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Detenuto ammalato in cella con fumatori: la pena va ridotta

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di Veronica Manca

 

quotidianogiuridico.it, 10 agosto 2018

 

Cassazione penale, sezione I, sentenza 22 giugno 2018, n. 29063. Con la pronuncia n. 29063 del 2018, la Prima Sezione della Cassazione è tornata ad occuparsi di un tema già battuto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo con riguardo alla tutela del diritto alla salute nel caso di detenuto (affetto da gravi patologie) sottoposto per lunghi periodi alla convivenza in cella con detenuti fumatori. Nel caso in questione, la Cassazione annulla l'ordinanza emessa dal Tribunale di Sorveglianza dell'Aquila, per omessa valutazione delle istanze difensive oltre che all'assenza di un attento vaglio della situazione concreta.

Con la pronuncia in esame, la Prima Sezione della Cassazione è tornata ad occuparsi di un tema molto sentito e dibattuto sia in dottrina (cfr. V. Manca, La Corte dei diritti dell'uomo torna a pronunciarsi sul divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti: l'inadeguatezza degli standard di tutela delle condizioni di salute del detenuto integrano una violazione dell'art. 3 Cedu, 2014) sia in giurisprudenza che ha ad oggetto la tutela del diritto alla salute del detenuto (affetto da gravi patologie, in prevalenza in relazione alle vie respiratorie) sottoposto a lunghi periodi di detenzione in celle condivise con altri detenuti fumatori.

In relazione, infatti, alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, i giudici di Strasburgo tendono pacificamente ad individuare una lesione dell'art. 3 Cedu per ipotesi gravi di violazione degli standard minimi igienici. Tra tutte, degna di nota, è senza dubbio, la sentenza Antropov c. Russia, in cui il ricorrente lamentava di essere stato detenuto in una cella completamente invasa da insetti e roditori (cfr. C. eur. uomo, 29 gennaio 2009, Antropov c. Russia, ric. n. 22107/03).

Ancora, da menzionare sicuramente le pronunce della Corte rispetto a situazioni dei detenuti che denunciavano di aver contratto proprio in carcere malattie infettive e contagiose (come l'epatite o l'Hiv). Con riguardo, nello specifico, al problema del fumo passivo, sono ormai casi di cronaca, le violazioni denunciate in relazione all'art. 3 Cedu per detenuti sottoposti durante il periodo di detenzione al fumo passivo: basta pensare al caso del detenuto recluso in una cella di 55 metri quadri con 110 detenuti, di cui molti fumatori (cfr. C. eur. dir. uomo, 14 settembre 2010, Mariana Marinescu c. Romania, ric. N. 36110/03). Vi sono casi in cui il detenuto lamentava di essere stato sottoposto a fumo passivo sia in cella sia in ospedale (C. eur. uomo, 14 settembre 2010, Florea c. Romania, ric. n. 37186/03).

La Corte, in svariate occasioni, ha inoltre rammentato come costituisca un obbligo dello Stato in relazione alla piena attuazione dell'art. 1 Cedu (obbligazioni positive) l'adozione di tutte le misure necessarie per proteggere un detenuto contro gli effetti nocivi del fumo passivo, quando, sulla base degli esami medici e delle prescrizioni dei sanitari, ciò sia necessario per motivi di salute (nel caso de quo, il ricorrente soffriva di problemi respiratori, aggravatisi per la mancata adozione di quelle misure).

Nel caso in esame della Cassazione, il detenuto V.D., della provincia di Reggio Calabria lamentava di essere asmatico. Nonostante la sua patologia, era stato recluso in cella con altri detenuti fumatori. Si doleva, in particolar modo, di aver subìto tale trattamento sia nell'istituto penitenziario di Genova sia in quello di La Spezia. Contestava inoltre di essere stato sottoposto a periodi di detenzione in strutture non conformi agli standard europei di tutela, (carceri di Ascoli Piceno e di Livorno).

A fronte di tale situazione soggettiva, il Tribunale di Sorveglianza dell'Aquila, in parziale accoglimento del reclamo avanzato dal detenuto avverso l'ordinanza del Magistrato di Sorveglianza dell'Aquila, aveva riconosciuto a favore dello stesso a titolo di risarcimento del danno (ex art. 35-ter O.P.), la riduzione della pena detentiva da espiare in misura di giorni 33, su complessivi 334 giorni di pena, perché non conformi al disposto dell'art. 3 Cedu.

Il Tribunale di Sorveglianza, quindi, valutato come non conformi alla Convenzione, i periodi di pena scontati dal detenuto presso le strutture penitenziarie di Ascoli Piceno e di Livorno, rigettava l'istanza con riguardo agli altri periodi di detenzione sofferti dal medesimo presso le carceri di Genova e La Spezia.

Contro l'ordinanza de qua, limitatamente alla parte oggetto di diniego, il detenuto proponeva ricorso per Cassazione, sostenendo come il Tribunale di Sorveglianza non solo non avesse tenuto conto delle argomentazioni difensive, ma non avesse nemmeno attivato i meccanismi probatori d'ufficio per accertare se effettivamente il detenuto avesse sofferto il periodo di detenzione in condizioni contrarie alla norma convenzionale. Sul punto, la Corte di Cassazione, accogliendo in pieno ricorso del detenuto, ha disposto l'annullamento dell'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza, con rinvio allo stesso per meglio accertare le condizioni di detenzione del ricorrente in relazione ai periodi di detenzione scontati presso le carceri di Ascoli Piceno e di Livorno.

 

 

 



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