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Egitto. Caso Regeni: l'ambasciatore non deve tornare al Cairo

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di Riccardo Noury*

 

Il Manifesto, 7 marzo 2017

 

La mossa di ritirare il nostro diplomatico è il principale strumento di pressione per ottenere piena collaborazione da parte dalle autorità egiziane. Non è un coro particolarmente numeroso, quello delle voci che periodicamente si levano in favore del ritorno dell'ambasciatore italiano al Cairo, che nella capitale egiziana manca dall'aprile 2016, richiamato temporaneamente dalla Farnesina.
Ricordiamolo, a causa dell'allora assente, e oggi ancora tardiva e insufficiente, collaborazione delle autorità giudiziarie egiziane alle indagini della procura di Roma sulla sparizione, la tortura e l'omicidio di Giulio Regeni. Ma numeroso quel coro rischia di diventarlo, e con argomentazioni decisamente discutibili.
Ieri sul Corriere della Sera ha preso la parola l'ambasciatore Antonio Zanardi Landi. Scrive Zanardi Landi che a chiedere il ritorno dell'ambasciatore è "un leader molto rispettato nel mondo delle Ong, Nino Sergi": dunque, già per questo varrebbe la pena di parlarne. Tuttavia la posizione di Sergi - peraltro espressa a titolo personale e non come presidente onorario di Intersos - al momento non trova seguito tra le organizzazioni non governative italiane.
L'ipotesi, che alla Farnesina non dispiacerebbe affatto, di una società civile, ossia del mondo teoricamente più solidale con Giulio, divisa sul "che fare", se non addirittura rassegnata alla "battaglia persa" o all'accontentarsi del poco o nulla che abbiamo ricevuto dal Cairo, è dunque inesistente.
Gli argomenti di chi sostiene che è giunto il momento di riconsiderare la questione - conditi in alcuni casi da ipocrite parole di solidarietà per "i genitori del povero Giulio", chiamati per nome, loro e il loro figlio, da persone che mai li hanno conosciuti - sono in sintesi tre: il ritorno dell'ambasciatore italiano al Cairo favorirebbe la ricerca della verità sulla fine di Giulio Regeni; consentirebbe di gestire una serie di complessi dossier (immigrazione, Libia, terrorismo) nel pieno delle normali relazioni diplomatiche; aiuterebbe la ripresa degli scambi commerciali ed economici.
Ma su questi ultimi, non passa giorno senza che il principale soggetto economico italiano in Egitto, ossia Eni, affermi che nonostante i rapporti tesi tra le due diplomazie le sue attività vanno benissimo. Quanto ai dossier, posto che sulla Libia Egitto e Italia hanno posizioni diverse e che su immigrazione e terrorismo col Cairo ci dialoga ampiamente l'Unione europea, perché mai dovremmo rinunciare, per una volta che è stata presa, a una posizione di principio - quella per cui i diritti umani si tutelano anche, quando necessario, con pressioni diplomatiche particolarmente intense e durature nel tempo - per riaffermare il primato di quella cinica real-politik cara alla politica estera italiana e non solo, per cui i diritti umani non devono essere d'intralcio alla piena cooperazione intergovernativa?
Dovremmo fare come Francia e Germania, per una volta modelli da imitare? Ma no, ci viene detto, giammai. Altro che real-politik. L'argomento forte è il seguente, eminentemente apodittico: se l'ambasciatore italiano torna al Cairo, la verità è più vicina!
Chiariamo alcune cose. La misura consistente nel ritiro dell'ambasciatore italiano al Cairo non è stata un capriccio: si giustificava - come più volte ricordato da Amnesty International, Antigone, A Buon Diritto e Coalizione italiana libertà e diritti civili - e dovrebbe ancora oggi giustificarsi con la gravità attribuita dalle istituzioni italiane all'omicidio di Giulio Regeni.
Se non ci fosse stata, saremmo a un punto della vicenda ancora più arretrato rispetto a quello attuale, in cui si prospetta qualche vaga responsabilità di funzionari della sicurezza egiziana che avrebbero concorso a eliminare Giulio agendo individualmente, isolatamente e senza una catena di comando. A fronte della insufficiente e tardiva collaborazione giudiziaria da parte egiziana, il rientro dell'ambasciatore sarebbe inteso dal Cairo come segno di un ritorno alla normalità, un messaggio di soddisfazione da parte dell'Italia per i risultati di tale collaborazione, o addirittura come l'annuncio di una disponibilità alla rapida chiusura del caso, in senso sia diplomatico che giudiziario. Magari con quella "verità di comodo" che ufficialmente le istituzioni italiane non vogliono.
Ecco perché quella misura deve essere tuttora mantenuta come principale strumento di pressione per ottenere piena collaborazione da parte dalle autorità egiziane.
Fortunatamente, centinaia di migliaia di persone, in Italia e nel mondo, continuano a credere che la ricerca della verità per un cittadino italiano barbaramente ucciso al Cairo dovrebbe essere priorità per tutti.

 

*Portavoce di Amnesty International-Italia

 

 

 

 

 

 

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