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Eutanasia. Sono già più di 100 i connazionali suicidi in cliniche elvetiche

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di Alessandro Rico

 

La Verità, 11 aprile 2019

 

Cappato: "Mi contattano spesso persone che soffrono del male oscuro". Tra i casi, un pm con una diagnosi errata di tumore. Non solo Alessandra Giordano, la donna di Paternò affetta da depressione che ha ottenuto il suicidio assistito in Svizzera.

Sono gli italiani morti nella clinica Dignitas, vicino Zurigo, tra il 2001 e il 2017: il 4,31% dei "clienti" della struttura. Accanto ai tetraplegici o ai pazienti terminali - casi che è agevole proporre all'opinione pubblica per convincerla che la "dolce morte" va legalizzata anche in Italia - c'è una schiera di sofferenti, il cui posto non dovrebbe essere sul capezzale di Dignitas. Sono, appunto, le persone affette da depressione, come la quarantaquattrenne siciliana: circa il 3% di quelli che si recano in Svizzera per il suicidio assistito.

Alcune storie hanno dell'incredibile: basti pensare a Gill Pharaoh, una britannica di 75 anni. Ex infermiera, prima di partire per il suo ultimo viaggio in Svizzera aveva dichiarato a un tabloid: "Ho badato a persone anziane per tutta la mia vita e mi sono sempre detta: io non lo diventerò". Esponente del gruppo fondato da Michael Irwin, alias "dottor morte", la Pharaoh non era malata. Non assumeva medicinali. Aveva solo paura di diventare vecchia. Non esistono statistiche ufficiali sui nostri connazionali affetti dal male oscuro, che decidono di togliersi la vita nel Paese elvetico. Ma negli anni le cronache hanno registrato diversi episodi.

Il più celebre è quello di Lucio Magri, fondatore del Manifesto, che, ammalatosi di depressione, nel 2011 aveva scelto il suicidio assistito nel Canton Ticino. Nel 2014, invece, era toccato a Oriella Cazzanello, 85 anni, di Arzignano (Vicenza). Come nella vicenda della Giordano, a un certo punto, i familiari di Oriella non erano più riusciti a contattarla. Finché a un notaio di Arzignano non è arrivata un'urna con le sue ceneri. La signora era andata a Basilea per farla finita: pare fosse piombata nello sconforto per lo sfiorire della sua bellezza. Ad accompagnarla, un amico, Angelo Tedde, cui la donna aveva intestato due polizze da 600.000 euro.

Tedde era finito a processo per aiuto al suicidio, ma nell'ottobre del 2015 era stato assolto. Più recente è la storia di un ingegnere di 62 anni di Albavilla (Como), che nel 2017 si è recato a morire in Svizzera perché affetto da depressione. La Procura aveva aperto un'inchiesta e avviato una rogatoria presso le autorità elvetiche. Indagato anche l'amico del professionista, che lo aveva accompagnato oltreconfine. Di nuovo, inchiesta archiviata. Rogatoria senza esito. Ma il caso più assurdo forse è quello di Pietro D'Amico, ex magistrato, lambito nel 2007 da un'inchiesta condotta dall'allora pm Luigi De Magistris. D'Amico, nel 2013, mise fine ai suoi giorni in una struttura di Basilea, Life circle eternai spirit.

Depresso perché gli era stata diagnosticato un male incurabile. Un male che però, come avrebbe rivelato l'autopsia, non esisteva: diagnosi errata. A oggi, non si ha notizia di accertamenti svolti da giudici italiani, nonostante lo sgomento e la costernazione della figlia. Le cliniche svizzere, a cominciare da Dignitas, ci tengono a precisare che prima di fornire all'"interessato" (cioè, all'aspirante suicida) la cosiddetta "luce verde", svolgono tutti gli accertamenti.

Un concetto sul quale ha insistito anche il leader dell'associazione Luca Coscioni, il radicale Marco Cappato, raggiunto dalla Verità. "Non è vero che chi è depresso può andare in Svizzera e ottenere il suicidio assistito", ha assicurato. "Sono episodi estremamente rari, perché c'è depressione e depressione. La depressione che deriva da sfortunate circostanze della vita è per definizione reversibile, curabile. Molto di rado è una patologia irreversibile".

Ma si può sostenere che una donna di 44 anni, come Alessandra Giordano, potesse essere affetta da una depressione inguaribile che ne giustificava la soppressione? Si può dire altrettanto dell'infermiera inglese che non voleva invecchiare, dell'ottantacinquenne vicentina angosciata dallo sfiorire della sua bellezza, o del magistrato fuorviato da diagnosi errate? Gli attivisti pro eutanasia hanno presentato una legge di iniziativa popolare per legalizzare questa pratica in Italia. Se il Parlamento non l'approvasse, a settembre sarà comunque la Consulta a cassare il reato di aiuto al suicidio. Non si rischia di aprire una pericolosa breccia?

Come in Belgio, Paese da poco trascinato dinanzi alla Corte di Strasburgo, per "mancata protezione della vita umana", da un cittadino che lamenta l'eutanasia di sua madre depressa? Cappato, alla Verità, ha specificato che la proposta di legge sull'eutanasia non potrebbe essere applicata ai casi di depressione.

Ma ha ammesso: "Mi è capitato che persone depresse venissero a chiedermi aiuto per avviare l'iter del suicidio. Ovviamente, a loro io consiglio di insistere con le terapie psichiatriche". Ma di quante persone di tratta? "Non sono numeri statisticamente rilevanti. Ma di sicuro i casi non diminuiscono: anzi, negli ultimi anni sono aumentati". Ecco. Quante altre Alessandra Giordano sono là fuori?

 

 

 

 

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