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Ecologia. Un'impensabile speranza

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di Paolo Giordano

 

Corriere della Sera, 16 marzo 2019

 

Ieri è stata una giornata buona per il Pianeta. Greta Thunberg sembra il prodotto del nostro inconscio collettivo. In un discorso del 1972, Ray Bradbury disse che l'umanità aveva due lavori "enormi" da portare a termine nei cinquant'anni successivi: fare pace con sé stessa e fare pace con il clima del suo pianeta.

Oggi i cinquant'anni sono quasi scaduti, Ray Bradbury non c'è più, ci restano solo le sue strane profezie, e con i compiti siamo parecchio in ritardo. Il nodo del clima, in particolare, è relegato ancora alla fantascienza di cui Bradbury era un maestro, non più negato ma comunque evitato cautamente sul piano della realtà, sebbene sia presente qui e ora.

E tuttavia, qualcosa in più l'abbiamo capito nel frattempo: che per affrontare come si deve il cambiamento climatico occorre anzitutto affrontare il problema psicologico gravissimo a cui è connesso - sempre che ce ne resti il tempo, è chiaro. Occorre capire, cioè, da cosa origina la nostra tendenza naturale a evitare di parlarne, di occuparcene e preoccuparcene. Quando aleggiava la grande minaccia del buco dell'ozono, per esempio, siamo stati più bravi.

Per quanto astratto, il buco era immaginabile: una voragine lassù, da qualche parte sopra le nostre teste, una specie di strappo nel tessuto del cielo. Ciò che si doveva fare per chiuderlo era altrettanto chiaro: smettere di usare quella lacca profumata che compariva anche sulla mensola del bagno di mia madre. Cambia pettinatura e salverai il mondo: era facile, potevamo farlo e l'abbiamo fatto.

Purtroppo, con il cambiamento climatico non funziona. Perché, rispetto al buco dell'ozono, è ordini e ordini di grandezza più elevato in complessità, così tanto da renderne impossibile una visione unitaria. Nel cambiamento climatico c'entrano la nostra abitudine di spegnere le luci e le multinazionali del petrolio, il pesce che compriamo al mercato e gli allevamenti intensivi di vacche in Sud America, i piani per le nostre vacanze estive e la competizione economica fra Stati Uniti e Cina. C'entrano gli smartphone, il frumento, la povertà e il plancton. Personale e globale s'intrecciano in modi così contorti che avere un'idea completa delle cause è pressoché impossibile. Per non parlare poi delle conseguenze: da una parte incendi e siccità dall'altra le piogge torrenziali, le estati più torride di sempre ma anche gli inverni più rigidi. Gli scenari prospettati per le varie aree del pianeta sono così diversi e (apparentemente) contraddittori da farci sorgere più volte il dubbio che, dai, diciamoci la verità, anche gli scienziati stanno un po' sparando nel mucchio... In tanta confusione, di evidente resta solo questo: che il nostro cervello non è equipaggiato per gestire un simile ingorgo. E sappiamo bene cosa succede a quello che non riusciamo a rappresentare: smettiamo semplicemente di provare a rappresentarlo.

Ma la complessità non è il solo ostacolo per la nostra mente, né il più grave. Il vero problema del climate change è che c'impone di "pensare l'impensabile". La desertificazione di gran parte del pianeta è impensabile. Venezia e Miami ridotte a nuove Atlantidi sono impensabili. La fuga scomposta verso altri pianeti brulli e ancora più roventi del nostro è impensabile. E lo sterminio della specie umana per mano di sé stessa è il pensiero meno pensabile di tutti. A meno che, ovviamente, non ti chiami Ray Bradbury e non ti occupi di fantascienza.

