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Detenute in carceri pensate al maschile: un'esistenza difficile

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 12 febbraio 2019

 

Ricerca della Onlus "La società della ragione" sulla condizione delle donne. il dossier evidenzia problemi di quotidiana gestione degli spazi e delle cose, in genere fanno gruppo e poi c'è il problema della lontananza dai figli.

Le donne sono una componente marginale di una popolazione penitenziaria prevalentemente maschile, in funzione della quale gli istituti di pena sono stati pensati, costruiti e disciplinati. Sono una esigua minoranza rispetto al totale dei detenuti, proprio per questo è di fatto sono poco conosciute le implicazioni che la detenzione ha nelle differenze di genere.

A svelare le problematiche e i sentimenti estremizzati, è una ricerca condotta dalla Onlus "La società della ragione" e presentata venerdì scorso alla Sala Collezioni del Consiglio Regionale della Toscana. Sono, appunto, donne in transizione raccontate nella ricerca, intervistate nelle carceri di Pisa e Sollicciano, che descrivono l'esperienza femminile della reclusione. Emerge la centralità del fattore emotivo: un'emotività a volte cieca, che spinge a conflittualità e aggressività: "Siccome in carcere non si sceglie con chi stare, c'è un problema di quotidiana gestione degli spazi e delle cose", si legge nel dossier. Il progetto si è ispirato al filone di letteratura scientifica teso a indagare la soggettività femminile, sulla scia del pensiero della differenza. Si legge nel dossier che al centro è lo "sguardo" delle donne: su di sé, sulle relazioni dentro e fuori il carcere, sulle difficili condizioni di vita nello stato di detenzione.

Iniziando da se stesse, però: perché il "partire da sé", rivisitando se stesse nel rapporto col mondo intorno, permette di recuperare nuovi strumenti, di comprensione e di fronteggiamento, del difficile evento della carcerazione. Questa è l'idea centrale dei "laboratori" del progetto, nei quali le donne detenute hanno ripercorso i passati sentieri di vita ed esplorato i possibili futuri, facendo i conti con gli insuccessi senza però dimenticare i punti forza della propria esperienza esistenziale: anzi imparando a riconoscerli e a metterli all'opera per far fronte al duro presente; soprattutto per prefigurare un possibile futuro dopo la detenzione.

La via del "partire da sé" con l'occhio rivolto alle risorse, personali innanzitutto, è però ardua e per niente scontata, per colei che vive la detenzione ed è quotidianamente sommersa dalla "miseria" dello stato detentivo; poiché è difficile staccare la mente da quella condizione così estrema. Peraltro il "centrare su di sé" si apprende dal dossier che spesso non è compreso e non è favorito dai tanti attori del carcere (volontari e professionisti del sociale), se non in chiave di "ripensamento e rielaborazione" del reato. Il che comporta però di doversi concentrare sul deficit, col rischio di rimanere su quello bloccati, in una logica puramente espiativa.

Per sollevarsi dalla pervasività del carcere, le detenute fanno uno sforzo attivo per la cura dell'ambiente: oltre che per l'adattamento, prendersene cura diventa un fattore di protezione. Nel dossier si legge che, in media, le donne hanno risorse e questo permette che il tempo scorra abbastanza adeguatamente. Forse perché "in genere, le donne fanno gruppo e si oppongono a chi si isola", rimandando all'importanza della dimensione collettiva e della cura dell'altra.

Le donne riempiono di significato le relazioni, diventando una risorsa fondamentale di resilienza al carcere. Poi c'è il problema della lontananza dai figli che eleva il livello di disagio in carcere: i rapporti materni sono spesso possibili (solo) per il percorso premiale che sembra suggerire l'idea che il mantenimento di questo legame non rientri nei diritti ma nelle concessioni subordinate alla dimostrazione della detenuta di essere una buona madre altrimenti sospetta di non meritare i figli. Ma permane il problema di fondo, sollevato anche dal Garante nazione delle persone private della libertà: la carenza strutturale di attenzione alle donne in carceri pensate al maschile.

 

 

 



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