Droghe: Manconi "queste tragedie non fermano la legalizzazione della cannabis"

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di Errico Novi

 

Il Garantista, 12 agosto 2015

 

La prima cosa che viene in mente è: addio legalizzazione della cannabis. Adesso vedrai che queste tragedie dei ragazzi morti di ecstasy dentro e al di fuori delle discoteche produrrà una paralisi della proposta di legge sulla marijuana. Di quell'articolato disegno depositato alla Camera e al Senato che indica modi e termini di "regolamentazione, produzione, distribuzione e commercio" dei cosiddetti spinelli.

E invece il parlamentare che a Palazzo Madama figura come primo firmatario della proposta, Luigi Manconi, non vede questa possibilità. Anzi. "Potrei dire, e sarebbe fin troppo facile, che queste vicende non hanno nulla a che fare con la marijuana. Ma la cosa non si esaurisce qui, evidentemente".

 

Anche perché, senatore Manconi, la tendenza a una reazione estremizzata, in questi casi, è fatale. Anche da parte delle istituzioni.

"Mi pare che sulla scorta di una cronaca così crudele sia impossibile suggerire misure razionali e intelligenti, quindi efficaci, in tema di consumi giovanili di musica. Sul versante delle sostanze stupefacenti resta un dato, quello per cui non si è mai registrata una morte per cannabis, a cui aggiungo altre considerazioni.

Quel dato, innanzitutto, non vuol dire che la cannabis non faccia male. L'abuso di cannabis negli adolescenti e minori può produrre danni anche rilevanti. Però il discorso di fondo, quello che non si fa mai, è che la decisione di legalizzare non si fonda sulla nocività delle sostanze. Non è che si legalizzano le meno nocive, e non lo si fa con le più nocive". Qual è invece il principio? "È un principio generale, che affermiamo a partire dalla seguente domanda: gli effetti nocivi delle sostanze sono più agevolmente contenibili, più efficacemente riparabili, in un regime di illegalità o di regolamentazione?".

 

Con le regole, evidentemente.

"Evidentemente è così. Certo, noi sulla cannabis abbiamo un dato incontrovertibile, e cioè che è meno nociva del tabacco e dell'alcol. Ma in termini giuridici il discorso è un altro. La legalizzazione di attività che producono danni può essere decisa non in base all'entità di quel danno, ma a seconda di quale sia il regime che consente di ridurre il danno al minimo. Questo approccio non è solo empirico-pragmatico, ma anche morale. A ispirarlo c'è, tra l'altro, l'assunto teologico del male minore. Lo stesso che ha indotto la Chiesa, per esempio, a convivere con la prostituzione, o a scendere a patti col male".

 

Argomenti forti. Ma alcuni, nella maggioranza che dovrà sostenere la vostra proposta di legge, non li vorranno neppure ascoltare.

"Rischiano di eludere la domanda più elementare: siete favorevoli a porre fuori legge l'alcol, dal momento che l'alcol fa danni incomparabilmente maggiori, e l'abuso d'alcol è più diffuso tra i giovani della cannabis? In genere questo paralizza l'interlocutore. Tanto è vero, che posto davanti al dilemma, il proibizionista risponde: ma dal momento che alcol e tabacco fanno male essendo legali, che motivo c'è di aggiungerne un'altra, al novero delle sostante legali nocive?".

 

Questa non è proprio di ferro, come argomentazione.

"È insidiosa. Va risolta così: nella storia delle sostanze nocive noi abbiamo un solo esempio di riduzione dell'abuso, e riguarda appunto il tabacco. Ma la riduzione dell'abuso di tabacco è avvenuta in regime di legalità, i consumatori si sono ridotti in maniera estremamente significativa".

 

Vero.

"E non regge neppure la remora, che si assume in particolare a proposito dei giovani, secondo cui se l'adolescente sa che un certo consumo è penalizzato non vi accede. A parte l'argomentazione del fascino del proibito, che francamente trovo un po' stanca, se ne può opporre una assai più semplice. In fase di maggiore penalizzazione normativa della cannabis, quella che va dal 2005 al 2012, si hanno due effetti: massima diffusione in Italia del consumo, e anche massima tollerabilità sociale. Tra gli adolescenti, la cannabis gode di una impunità sociale, possiamo dire. E non solo tra gli adolescenti".

 

A cosa si riferisce?

"Al fatto che su 10 consumatori di cannabis almeno 2, ma mi tengo stretto, sono adulti: cinquantenni, intendo. I padri non dicono ai figli: evita le canne, che fanno male, ma evita, se no ti ferma la polizia".

 

Sono due giurisdizioni parallele, insomma: quella della Fini-Giovanardi, finché è stata tutta in piedi, e quella della percezione diffusa.

"Appunto. E poi, sulla legalizzazione c'è da dire una cosa, forse decisiva. Temo che noi italiani siamo abbastanza inclini all'oblio da esserci dimenticati che cos'era la morte per eroina da strada degli anni Ottanta: si contavano almeno 1.200 vittime l'anno, ragazzi trovati con una siringa nel braccio nei giardini di periferia. La legalizzazione è il mondo opposto a quella vergogna. Ed è il mondo in cui non può avvenire quanto si è scoperto degli spacciatori all'opera nella discoteca del Salento dov'è morto quel ragazzo. Avevano con sé derivati della cannabis, ecstasy e cocaina. Quindi l'acquirente potenziale della cannabis trova, presso quell'esercizio commerciale illegale, un'offerta differenziata e allettante. È il principale meccanismo di proselitismo, di diffusione del mercato, e di effettivo aumento del rischio. Cose che non ci sono con la cannabis legalizzata".