Ecco un altro dato affascinante: pare che gli scienziati che si occupano di cambiamento climatico siano tra i più esposti alla depressione. Avere ogni giorno sotto gli occhi scenari apocalittici con le relative probabilità, scontrarsi di continuo con la sordità del mondo, o quanto meno con il suo torpore, li hanno trasformati nelle Cassandre del nostro tempo (e Cassandra era senza dubbio depressa). Nuove definizioni sono state coniate per questi scienziati e per noi altri, angustiati da ogni pomeriggio insolitamente caldo, da ogni centimetro in meno sui ghiacciai e in più sugli oceani. Gli psicologi parlano di "preoccupazione biosferica", di "sindrome da stress pre-traumatico" e di climate grief, "cordoglio climatico".

Nell'assegnarci i compiti per il secolo a venire, Bradbury non si era reso conto che la pace con noi stessi e la pace con il pianeta potevano essere realizzate solo contemporaneamente. In questa situazione di stallo emotivo, cosa serviva per scuoterci, per toglierci dalla paralisi del pensiero? Ci voleva una ragazzina con le trecce. Un'adolescente svedese, un po' mistica e un po' rabbiosa, con il cappuccio dell'impermeabile calcato sulla testa e un velo di occhiaie incongruo per la sua età. Un'eroina da cartone animato. E ci volevano centinaia di migliaia di altri ragazzi e ragazze dietro di lei, ispirati da lei e in marcia, come nei film. Ci voleva, insomma, un simbolo nuovo, più gradevole da guardare di un orso polare emaciato e alla deriva su una zattera di ghiaccio. Mi piace pensare a Greta Thunberg così, non come a una pasionaria animata da un'ossessione individuale, ma come a un prodotto del nostro inconscio collettivo, un razzo luminoso sparato dalla notte della nostra inquietudine. Chiunque abbia passato periodi bui sa come proprio nei momenti di depressione più acuta, proprio nella stasi, segnali del genere, misteriosi, arrivino dalle profondità della nostra psiche.

Suppongo, in realtà, che parecchi scienziati si sentano ancora più avviliti dalla piega che hanno preso gli eventi. Ma come, anni e anni di studi minuziosi, di faticosissimi carotaggi nei ghiacci antartici, di ricognizioni satellitari, di risposte pazienti a detrattori furiosi, di tonnellate d'indifferenza, poi arriva una ragazzina con un cartello e il mondo s'infiamma? Alcuni di loro saranno perfino preoccupati: cosa succederà quando il simbolo sarà esausto, quando la copertura mediatica a tappeto e magari un Premio Nobel l'avranno addomesticato del tutto, quando ci saremo annoiati anche di Greta? Eppure, dopo le manifestazioni di ieri, mi sembra che non potesse accadere altrimenti. Perché soltanto la giovinezza è in grado di pensare l'impensabile, per il semplice fatto che è ancora abbastanza incosciente per farlo; che non vede o forse se ne frega della complessità eccessiva, ed è più immune alla depressione vuota che invece gli adulti conoscono. La giovinezza, che trattiene ancora un po' della forza ostinata del capriccio, punta il dito e grida sveglia! sveglia! sveglia!

Nel 2015 ho partecipato alla Cop21 di Parigi. Mi ricordo la fatica dei negoziati e l'atmosfera di cauta esaltazione dopo la firma dell'accordo. In molti, non solo giovani, si erano impegnati o avevano almeno tifato. Lo sforzo diplomatico abnorme aveva sortito un effetto pratico. Poi è arrivato un presidente smargiasso e con un paio di tweet ha vanificato tutto, o almeno è così che molti si sono sentiti. Il contraccolpo è stato forte e ha inaugurato forse il periodo più tetro riguardo al cambiamento climatico. Ma ieri no. Ieri è stata una buona giornata. E, in questa Grande Terapia del Pianeta, è necessario segnarsi anche le giornate buone, fissare nella memoria gli attimi di speranza, come quando sono rimasto bloccato dal flusso di studenti che scendeva nel verso opposto della via, con striscioni e fischietti e tamburi, in una città piccola come Matera. Oh, che felicità! Che bellezza! Avevo le lacrime agli occhi.

 

 

 

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