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Femminicidi, siamo tutti salviniani

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di Mattia Feltri

 

La Stampa, 17 marzo 2019

 

C'è stata un'interessante convergenza, in questi giorni, fra Matteo Salvini, suoi alleati, aspiranti tali e oppositori: raggiunta l'unanime opinione che i sedici anni inflitti all'uxoricida di Genova siano una vergognosa bazzecola. Come al solito, Salvini si è espresso in una forma giurisprudenziale particolarmente brusca: "Deve marcire in galera".

Altri, da Forza Italia all'estrema sinistra passando per il Pd, hanno impegnato un linguaggio più contenuto per esprimere però un concetto non dissimile: un femminicidio non merita attenuanti, la pena dev'essere più severa.

Dimezzarla (hanno detto) riconduce al medioevo e al delitto d'onore. E qui già si assommano alcuni problemi, il più evidente dei quali è che nessuna pena è stata dimezzata. Ogni volta che lo avete letto o sentito, sappiate che è una stupidaggine.

Per dimezzare una pena bisogna che un'altra sia già stata appioppata, e non è il nostro caso: i sedici anni sono la pena di primo grado. Il giudice, semmai, ha quasi dimezzato la richiesta del pubblico ministero, che era di trent'anni.

Non è un dettaglio: un pm non è un giudice, non emette sentenze né stabilisce pene, e la confusione, filosofica e dunque pratica, ce la trasciniamo da decenni, e ci porta a scambiare le ipotesi di accusa per tre quarti di verità, ed è grave che la alimentino donne e uomini delle istituzioni, magari abituati a proclamarsi garantisti.

La sentenza di Genova viene appaiata a una recente di Bologna in cui un altro femminicida è stato condannato alla medesima reclusione: sedici anni. Si è detto che all'imputato è stata riconosciuta l'attenuante della gelosia. Bene, non era un'attenuante: era l'aggravante. Totale disinformazione. Le condizioni psichiche dell'imputato hanno suggerito una pena più mite: se ne può discutere, ma è un'altra faccenda.

A Genova l'attenuante sta nell'illusione e nella delusione provocati da lei in lui. Certo, detta così fa spavento. Ma la storia, in sintesi, è più complicata: lei lo tradisce ripetutamente, lui si scoccia e va in Ecuador, lei lo prega di tornare, ti amo, sono pentita, e appena lui torna scopre che lei continua a tradirlo. Perde la testa e d'impeto la ammazza con una coltellata. Un omicidio, e come tale va trattato. Volete un'espressione più in sintonia coi tempi?

Un femminicidio schifoso. Ma non tutti gli omicidi sono uguali. Se avessero dato trent'anni all'uxoricida di Genova, quanti se ne dovevano dare per una fredda premeditazione? E quanti a Norbert Feher (Igor il russo) che assassinava senza pensarci su per riempirsi le tasche? Quanti a Totò Riina cui si attribuirono duecento morti ammazzati?

Forse sedici anni sono pochi, forse no, ma non ci sono i presupposti per dibatterne. Lo sconfortante premier Giuseppe Conte (un avvocato, santo cielo) ha chiamato il facile applauso dichiarando che "nessun sentimento giustifica un femminicidio". Infatti non è stato giustificato: è stato valutato e sanzionato. Solo parole al vento.

Questo è un Paese in cui si battezzano le emergenze (immigrati delinquenti, corruzione, violenza sulle donne) e ognuno chiede giustizia esemplare, anziché giustizia giusta, in base a quale tema gli sta più a cuore.

I neri marciscano in galera, i corrotti marciscano in galera, i femminicidi marciscano in galera. Fine della soluzione. In questo siamo tutti (o quasi) salviniani: non si chiede ai colpevoli di rispondere dei loro reati, con diverse gradazioni di gravità, ma di rispondere di un'emergenza, e in base a quanto agita gli animi e scala le classifiche di sgradimento (mi dichiaro convintamente femminista dopo aver letto che per il giudice di Genova, Silvia Carpanini, la giustizia non è mai esemplare, e non coincide con le emozioni dell'opinione pubblica: c'è ancora un'illuminista in Italia).

Che avremmo fatto noi, con le nostre stucchevoli emozioni, di Anders Breivik? Ricordate? È il norvegese che nel 2011 uccise settantasette persone, quasi tutti ragazzi. Gli hanno dato ventuno anni, lì il massimo della pena, e in un carcere che pare un residence.

Ci siamo indignati, forse con qualche ragione. E però i detenuti norvegesi, quando tornano in libertà, hanno il tasso di recidiva più basso d'Europa, cioè non ci ricascano quasi mai. Da qualche parte, nel mondo, una cosa da medioevo è marcire in galera.

 

 

 

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