi strategici, che accrescono solo il mercato delle armi che ci vede brillare per produzione ed export. Unica eccezione positiva, da sostenere, sarebbe l'Unifil in Libano, di interposizione e non a caso prodotto di una politica estera italiana per il Medio Oriente.

Ma dopo 19 anni di occupazione militare dell'Afghanistan, il Parlamento ha mai discusso sul senso di questa guerra infinita al seguito di Stati uniti e Nato? Restando alla Libia: possiamo essere servi di due padroni committenti - come ha scritto su il manifesto Alberto Negri -, dando armi su un fronte al golpista egiziano al-Sisi che bombarda in queste ore in Libia le forze turche che sostengono a Tripoli il "nostro" al-Sarraj, e sull'altro fronte trafficare in armi con l'alleato atlantico Erdogan che lavora alla spartizione del Paese, perdipiù lasciando nel mezzo, a Misurata, 300 militari italiani e un ospedale da campo ormai retrovia della guerra civile in corso?

Dov'è la politica estera ridotta ai budget del complesso militare industriale, privato e di Stato? E che senso ha imbarcarsi nella nuova missione nel Sahel al seguito di Macron nella sanguinosa, quanto taciuta, guerra in Mali, Niger e Chad? Magari con l'intento di contenere la disperazione dei profughi a nord con la guardia costiera libica, e al sud con truppe fresche che "vigilano" lungo un confine di 5mila chilometri? È una assurdità. Ma una assurdità bipartisan.

Non è cambiato nulla, lo stile è tardo-coloniale.

Del resto come definire una concezione di governo che, in piena globalizzazione, fa vanto e s'ingegna per garantire nei percorsi ardui del potere finanziario internazionale, i fondi per elargire magro welfare e "grandi opere" all'interno del "proprio" paese, mentre all'esterno delle nostre ristrette frontiere, il dividendo per gli ultimi della terra è fatto di campi di concentramento, galere, torture e guerre chiamate "missioni militari"?

 
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