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E alla fine nelle aule di giustizia sono arrivati anche i fischi...

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di Astolfo Di Amato

 

Il Dubbio, 6 febbraio 2019

 

Se la magistratura entra a gamba tesa su questioni politiche invece di "limitarsi" ad applicare le leggi il rischio di essere contestata in maniera violenta è quasi inevitabile. È sempre più frequente, nelle cronache giudiziarie, il risalto dato alle proteste dei parenti delle vittime di fronte a sentenze di assoluzione o che considerano meno grave di quanto atteso il reato contestato.

Alcune settimane fa si è trattato di quanto avvenuto nel Tribunale di Avellino: il Giudice Buono, che aveva "osato" assolvere alcuni degli imputati è stato addirittura apostrofato con la frase "giudice esci fuori", dal significato eloquentemente minaccioso. A Roma, il Presidente della Corte di Assise di Appello, D'Andria, è stato interrotto mentre leggeva il dispositivo con cui è stata ridotta la pena inflitta ad Antonio Ciontoli, imputato dell'omicidio di Marco Vannini.

Non si tratta, però, di un fenomeno nuovo: oggi è solo più appariscente. Sono diversi anni, difatti, che le decisioni sgradite a chi chiede la condanna sono accompagnate da reazioni sempre più forti. Prima erano le proteste e i cartelli fuori dei tribunali, oggi, e questo avviene ormai da un po' di tempo, sono direttamente nelle aule di giustizia ed avvengono contestualmente alla lettura della decisione sgradita.

Perché? I motivi sono molti e difficili da compendiare in poche righe. Ve ne sono alcuni che meritano, tuttavia, di essere sottolineati. In primo luogo, il sentimento giustizialista, di cui è ormai imbevuta la cultura (?) dominante, non può non vedere in una assoluzione una sconfitta. In un paese nel quale per anni è stato inoculato il virus del disprezzo per le garanzie, il convincimento che l'avversario è un farabutto da far fuori per via giudiziaria, l'idea che il prossimo sia composto prevalentemente da ladri e mascalzoni, fortunati perché fuori dal carcere, non può esservi civile accettazione per una assoluzione. A questo si deve aggiungere il mutato rapporto tra ignoranza e competenza. L'ignoranza è divenuta un motivo di vanto, venendo legittimato il disprezzo per la competenza. Perché rispettare la valutazione di un tecnico, quale è, tra le altre cose, un giudice, quando ciascuno si sente in diritto di esprimere un giudizio definitivo su tutto?

Ma vi è una ragione, della degenerazione in corso, che riguarda anche i magistrati. Da Mani Pulite in poi la ricerca del consenso, da parte di molti magistrati, è stata una costante. Chi non ricorda la conferenza stampa del pool di Mani Pulite volta a bloccare il decreto Conso? E le veline degli interrogatori lasciati a disposizione della stampa? Da allora l'attività di molti magistrati, soprattutto inquirenti, si è intrecciata in modo indissolubile con la lotta di alcune forze politiche, in una opera di reciproca strumentalizzazione, che aveva come obiettivo comune la ricerca del consenso e l'accrescimento del potere nella società. I verbali di interrogatorio passati alla stampa per alimentare il consenso intorno alle inchieste sono stati da allora una costante, che magari ha riguardato solo una parte degli inquirenti, ma certamente quelli che più di tutti hanno contribuito a formare ed influenzare l'opinione pubblica.

Nel momento, tuttavia, nel quale la ricerca dell'applauso è diventata una componente costante del rapporto tra giustizia e cittadini, in forza di quale controindicazione questi ultimi non sarebbero legittimati anche a fischiare? La giustizia spettacolo, la giustizia che entra a gamba tesa su questioni squisitamente politiche (ed il pensiero non può non andare alla incriminazione di Salvini), la giustizia che pretende di guidare l'etica del paese, e non di "limitarsi" ad applicare le leggi, è inevitabilmente destinata ad essere anche fischiata. La domanda angosciosa è: come si fa a non rendersi conto del livello di barbarie nel quale il paese sta precipitando?

 

 

 



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