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Essere sotto processo, una pena silenziosa che lascia ancora indifferente l'Anm

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di Astolfo Di Amato

 

Il Dubbio, 12 febbraio 2019

 

All'evento per i 110 anni dell'associazione magistrati c'è stato un grande assente: il diritto dell'accusato a essere lasciato in pace al più presto. Radio Radicale ha, anche questa volta, svolto in modo esemplare il suo compito. Portando i microfoni nell'Aula Magna della Sapienza di Roma, ha consentito di seguire anche da lontano una parte significativa dei lavori per il 110° anniversario dell'Associazione Nazionale Magistrati.

Si è trattato della celebrazione del ruolo centrale che la magistratura italiana ha saputo raggiungere nella società italiana, nell'arco di poco più di un secolo, segnato da una trasformazione radicale, sotto tutti i profili, di quest'ultima. Soprattutto dopo l'entrata in vigore della Costituzione, la magistratura associata ha espresso, attraverso un presidio costante dei valori della autonomia e dell'indipendenza, una capacità di interlocuzione estremamente significativa sia con i poteri dello Stato sia con la società civile.

Ha, così, sostenuto in modo efficace i singoli magistrati in quel processo di adattamento dell'ordinamento ai mutamenti sociali, contro le inevitabili reazioni di chi restava ancorato alle incrostazioni del passato. A ben vedere, l'ordine giudiziario e l'Anm sono stati i veri protagonisti dello sforzo teso, nel secolo scorso, a dare concreta attuazione al principio di uguaglianza e di tutela della persona umana.

Man mano, tuttavia, un altro ruolo è diventato predominante: quello di guardiani del potere e, come tali, di garanti della legalità. Ed anche in questo caso ordine giudiziario e Anm hanno marciato affiancati: basta ricordare l'appoggio incondizionato dato da quest'ultima alla rivoluzione di Mani pulite. Ed è questo il ruolo che, oggi, è percepito dalla stessa Anm, oltre che dall'opinione pubblica, come quello centrale e decisivo dell'ordine giudiziario.

È questo il tema su cui con più attenzione si è incentrato l'evento celebrativo. Il che è del tutto coerente con quanto quotidianamente avviene nel dibattito pubblico e nella cronaca giornalistica: tutto è focalizzato su quel controllo di legalità che la magistratura rivendica di dover esercitare sulla gestione della cosa pubblica.

E, tuttavia, si deve constatare che, in questa prospettiva, finisce con l'essere estromesso dall'orizzonte della giustizia il cittadino. Ciò avviene sotto molteplici profili, tutti riconducibili ad un dato essenziale: al cittadino non è consentito avere diritti nei confronti dell'apparato giudiziario. Cercare di far valere quei diritti significa urtare contro la muraglia insuperabile della tutela dell'autonomia e dell'indipendenza, anche quando l'autonomia e l'indipendenza non c'entrano nulla. Il cittadino, nei palazzi di giustizia, è un suddito.

Basta prendere in considerazione l'andamento della giustizia civile, ormai da decenni del tutto negletta e fuori dall'area dell'intervento più incisivo dell'Anm, per rendersi conto che proprio l'ambito di elezione dei diritti individuali è diventato la cenerentola della giustizia. Un dato? Basta constatare la nettissima prevalenza di magistrati del pubblico ministero che hanno ricoperto i ruoli di vertice dell'Anm da Mani pulite in poi.

Ma anche nell'ambito della giustizia penale troppo spesso la situazione non è diversa. Significativo, a questo riguardo, è il disinteresse che specie pubblici ministeri e Gup manifestano per il diritto, che dovrebbe avere il cittadino innocente, ad essere lasciato in pace al più presto.

La soggezione al processo penale è una pena essa stessa. Dunque, una giustizia rispettosa dei diritti dei cittadini dovrebbe limitarsi a intervenire lo stretto indispensabile. E, invece, è esperienza quotidiana quella di cittadini innocenti rinviati a giudizio per una totale mancanza di attenzione al loro diritto di non subire la pena di un processo inutile. Il 50% di assoluzioni in primo grado ne è la conferma. Per ovviare a tale evidente stortura si sta facendo strada l'ipotesi di chiedere, in sede di riforma della giustizia, un rafforzamento dei poteri del Gup.

Senza considerare che il tema è essenzialmente culturale: si tratta di riscoprire la presunzione di innocenza abbandonando l'idea che davanti vi siano solo colpevoli in libertà, per i quali è inutile applicarsi con diligenza. Su tutto questo la celebrazione è stata sostanzialmente silente, troppo presa dalla attenzione prestata al ruolo di cane di guardia del potere. Ma si tratta di un cambio di prospettiva che prima o poi dovrà arrivare. Se anche la giustizia perde definitivamente il contatto con la società, il degrado delle istituzioni diventa irreversibile.

 

 

 



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